Omelie di Fra Giorgio Bonati

Pubblichiamo le omelie di Fra Giorgio relative all’attuale calendario liturgico

4 marzo 2018 come 7.3.2021- (anno B) Es 20,1-17 Sal 18;  1Cor 1,22-25 Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” è una delle poche affermazioni in cui Gesù invita ad essere come lui, a seguirlo sulla stessa strada. Quest’oggi incontriamo Gesù che non sembra per nulla mite, forse è proprio il momento più di ogni altro in cui Gesù s’arrabbia perché l’argomento è veramente serio, non è semplicemente un po’ di mercato come l’abbiamo visto. Sono convinto che il giorno dopo al più tardi il tempio è tornato tale e quale anche con la gente ancora lì. Questo è un segno profetico, ha qualche cosa da insegnare alla vita e a noi oggi. Credo che il segno più importante sia proprio questo: quando l’evangelista dice “si parla del tempio che è il suo corpo”, del tempio che è in ogni corpo, ognuno di noi è tempio sacro di Dio. Non dimentichiamocelo mai, il tempio di Dio non è una chiesa, mura di cemento, ognuno di noi è tempio sacro di Dio.

Vi ricordate sempre nel vangelo di Giovanni l’episodio della Samaritana in cui chiede “Dimmi Gesù, dove bisogna trovare questo Dio? A Gerusalemme o su qualche altro monte?” E la risposta di Gesù come sempre apre, spalanca, né qua né là, né su né giù ” Prova a cominciare ad adorare Dio in spirito e verità” cioè semplicemente dentro di te. Non è più un luogo che bisogna cercare ma semplicemente provare nella propria vita a pregare con se stessi, con il proprio corpo, la propria mente, ognuno a trovare il proprio luogo. E la cosa più importante è questa, la preghiera che non sia un mercato, vuol dire che non posso pregare e pretendere qualcosa come un baratto, non funziona così almeno non con il nostro Dio, per nulla funziona così, proveremo a scoprirlo oggi. 

I discepoli come al solito vedendo quello che succede capiscono poco e allora qualcuno dice ‘sarà lo zelo che ha spinto Gesù a buttare all’aria tutto e tutti oggi’ Lo zelo è una delle cose peggiori che ci sia perché è diverso dalla passione, è quella cosa che ha suggerito il nome al nuovo partito degli zeloti al tempo di Gesù, sono un po’ come gli integralisti…conosciamo gli integralismi e non solo delle altre religioni. Pieni di zelo erano anche dei personaggi che conosciamo perfettamente, uno di questi era san Paolo, la Scrittura dice proprio ”era pieno di zelo per il Signore” e così perseguitava uccidendo. Anche Elia era pieno di zelo che lo a vincere contro tutti i sacerdoti e poi passa a fil di spada uno a uno. Lo zelo va oltre, non ha niente a che fare con la passione…c’è una frase di Primo Mazzolari che forse ci aiuta a comprendere “Si diventa fanatici ogni volta che ci si dimentica che Dio ci dà la consegna di lavorare per il bene, non quella di farlo trionfare”, non fare trionfare nulla e nessuno. Quante volte probabilmente anche noi nella nostra chiesa abbiamo invece inteso male provando a trionfare sopra tutto e tutti. Non è questo che Gesù cerca di insegnarci.

Che cosa prova allora a dirci oggi Gesù? Sta provando a insegnarci un nuovo modo di rapportarci con Dio. Il Vangelo di oggi sembra proprio dirci questo: non è accumulando le preghiere, i nostri fioretti, i nostri impegni che possiamo pretendere nulla di Dio, Dio non si può comprare perché Dio è amore, chi compra l’amore lo considera come una prostituzione che si compra.

C’è questa bellissima immagine che non dovremmo mai dimenticarci: nella creazione, fin dal primo giorno Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, credo che sia da sempre il più bel regalo che Dio ci ha fatto: noi quando ci guardiamo nello specchio ricordiamoci sempre non vediamo solo la nostra immagine, vediamo specchiato anche Dio, un pezzettino di Dio sicuramente. Che dono, che grazia, che bellezza! Allora facendo tesoro di questa meraviglia, di questo amore incondizionato di Dio che dà il suo amore a tutti, ai buoni e ai cattivi, indistintamente, Lui non guarda in faccia a nessuno, Dio ti ama cosi come sei, in qualsiasi situazione della tua vita ti abbraccerà sempre, sarà sempre con te. Sarà sempre con te in questa tua storia, in questo tuo corpo sacro.

C’è un bellissimo passaggio di Christiane Singer che dice ”Il corpo è la sfida lanciata allo spirito di prendere corpo, di realizzarsi, il corpo è la realizzazione dello spirito. Così senza i vostri gesti, senza la maniera che avete di muovervi ignorerete tutto il segreto luminoso della vostra anima. Tutto accade come se noi no potessimo raggiungere ciò che è nascosto, il mondo vibrante divino senza questo schermo posto fra il mondo e Dio, senza la materia e senza l’incarnazione. Come se occorresse questo passaggio dall’invisibile al visibile, dall’impercettibile all’udibile, dal non gusto al gusto, dal non accarezzabile al tangibile affinché lo spirito si manifesti in noi ed ecco perché ogni creatura desidera la carezza del suo creatore”.

Siamo sempre stati un po’ forse abituati a distinguere la nostra vita in qualcosa che ha a che fare con lo spirituale, col mentale, col corporale. Ma non esistono queste cose disgiunte l’una dall’altra e Gesù è venuto apposta a insegnarci questo. Perché siamo qui stasera? Per vivere l’eucarestia che è proprio il corpo di Cristo, non è lo spirito di Cristo, è il corpo di Cristo! Quanta attenzione allora dobbiamo avere per questi nostri corpi, quanta cura dobbiamo prenderci, probabilmente il corpo ben inteso, non è solo il corpo fisico, è la nostra vita intera. Mi piace pensare che questo corpo non sia per nulla perfetto ma che sia fragile, gracile, debole, vulnerabile. E’ che è questo corpo che ha scelto Dio quando si è presentato in carne in mezzo a noi, proprio questo corpo. Mi piace quel saluto che gli orientali fanno quando si incontrano in cui, trovandosi l’uno di fronte all’altro, si inchinano a mani giunte e uno dice all’altro ’namasté’, onoro il Dio che c’è in te, la parte divina che c’è in me onora la parte divina che c’è in te. Quanto sarebbe bello anche noi usare queste parole per salutarci e comprendere veramente quanto siamo divini. E allora ogni tanto mi pongo anche questa domanda: siamo abituati a entrare in chiesa e fare la genuflessione davanti all’eucarestia ma non è il caso forse di fare la genuflessione anche di fronte a qualsiasi persona che incontri? Bisogna avere più onore per l’eucarestia o per qualsiasi persona che la vita ti dà? Dio ha fatto già la sua scelta perché ha mandato suo figlio, l’ha offerto per noi, per ognuno di noi, non per l’umanità in genere, anche per ognuno di noi avrebbe fatto quello che ha fatto Gesù donandosi fino in fondo, per cui Dio ha fatto la sua scelta chiara, precisa: io scelgo l’uomo, non scelgo di salvare mio Figlio, ogni uomo di qualsiasi colore o religione. Non stiamo più a chiederci per piacere se val la pena salvare una vita o no.

Allora abbiamo compreso perché di fronte a Dio non possiamo fare mercato, fare compravendita perché Dio non si può comprare, perché Dio è la libertà suprema e colui che è libero, libera. Se Dio non ti libera vuol dire che c’è qualcosa nella tua vita che ancora deve crescere, camminare, comprendere. Dio libera perché è l’essere più libero che c’è e proprio perché è libero non possiamo comprarlo. 

E allora che ognuno di noi questa sera torni a casa con questa chiara idea nuova di Dio, l’essere che in qualche modo ti libera dal profondo della tua vita, liberarti vuol dire il dono più grande perché tu possa essere responsabile di te stesso. Se uno non ti libera ti rende schiavo e noi non siamo schiavi di Dio, Gesù è venuto apposta per dircelo ‘non vi chiamo più schiavi ma amici’. E allora possa essere anche questa affermazione citata in Osea ‘amore vuole non sacrifici’, una frase così in quaresima dove ognuno prova a fare qualche piccolo fioretto…Gesù con il suo sacrificio abolisce tutti gli altri sacrifici, per cui accogliamo questo Dio che si fa pane per noi e quando comprendi che l’amore di Dio è così incondizionato per te allora sì che la tua vita diventa una preghiera di lode, di ringraziamento, di gratitudine non più per comprare qualcosa ma semplicemente per la bellezza di essere nato, è questa la vera esperienza di Dio. Allora è questo che vi auguro: il mio amico Gigi dice che quando Dio ama fa gesti molto umani e quando l’uomo ama fa gesti molto divini…e allora che il vostro amore sia sempre divino.

 

                                                                                                                

Anno B 1° Domenica di quaresima – 18 febbraio 2018 – Arcobaleno Gen 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22;  Mc 1,12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Mi sono messa questa stola colorata anche se siamo in quaresima e il paramento non dovrebbe essere questo perché quest’anno la quaresima inizia con l’arcobaleno.Per cui mi va di essere più un arcobaleno che il viola atteso. Succede che prima dell’arcobaleno, prima del diluvio, Dio aveva guardato con attenzione la vita creata e queste sono le sue parole: Dio vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento nel loro cuore non era altro che male, sempre. E Dio si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. La Bibbia ci consegna un Dio dai tratti molto umani, un Dio che si pente un Dio che si addolora. Io mi pento quando ho compreso di aver sbagliato qualcosa. Dio si rende conto che deve aver sbagliato qualcosa con questa umanità, con noi. Lo sappiamo bene, perché ognuno di noi, senza andare a guardare troppo lontano, ognuno di noi ha dentro di sé il bene e il male, che ogni giorno in qualche modo vivono la loro battaglia. Ad ognuno di noi poi, ogni giorno, di provare immagino a fare vincere il bene. Però mi piace pensare che questo Dio in qualche modo si rende conto che quando ha fatto l’uomo qualcosa non ha funzionato. 

Ma già dall’inizio era stato così, vi ricordate? Ci sono due narrazioni della creazione nella Bibbia, nel primo capitolo e nel secondo. In una delle due si narra che Dio prima crea solo Adamo e siccome gli consegna tutta la terra crede che Adamo possa essere contento. Non solo ha tutta la terra davanti ai suoi occhi, ma addirittura un amico intimo, Dio stesso.  Ma ciò non basta, perciò dopo qualche giorno deve ravvedersi su questo primo pensiero e poi crea la donna, quella che gli sta di fronte. Come a dire: non c’è nulla di già scritto, ma neanche per Dio! Dio cresce con noi. Dio ovviamente si arrabbia, si addolora vive come viviamo noi. Ma non solo Gesù. Dio. 

Ed d è bellissima poi questa narrazione, questo mito del diluvio. Insomma per porre rimedio a questa cosa che ha fatto …insomma ricominciamo da capo. Proprio tutto nuovo. E il segno di questa rinascita, il segno della risurrezione, così dice la Parola, quando Noè lascia volare la colomba per vedere se ha smesso di piovere e la terra è riapparsa…questa colomba torna e la Bibbia dice, con nel becco una tenera foglia di ulivo. La resurrezione non sempre ha platee come quel giorno quando Lazzaro esce dalla tomba. Qualche volta la resurrezione è semplicemente una piccola foglia di ulivo. E’ da lì che puoi riconoscere se qualcosa sta ricominciando. Se passeggiamo in questi giorni nei boschi…io ho visto le primule, siamo ancora in pieno inverno, ma sotto la vita vive. C’è già una parvenza di primavera. Ci sono già i boccioli su qualche pianta. La vita lì sotto continua. Che noi ci siamo o no. 

E allora poi, arriva questo bellissimo segno. Non che fosse la prima volta che l’arcobaleno ci fosse in cielo! Però, da quel giorno in poi l’arcobaleno assume un significato enorme, così dice la Parola. Pongo il mio arco sulle nubi perché sia il segno dell’alleanza tra me e te. Tra me e la terra. Allora da quel giorno in poi, ogni volta che c’è l’arcobaleno in cielo ci deve ricordare che qeullo è il segno dell’alleanza di Dio con noi. Di una resurrezione intera della terra. Noi, in qualche modo, chiaro che siamo figli di Adamo ed Eva, ma se poi tutto è ricominciato con questa famiglia, siamo anche figli di questa seconda generazione, in qualche modo. 

Quanti arcobaleni ci siamo persi. Quanti arcobaleni abbiamo visto e così…a parte la meraviglia di qualche istante… D’ora in poi proviamo a ricordarci che quello è il segno di Dio, del suo amore per noi, di qualcosa che è ricominciato da quel giorno, da quel seme. Nell’antichità ovviamente le guerre si facevano con archi e frecce per cui porre questo arco nel cielo è come per i popoli che in tempo di pace appendevano il loro arco alla parete. Ecco: Dio appende alla parete del cielo questo bellissimo arcobaleno. Che bel segno, non poteva pensare a nulla di più bello per dirci: ricominciamo da capo, ricominciamo insieme, dalle ceneri rinasce qualcosa di così meraviglioso. E poi quando Dio fa questa alleanza con gli uomini, siccome per lui le cose sono vere non come tra noi spesso e volentieri, questa sua pace diventa veramente eterna. Io credo che in qualche modo quei quaranta giorni non siano serviti solo a Noè e alla sua famiglia per pensare e ripensare a come ricominciare da capo. Credo che siano serviti anche a Dio per pensare e ripensare. E di fatto quando poi c’è questa nuova alleanza, Dio ha le idee ben chiare. Molto chiare perché lui fa una promessa all’umanità intera, a tutta l’umanità, a noi stessi oggi fa questa promessa: D’ora in poi, mai più diluvio. D’ora in poi mai più devastazioni. Non farò più nulla del genere. Questa cosa vuol dire: ma quanto grande è la fiducia di Dio per l’umanità? Perché voi sapete un patto si fa in due, un’alleanza si fa in due. Ciascuno deve in qualche modo dare qualche cosa. Proporre e accogliere quello che l’altro gli propone. Sapete cosa Dio chiede all’uomo? In cambio di questa alleanza nuova, in cambio di questo ricominciare? Non chiede nulla per sé, non chiede preghiere, nulla che ha a che fare … ma chiederà una cosa sola: umanità! non far più altri disastri, riconosci che l’unico senso della vita non è far la guerra, ma stare in pace. In pace nel proprio cuore, in pace con la propria famiglia, in pace con l’umanità intera. Mi piace questo Dio che ci mette la faccia e che per primo mette bene in chiaro qual è il suo patto, qual è la sua alleanza. E allora possiamo comprendere bene qual è la nostra vocazione. La vocazione dell’umanità è quella di non creder più nella violenza, perché Dio stesso poi si pente di aver mandato il diluvio, anche lui si è fatto un po’ fregare. Violenza chiama violenza, sempre. 

La nostra quaresima quest’anno inizia con una foglia di ulivo e terminerà sempre con qualche ramo di ulivo, vi ricordate, la domenica prima di Pasqua, la giornata delle palme e degli ulivi. E poi l’ultimo giorno di vita di Gesù nell’orto del Getsemani, sotto all’ulivo. L’ulivo lo sappiamo, è proprio il segno della pace. Quanto c’è bisogno ancora di questa pace…quanto c’è bisogno ancora che l’umanità comprenda che l’unico modo per crescere è quello di vivere nella pace. Chissà se prima o poi ci sarà dato.

Una parola su questo vangelo. Insomma passiamo dal diluvio, sommersi dalle acque, a un deserto, dove l’acqua non c’è quasi mai. E in questo deserto incontriamo Gesù. Gesù che vive quaranta giorni in compagnia degli angeli e delle fiere, dei diavoli in qualche modo. Non è una sua scelta. E’ lo Spirito che lo spinge ad andare nel deserto. E noi sappiamo che in effetti questo è in qualche modo un’iniziazione, una prova di maturità, insomma, perché quando tornerà dal deserto comincerà veramente la sua vita missionaria, evangelica, non smetterà più fino all’ultimo giorno. Che cosa deve comprendere Gesù nel deserto? Anche lui è messo alla prova, per cui, ragazzi, tranquilli! se è stato messo alla prova lui! Ci tocca essere messi alla prova. E forse il vangelo all’inizio della quaresima sta a dirci proprio questo: addirittura sembra un passaggio obbligato per la nostra crescita, che la vita ci metta alla prova. Chiaro che quando sei nella prova vorresti solo uscirne, vorresti solo superarla, ritornare a stare bene. Però magari in questa quaresima ogni tanto fatti semplicemente questa domanda: chissà perché questo momento è così? Chissà se mi potrà aiutare a crescere? 

Ho vissuto con un gruppo di amici un week end all’insegna del libro del Qoelet. Piccolissimo libro della Bibbia che tutti conosciamo per alcune …per questo canto del tempo in cui si dice, c’è un tempo per nascere e un tempo per morire un tempo per far pace e un tempo per far guerra … 

Abbiamo compreso in fondo che la vita è così, la vita anche se noi vorremmo togliere ovviamente la guerra la morte, le cose negative, pesanti, la vita di suo continuerà a regalarci tutto. A noi di provare di provare… qualcuno dice addirittura di provare a danzare sotto la pioggia, di provare a danzare tra questi opposti. Perché tanto ci saranno sempre. Come vi ricordate quel giorno in cui Gesù nella parabola parlava di grano e di zizzania che crescevano nello stesso campo. Gesù dice no, lasciate che anche la zizzania cresca. Perché piuttosto che perdere una sola spiga di grano, lasciate che crescano insieme. Alla fine ci sarà poi qualcuno che metterà insieme le cose, ma non è affare nostro. Alla fine. A noi chiaramente di spendere tempo per far crescere il nostro grano buono. 

Un pellegrino a Santiago de Compostela scriveva: la fame, la sete, il dolore, la paura, sono lasciate al pellegrino perché si rallegri dell’ospitalità, dell’amicizia, dell’acqua e del pane. Perché li riconosca e capisca nella sua carne e nel suo corpo come è stato il deserto, il digiuno, la tentazione e cosa sia la dolcezza di Gesù e il suo perdono. Perché la verità di una cosa si attacca solo alle ferite che sanguinano di desiderio. Allora prepariamoci perché se vivremo una vita vera in questi quaranta giorni di quaresima sicuramente avremo i nostri momenti bui, le nostre tentazioni, le nostre fatiche, ma potremo guardarli con altri occhi. Proviamo a pensare che in qualche modo saranno momenti preziosi anche quelli. Io credo che questo è un po’ il segreto di questi riti e di questi tempi per preparaci alle feste più belle e più preziose della nostra fede. E allora che questi quaranta giorni siano veramente per te, per ognuno di noi, possano essere l’occasione e il tempo di tornare un po’ all’essenziale, alle cose che contano di più. Fermarti soprattutto per guardare, per capire chi sei. E avere il coraggio di guardare in faccia forse a qualche tua paura, e magari riuscire a comprenderla un po’. E se non oso chiedere troppo anche ad osarla. 

Ora il tempo è vicino, ora Dio è vicino. Ora. Non domani. Ora. 

 

 

VIB – 11 febbraio 2018 – Lv 13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1;  Mc 1,40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte..

Un lebbroso, il più malato tra i malati. Perché questa non è solo una malattia fisica terribile, ma come abbiamo ascoltato soprattutto nella prima lettura, è una malattia che tiene lontano da tutto e da tutti. Sei rifiutato, la legge di Mosè dava appunto tutta questa serie di cose da fare per un lebbroso. Per cui era non solo castigato per la sua malattia, ma era anche castigato dagli uomini, e per loro era anche castigato da Dio. Insomma: peggio di così… Vi ricordate l’episodio del lebbroso che è narrato nel vangelo di Giovanni, in cui a un certo punto gli scribi chiedono: “Ma, Gesù, ha peccato lui o i suoi genitori per essere lebbroso?”. Insomma, per gli scribi sembra quasi che non esista una persona, sembra che esista semplicemente un caso. Per Gesù invece esistono solo le persone. Una ad una. E’ bello che questo lebbroso non abbia nome. Quell’altro si chiamava Bartimeo; questo del vangelo di Marco non ha nessun nome. Come a ricordarci che forse veramente ognuno di noi, come dicevo all’inizio, per qualche tempo nella vita forse ha vissuto esperienze del genere, la solitudine, il giudizio, essere isolati, essere allontanati. Quest’uomo, pur essendo nella miseria più piena, ha un’espressione bellissima nel suo presentarsi davanti a Gesù. E’ come quasi a ricordarci che nonostante il peggio che ci possa essere, uno può sempre conservare nel proprio cuore almeno un angolino pulito, puro. Se vuoi… Se vuoi, puoi guarirmi, puoi purificarmi. E’ quasi come se chiedesse a Gesù, quest’uomo: “Ma Dio, come vuole i suoi figli? Come vuole noi umanità? Ci vuole malati o ci vuole guariti?”. E la risposta di Gesù ovviamente è molto semplice. Lui non ha nient’altro da fare in questo suo girovagare per la Palestina in quegli anni se non quello di rispondere a queste domande. E a tutti dirà sempre: “Lo voglio, guarisci”. Lo dirà a Lazzaro, quando gli dirà, “Lo vogli! Esci fuori!”. Lo dirà alla figlia di Giairo: “Lo Voglio! Alzati!”. Tutti questi Lo Voglio! Come a dire: uomo, donna, io voglio sempre che tu guarisca. Non c’è malattia sulla faccia della terra che non si può guarire. E allora ripetiamocelo un po’ più spesso anche noi. Dio ci vuole solo figli guariti. Allora sappiamo che Gesù ha a cuore solo questo per noi.  Questa gioia, questa felicità, questa vita piena. Vera. In effetti, tutto il Vangelo è il racconto di una guarigione. Perché abbiamo capito: quest’uomo, questo lebbroso non ha bisogno solo di essere guarito dalla lebbra ha bisogno di risorgere completamente in questa sua vita persa. E allora che bello sapere che Gesù ci guarisce tutti, senza chiederci nulla in cambio. E vediamo un po’ cosa succede in questo incontro tra un lebbroso, che per prima cosa ovviamente disobbedisce alla legge. La legge gli imponeva di stare lontano da tutto e da tutti. Ecco la prima disobbedienza. Disobbedisce alla legge, questo uomo. Perché ovviamente ha bisogno di risorgere, di rinascere, di guarire. Quando sei malato, non desideri nient’altro che di guarire, per cui sei disposto a tutto. Ma anche Gesù è disposto a tutto. Se ne frega della legge, perché anche lui non avrebbe potuto toccare quell’uomo. Se tu tocchi un impuro, diventi impuro per la legge, semplice. Elementare. Gesù se ne frega, si avvicina, accoglie quest’uomo, tocca, lui che non avrebbe potuto toccare l’intoccabile. Lui invece ama l’intoccabile. Sembra quasi ricordarci Gesù oggi: non esiste puro e impuro, o siamo tutti puri o siamo tutti impuri. E io oggi sono qua per ricordarti semplicemente che ogni uomo vale più di ogni altra cosa, più della legge intera di Mosè. “Ne ebbe compassione” dice il vangelo. Questo verbo dolcissimo, avere compassione. In effetti di fronte al dolore fisico, al dolore morale, spirituale, chi è che non ha compassione? chi non si ricorda alcune scene, alcune fotografie, alcune immagini, per cui bastava quella per sentire dentro qualcosa muoversi nel cuore, nelle viscere, sentire un groppo alla gola, e magari due lacrime scendere sul viso. Ecco è questa la compassione. Sentire con, avere veramente questa unione con questa persona che ti sta davanti. Compassione…un verbo che descrive… che viene dalle viscere della donna, dall’utero della donna, della madre. Ecco: la compassione, forse, per provare a descriverla meglio, è ciò che ogni madre sente nei confronti del proprio figlio, qualsivoglia possa essere la situazione e il comportamento di un figlio. La compassione è quella che dovremmo avere un po’ di più tra di noi. Compassione fa rima anche con qualcosa che ha a che fare, come dicevo, con le nostre passioni. Io non so… amo ovviamente in questa messa salutare le persone che riesco a salutare prima di incominciare. E’ un modo per guardarsi negli occhi, stringersi una mano, un abbraccio. Ma, veramente! non potrei iniziare la messa se non facessi questo, ormai. Perché è un rito per me, mi serve per sentire, sentirvi. E’ un po’ una commozione. Provate anche voi. Dopo aver provato compassione Gesù toccò, prese la mano di quest’uomo e lo toccò. Qualcuno dice che ogni guarigione comincia quando qualcuno ti tocca con amore. Ecco dovremmo saperlo tutti, dovremmo sentirlo bene tutti questo. Soprattutto magari chi ha più a che fare con il dolore e la malattia. Ogni guarigione inizia quando qualcuno ti tocca con amore. Mi piace allora Gesù che non guarisce con un rito, un dogma, ma semplicemente con una carezza. Ragazzi, una carezza guarisce molto di più di un sacco di medicine. E questa guarigione per quest’uomo è veramente una resurrezione. Quest’uomo, finalmente, potrà sentirsi non più rifiutato. Potrà sentirsi anche lui … potrà abbracciare anche lui persone, finalmente! Potrà stare con la gente e potrà finalmente non gridare più Impuro! Impuro! Gesù ci insegna forse che è indispensabile nella vita toccare le cose con le mani, sporcarsi le mani. Certo è rischioso, puoi infettarti, ma credo che sia l’unico vero modo per conoscere le persone che incontriamo. Toccarsi. Perché è solo se qualcosa veramente l’hai toccata con le mani – “toccare con mano le cose” diciamo, che poi vuol dire che l’hai fatto tu, l’hai sperimentato – alla fine puoi raccontarla. E’ solo questo che nella vita possiamo dire. Solo quello che abbiamo vissuto. Allora che bello questa resurrezione che oggi celebriamo, ogni domenica. Ogni messa è una resurrezione. Non è solo per il lebbroso, potrebbe essere per ognuno di noi. E per qualcuno lo è. La disobbedienza non è ancora finita, il lebbroso che disobbedisce e va vicino a Gesù, Gesù che disobbedisce alla legge e lo tocca, e di nuovo il lebbroso disobbedisce a quello che Gesù gli chiede: “Stattene zitto, vai dai sacerdoti”. No, lui fa il contrario. Questo vangelo è un po’ sovversivo. Ma potete immaginare, una persona che risorge, se ne sta zitta? Non c’è Dio che tenga, secondo me è proprio come provare a nascondere la primavera quando arriva. Impossibile. E veniamo a questo ultimo pensiero. Veniamo un po’ a noi. Possiamo chiederci chi sono i lebbrosi oggi. Beh insomma, non facciamo fatica a elencare una serie di categorie di persone: gli emarginati, i barboni, le prostitute, gli immigrati, insomma la lista è lunga. Forse oggi questo brano di vangelo ci invita ad essere un po’… ad andare un po’ contro a questa legge che vige e a sporcarci un po’ le mani, ad aver uno sguardo un po’ di amore verso le persone. Vi racconto questa ultima storia, vera. Qualche settimana fa arriva una donna, che mi racconta la sua storia, una donna, una storia normale, la sua giovinezza, credo come tanti di noi: la casa, la scuola, l’oratorio, tanto che Dio per lei è veramente la cosa più importante. Studia per diventare insegnante di religione, comincia, e con la giovinezza arriva l’amore. L’amore è però per una persona che ha qualche anno più di lei e ha già visto terminare il suo matrimonio. Per cui è divorziato.  Ma l’amore sapete che è più forte di qualsiasi cosa per cui per questa donna non c’è un amore più forte per questo uomo o per Dio, sono la stessa cosa per lei, e ovviamente si sposano, civilmente. Dal momento in cui si sposa ovviamente subirà tutte le varie separazioni che la nostra legge impone. Noi sappiamo: smette di insegnare religione, dà scandalo, semplicemente non può più confessarsi, non può più ricevere la comunione, non può più fare la madrina per suo nipote, non può più… insomma tutte queste cose. Questa donna ha coraggio e crede nei miracoli. Allora scrive prima una lettera a Giovanni Paolo II, poi scrive anche una lettera a papa Francesco chiedendo, chiedendo semplicemente … che cosa? Di non aver addosso questo cartello: “Impura”. Non ha nessuna pretesa. Però dopo venticinque anni, immaginatevi, di una situazione del genere, che facciamo? 

 

4 febbraio 2018 come 7.2.2021- (anno B) Gb 7,1-4.6-7 Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23 Mc 1,29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Credo non ci sia cosa più importante nella vita che scoprire chi siamo, scoprire la nostra vocazione, la nostra missione, scoprire perché siamo su questa terra e ognuno questo percorso in qualche modo deve farselo un po’ da solo, almeno qualche pezzo, e Gesù oggi in questa pagina di vangelo che ci è stata donata ci racconta qual è la sua missione. Potrebbero essere tre verbi che racchiudono quello che Gesù fa in questa giornata e che poi continuerà a fare per il resto degli anni della sua vita…guarisce, prega e annuncia. Lui ha scoperto finalmente dopo trenta lunghi anni di cammino, perché ha avuto bisogno anche lui trent’anni per capire chi era, che cosa doveva fare, qual era il suo posto sulla terra e qual era la sua missione. Allora da oggi in poi, perché queste sono le prime pagine dell’inizio della vita di Gesù pubblica come la chiamiamo noi, fa semplicemente questo: guarirà, si fermerà a pregare e annuncerà il vangelo, la parola buona per ognuno.

Guarisce…certo che questo primo miracolo di guarigione non è uno di quei miracoli così eclatanti, questa donna suocera di Pietro aveva la febbre, alzi la mano chi quest’inverno non ha avuto un po’ di febbre, capita un po’ a tutti, guarire una donna dalla febbre è proprio un piccolo miracolino possiamo dire. La suocera di Pietro aveva forse le sue buone ragioni per essere infuocata, questa donna non credo abbia preso molto bene l’arrivo di Gesù perché Gesù chiama i primi apostoli e Pietro è uno di questi. Simon Pietro…e se Pietro lascia la sua famiglia, moglie e figli, chi poi baderà a questa famiglia? Per cui questa donna forse possiamo immaginare che non fosse molto contenta di incontrare Gesù perché quest’uomo arrivava e gli portava via la persona più importante della famiglia, porta avanti la vita. E poi di fronte a questo invito di Gesù c’è questo avverbio che nel vangelo di Marco ascolteremo più volte “subito”, come dire ”c’è bisogno di fare le cose di fretta perché è arrivato il tempo”. Pietro e gli altri lasciano le reti e seguono Gesù. Io credo che Gesù, quando entra in quella casa, per il suo modo di sentire le persone, di avere questa cura e attenzione agli altri, comprende questa cosa e allora intuisce che questa donna può avere qualcosa con lui. Gesù potrebbe semplicemente andare oltre ma credo che lui ha a cuore ogni persona che incontra, ha questi occhi capaci di andare sempre in profondità, di scoprire quello che c’è oltre l’apparenza e allora per questo lui compie questi gesti così attenti, così di cura, così capaci di guarire immediatamente questa donna. I gesti sono semplici, l’evangelista ce li racconta in una riga. Per primo Gesù si fa vicino, si avvicina a questa donna proprio perché forse sentiva un po’ di distanza, la prima cosa da fare era avvicinarsi, rompere questo possibile muro che ci poteva essere tra loro. E’ un primo insegnamento anche per noi, anche noi abbiamo forse qualcuno col quale abbiamo dei problemi ad avvicinarci. Gesù questa sera ci dice ‘abbi il coraggio di fare tu il primo passo, prendi l’iniziativa, non lasciare che il tempo faccia diventare questo muro ancora più alto’…lo sappiamo, non c’ bisogno che ce lo dica lui perché siamo esperti purtroppo in muri con le persone. Non basta avvicinarsi “Gesù la prese per mano”…prendere per mano qualcuno. Quando ci si incontra è facile salutarsi tendendosi la mano ma credo che questo prendere per mano sia un po’ diverso. L’altra sera sono andato a trovare una signora dell’età della mia mamma e per mezz’ora non ci siamo lasciati la mano, mi ha ricordato che dopo l’operazione di mamma non potevi far nient’altro che stare lì e tenerle la mano, nulla di più, nulla di meno. Ma questo cambia tutto perché una mano guarisce. 

Papa Francesco ha questa bellissima esclamazione ‘Per cambiare il cuore di una persona infelice bisogna anzitutto abbracciarla’. Ecco mi piacerebbe andare un po’ oltre questo prendere per mano perché noi tutte le volte che siamo a messa in qualche modo allo scambio della pace ci prendiamo per mano…sarebbe bello che ogni tanto osassimo anche darci un abbraccio perché è qualcosa di più, è ancora qualcosa che puoi regalare all’altro. Pablo Neruda dice che 

“A volte un abbraccio,

quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt’uno,

fissa quell’istante magico nell’eterno.

Ma il più delle volte un abbraccio

è staccare un pezzettino di sé

per donarlo all’altro

affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”.

Sì perché un abbraccio rimane, c’è qualche cosa che lega le persone che si abbracciano e infatti Gesù credo che in qualche modo abbracci questa donna perché la sollevò, vuol dire che l’abbracciò per alzarla. Che bello questo susseguirsi di attenzioni di Gesù che prima la incontra, la guarda, le sta vicino, la tocca e poi aiuta questa donna a risorgere perché il verbo che parla di questo sollevarsi è lo stesso verbo che si usa nella resurrezione, Gesù si ‘sollevò’ risorgendo. Questa donna ha bisogno di risorgere non solo nel corpo ma anche nell’anima, ha scoperto finalmente che Gesù non è assolutamente un suo nemico ma anzi questo incontro potrà essere forse quello più prezioso per l’intera vita.

Luigi Pintor, giornalista ateo, dice che “non c’è nell’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro cingendoti il collo possa rialzarsi”.

Mi piace allora questa pedagogia di Gesù, a lui non interessa proprio se le persone che incontra possono avere qualcosa con lui, chi ha ragione o torto. Credo che nel cuore si sia fatto semplicemente questa domanda ’cosa posso fare io perché questa donna stia meglio?’ ed è la domanda che forse sarebbe il caso di farci un po’ più spesso perché nelle relazioni o si vince insieme o si perde entrambi, non c’è mai uno che vince e uno che perde.

Questa piccola guarigione è l’antipasto di guarigioni che poi saranno copiose, infatti la sera stessa aspettando che il giorno di sabato finisca, davanti alla casa di questa donna che ormai ha ripreso tutte le forze e si mette a servire, a fare, a dare vengono tutti a farsi guarire e Gesù si prenderà cura di loro finché ce n’è bisogno e poi finalmente si va a dormire. La mattina presto prima che sorga ancora il sole Gesù ha bisogno, probabilmente aveva dato tanto, quando dai tanto hai bisogno poi di prendere altrettanto, nessuno può pensare di continuare a dare, ogni tanto fermati, il mondo non lo salvi tu. C’è bisogno di fermarsi e di andare sul monte, non va di nuovo nella sinagoga Gesù a pregare, per cui non c’ bisogno di passare sicuramente in chiesa per pregare, si può pregare in qualsiasi posto. Gesù preferisce spesso pregare in solitudine, nel deserto perché nel silenzio quel vuoto si può riempire, si può colmare di incontro con Dio. Quella mattina Gesù non poté pregare molto perché Pietro arrivò ‘tutti ti vogliono, ti cercano’ e Gesù sa dire anche no, c’ bisogno di fare altro ’non sono venuto solo a guarire, solo a pregare, sono venuto soprattutto ad annunciare’ perché questo in fondo è il compito più importante che lui si dà ‘sono venuto perché predichi anche agli altri’, questa è la sua esclamazione finale. Per cui andiamocene altrove, abbiamo il coraggio di osare, di andare oltre, non di fermarci sugli allori…quante persone possono aver bisogno di noi sempre ma non ci si può fermare ai propri tre o quattro amici. Ogni tanto bisogna avere il coraggio di andare un po’ oltre gli steccati che ci costruiamo. Credo che ci sia una missione unica per tutti, che tutti insieme abbiamo e credo sia la missione di volerci bene. Ognuno di noi in questa vita piena, a volte anche stressante, fin troppo abbondante ha bisogno di fermarsi, tu non puoi dare niente all’altro se prima non dai qualcosa a te stesso, amerai gli altri se saprai amare te stesso, è una regola molto semplice ma chiara. Ecco perché è la missione di tutti volersi bene. Questo è l’invito che vi faccio per questi giorni a venire: prendetevi un po’ di tempo perché questa è la prima regola, per nutrirsi di cose buone bisogna prendersi il tempo, poi il tempo sceglierai tu quello che ti serve oggi, quello più prezioso e quando avrai bisogno di ritagliarti un po’ di tempo prezioso con Dio o di stare con il tuo amico, ad ognuno di regalarsi un po’ di tempo, il tempo più prezioso che è quello che ti fa star bene per poter dare questo tuo bene agli altri. 

                                                                                                               Giorgio

 

28 gennaio 2018 come 31.1.2021- (anno B) Dt 18,15-20 Sal 94;  1Cor 7,32-35 Mc 1,21-28

Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. 25E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

 

Uno dei più grandi filosofi della storia Tommaso D’Acquino diceva che “La meraviglia è l’inizio della saggezza”. La meraviglia si impara come tutte le cose della vita. Qualcuno può avercene un po’ di più o di meno all’inizio ma poi ogni cosa va masticata, va curata, devi crescere insieme alle cose. Poi un giorno ti accorgi che le hai acquistate, magari anche a peso d’oro se sono cose così preziose e credo che lo stupore sia una di queste cose. La meraviglia è veramente l’inizio della saggezza perché ti fa guardare il mondo con occhi diversi. Per cui la prima domanda oggi credo sia proprio questa: ma tu sai ancora stupirti? “Il nostro scopo nella vita dovrebbe essere vivere nella meraviglia che hai accanto, svegliarsi la mattina e guardare il mondo in maniera da non far più nulla per scontato, ogni cosa è sempre stupenda, essere spirituali significa lasciarsi meravigliare. La meraviglia ha a che fare con la saggezza, la meraviglia ha a che fare con la spiritualità, insomma stiamo parlando di qualcosa di veramente prezioso, forse una delle cose più preziose della nostra vita. 

Credo che il mondo nel quale viviamo ha i suoi trucchi per attirare il nostro stupore. Il trucco del mondo oggi è abbastanza facile da comprendere e poi credo nessuno possa alzare la mano e dire di essere indenne perché nel mondo in cui viviamo noi gli stimoli sono quotidiani, da tutte le parti ci arrivano stimoli sempre più nuovi me ci fanno credere che la felicità abiti nell’avere qualcosa in più, nel possedere qualcosa di bello, prezioso, il cellulare nuovo che il giorno dopo è già vecchio, sono le leggi di questo nostro mondo. E’ così, il consumismo è proprio questa regola: non ti basterà mai niente, devi sempre inseguire la carota che hai davanti. Pensate se invece di lasciarsi fregare da questi stimoli che ci arrivano imparassimo questa nuova regola, semplicemente a guardare con occhi nuovi la realtà. “L’unico vero viaggio non è andare verso nuovi paesaggi ma avere altri occhi”, è quello che vi auguro, che mi auguro, avere sempre gli occhi miei nuovi, non tutto quello che c’è fuori perché è come guardi tu le cose che cambia, la realtà sarà sempre quella, anzi, la realtà ognuno la vede a modo suo. Qualche volta potremmo dire che la realtà non esiste perché ognuno di noi ha i propri occhi per valutarla, guardarla, ascoltarla e definirla.

Un giorno di primavera un uomo che camminava per i campi alzò gli occhi verso l’alto e fermatosi guardò con trasporto dicendo ”Che bello!” Un altro uomo che gli passava accanto, incuriosito alzò lo sguardo anche lui ma non vide proprio nulla e con una scrollatina di spalle proseguì il suo cammino chiedendosi “Ma che avrà visto quell’uomo lassù?” Quell’uomo lassù aveva visto semplicemente il cielo. Ecco la stessa identica cosa in due occhi diversi, ciò che cambia è lo stupore, l’avete inteso allora quanto è prezioso. Credo che lo stupore possa davvero diventare la cosa più bella che possiamo avere, costruire, possa diventare uno stupore divino, divino quando tu incontri con i tuoi occhi, sai guardare con stupore, con novità e sanno fermarsi, rallentare, gustare.

Non è solo lo stupore degli occhi quello di cui si parlerà oggi nel vangelo ma per le orecchie, per il cuore, per gli insegnamenti di Gesù per cui ci si stupisce con tutti i sensi. Per rendere lo stupore divino secondo me c’è solo questa piccola cosa da fare: quando ti incanti di fronte a qualcosa, di’ grazie, magari aggiungici anche grazie Dio, quello o stupore diventerà divino e si inscriverà nel tuo cuore.

La gente che incontra Gesù si stupisce per le sue parole e i suoi insegnamenti, insegnamenti che hanno un’autorità. Le parole…il nostro modo di relazionarci passa tanto attraverso le parole e sappiamo perfettamente quanto hanno valore le parole, sappiamo subito comprendere se una parola è vera o è vuota, se non è profonda o addirittura è cattiva, ferisce, se una parola è falsa perché si capisce, basta accendere il televisore e comprendi.

Ci sono invece delle parole che sono autorevoli e in modo poetico possiamo dire che sono le parole che colorano di bellezza la nostra vita, che aprono il nostro cuore alla speranza, danno il coraggio di essere veri, autentiche. Sono quelle parole soprattutto che in qualche modo ti ravvivano, arrivano e colpiscono nel segno. Non sono parole uguali per tutti perché per ognuno ci sono parole che ti colpiscono più di altre. Gesù ha autorità perché usa questo tipo di parole, ha la capacità soprattutto di parlare all’uomo, di essere sempre dalla sua parte, a favore, come dire che chi lo incontra comprende che quello che sta dicendo lo sta dicendo a lui, proprio a lui. E allora chi ascolta in qualche modo sente qualcosa dentro. Ci sono parole che se fossimo una chitarra suonerebbero musica, sanno suonare una melodia bellissima le parole di Gesù dentro il nostro cuore e ovviamente fanno guardare verso una sola meta, sempre l’amore. Le sue parole puntano sempre alla vita, la sanno far fiorire. Queste parole autorevoli devono essere vere, autentiche, devono passare per la vita, per la carne, per il sangue. Ecco perché mi sono fermato un po’ confrontandomi su questa parola di oggi. In effetti alzi la mano chi non ha vissuto esperienze in cui ti sei sentito che il male stava procedendo dentro di te, in qualche modo posseduto in qualche occasione più dal male che dal bene.

Che strano che questo indemoniato sia salito alla sinagoga insieme a tutti gli altri e fino a quando Gesù arriva nessuno se ne accorge, è uno come tutti. Questa è la prima cosa che mi ha fatto pensare…in effetti quando stai vivendo momenti in cui il male sta vincendo sul bene la prima cosa che fai è essere un esperto in maschere, perché ognuno di noi è capace di modellare la propria presenza a seconda di quello che gli può servire. Per cui sappiamo tutti nasconderci bene soprattutto quando c’è bisogno, quando probabilmente il male trova spazio. In questa situazione sarebbe bello avere la fortuna di incontrare qualcosa, qualcuno, una parola, una persona, un avvenimento, un fatto, qualcuno che ti dica “basta, taci” come diceva oggi Gesù e poi ti inviti a uscire dalla situazione in cui sei. Ci vuole qualcuno ovviamente che ti ami a tal punto da poterti dire queste cose guardando oltre quello che sei. Per fortuna ci sono le persone che ti sono amiche, che il Signore ti fa incontrare nella vita, gli angeli custodi i quali veramente ti aiutano a uscire da quella situazione e ti dicono” guarda che tu puoi essere veramente qualcos’altro, puoi tornare ad essere te stesso, ad essere una persona con una faccia sola, tu puoi essere veramente molto meglio di questo momento che stai vivendo in cui stai male tu e fai star male gli altri. Ovviamente quando finisci in queste situazioni non c’è nulla di indolore, ogni cambiamento è un po’ come uno strazio. Bisogna passare anche da momenti di sofferenza per venir fuori, per far tornare fuori quello che tu sei realmente provando ad essere un po’ più vero.

E allora beati quelli che hanno amici capaci realmente di guardare oltre il male che stiamo vivendo, quello che tu hai dentro e sanno indicare una strada…e magari ti prendono per mano e questa strada la fanno con te. Che bello allora avere qualcuno che ha gli occhi come Gesù che sa vedere oltre, sa vedere in questo cambiamento che stai vivendo il miracolo che ci sarà dopo. Questi sono gli occhi di Gesù di fronte sempre a tutto e a tutti, soprattutto alle persone che ne hanno più bisogno.

Che bello allora anche per noi questa sera se sapremo un po’ meravigliarci davanti alle parole buone di Gesù per noi, di fronte alle sue braccia sempre spalancate, di fronte anche a queste parole dure che ogni tanto ha bisogno di dirci “basta, puoi essere veramente molto meglio di quello che sei”. Mi piace Gesù che non fa molti discorsi sul male, semplicemente si fa vicino e l’unico suo scopo è sempre questo: liberarti dal male per farti vivere nel bene e nella possibilità di spiccare il volo. Mi piace pensare che Dio non imprigiona, se vi sentite oppressi da Dio vuol dire che non è Dio. Dio è colui che libera, non può costringere niente e nessuno perché Dio è venuto per demolire tutte le prigioni di male, per bruciare quello che non ha a che fare con l’amore. E allora l’auguri per voi questa sera che nello stupore, nella vita nuova sappiate avere il coraggio della libertà, il coraggio della verità. Che questo sia l’augurio più bello sapendo che Gesù è qui solo per questo, per liberarci.

 

14 gennaio 2018 come 17.1.2021- (anno B) 1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13c-15a.17-20;  Gv 1,35-42 

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.
Mi piace sempre pensare Giovanni Battista nel suo luogo preferito, il deserto perché il deserto potrà essere spoglio, senza nulla, vuoto ma è infinito e allarga lo sguardo, parla di libertà e credo che Dio senza queste cose non lo si possa trovare, senza uno sguardo aperto e libertà nel cuore. 

Giovanni fissa lo sguardo su Gesù. Nella vita le cose per vederle bene bisogna fissarle, si vedono bene solo le cose che si fissano, nella vita solo ciò a cui tieni e ciò a cui fai particolare attenzione ti parla. Credo che uno dei peccati più grossi di questa nostra epoca sia proprio la disattenzione proprio perché quando si è troppo di corsa, quando ci sono troppe cose che abitano gli occhi, la mente il troppo è troppo, c’è bisogno di sfoltire e arrivare un po’ all’essenziale. Ed è bello questo fissare gli occhi di Giovanni su Gesù e poi alla fine del vangelo c’è Gesù che fissa gli occhi su Pietro. E’ proprio l’intensità degli sguardi, è da lì che nasce tutto.
Dopo lo sguardo, la parola “Ecco l’agnello di Dio” le parole di Giovanni per descrivere Gesù. Sono bastate queste tre parole perché due uomini si mettessero in cammino lasciando il vecchi maestro per andare in cerca di uno nuovo.
Dio che è docile, Dio che è mite, Dio che è mansueto, nulla a che vedere con il Dio forte al quale ci rivolgiamo per risolvere i problemi. Abbiamo di fronte un altro Dio oggi, abbiamo di fronte un Dio che si fa agnello del sacrificio, forse l’ultimo ucciso perché nessuno più venga ucciso.

Noi lo sappiamo che un po’ in tutte le religioni c’è il sacrificio da offrire perché Dio ti venga incontro, ascolti i tuoi favori. Ecco sembrerebbe oggi finire questo baratto con Dio, perché addirittura Dio non ti chiederà più nulla in sacrificio perché si fa lui agnello, sacrifica se stesso, non chiederà a nessun altro di spezzarsi per lui perché lo fa lui per noi, ogni volta, nell’eucarestia dove diciamo ”colui che toglie i peccati del mondo “ non perché magari togliesse un giorno tutta la cattiveria, lui toglie il seme del peccato che c’è dentro ognuno di noi. Il peccato è la mancanza di amore. Ecco cosa significa togliere il nostro peccato: semplicemente mettersi accanto a lui, farsi nostro amico e camminare con lui.
Le prime parole di Gesù nel vangelo “Che cosa cercate?”. Una domanda, la domanda più importante di tutta la vita, sempre, tutti i giorni, questa E’ la domanda più importante e non ce ne sono altre. Che cosa stai cercando in questa vita? Sono le stesse parole che quando Gesù risorge rivolgerà ala donna “Donna, che cerchi?”. Veramente questa una domanda fondamentale perché l’uomo che cosa è se non un essere in ricerca costantemente, uno che in qualche modo ha un punto di domanda piantato in fondo al cuore perché sono le domande che ci aprono il cuore per cui quando ci arrivano le domande nella vita, non abbiamo fretta a trovare le risposte, prendiamoci il tempo per abitarle un po’, proviamo addirittura ad amare più le domande delle risposte, chissà, partoriranno qualcosa di veramente nuovo. Mi piace che Gesù ci inviti più alla fede con le domande, ce ne sono tantissime che Gesù farà nel vangelo perché le domande aprono e invece Gesù non è l’uomo delle risposte perché sa che le risposte, le intuizioni chiudono. Mi piacerebbe prima o poi che il catechismo fosse fatto solo di domande non come una volta che c’era sempre la domandina e la risposta, no, solo domande. E allora quello che Gesù sembra chiedere oggi a questi due arrivati per la prima volta accanto a lui non è un’adesione fedele, un’obbedienza, qualche regola, subito formule di preghiera da donare loro, ciò che domanda Gesù a questi due uomini è semplicemente che loro due prendano la strada giusta che è quella verso sé stessi, un viaggio alla ricerca di chi sei, provare a cercare dentro di te per cercare di capire qual è il tuo desiderio più grande, che cosa vai cercando in questa vita, in qualche modo che cosa ti manca. Ognuno deve dare la propria risposta, oggi magari ti sta mancando un po’ di salute, un po’ di amore, gioia, serenità, un po’ il senso della vita o il tempo di vivere ognuna di queste cose. E’ per questo vuoto da colmare che ognuno di noi si mette in cammino verso casa perché veramente è molto più l’assenza l’energia forte che ci fa camminare molto più di quello che abbiamo che ci fa semplicemente accomodare. E allora qual è il tuo desiderio più grande sembra chiederti oggi Gesù, cosa desideri di più in questa vita, cos’è che ti rende felice? Una piccola storia tratta da Martin Buber
“I ricchi del paese le cui case erano ai confini del paese del paese stesso, usavano ingaggiare gente che vegliasse di notte sui loro beni. Una sera tardi che Rabbi Naftali passeggiava al margine del bosco, incontrò uno di questi guardiani che andava su e giù. «Per chi cammini questa notte?» gli chiese. Quello rispose, ma domandò a sua volta: «E voi per chi camminate?» Le parole colpirono lo Naftali e non poté che rispondere «Sai, non so bene dire al momento per chi sto camminando Poco dopo Naftali chiese «Vuoi diventare mio servitore?» «Volentieri», rispose quello, «ma quale sarà il mio compito?» «Di continuare a domandarmi per chi cammino”, perché veramente questa è la domanda fondamentale, chi cerchi, per chi cammini, cosa ti muove?
Credo che la vita, e ognuno di noi ne ha fatto esperienza, non avanza per ordini, divieti, colpi di volontà. Avanza per una passione, per un’attrazione a qualcosa di bello, di buono. Io credo di seguire Gesù perché Gesù mi piace, mi appassiona, le sue parole sono sempre uniche. Non mi sono sicuramente innamorato di Dio perché ci sono i dieci comandamenti o perché Dio è perfetto e onnipotente, per queste posso sempre ubbidire, ma è diverso servire da amare.
Noi purtroppo abbiamo spesso Dio uno che spesso ama rovistare nella nostra vita, nel nostro passato, un Dio così non puoi che venerare e adorare. Ma chi non ha bisogno di un Dio da amare?
Pascal un giorno scrisse  ”Sono stanco di dire Dio, io voglio sentirlo”, ecco perché ognuno di noi credo cerchi un Dio che ama, da amare e che ci ama, un Dio che in qualche modo mi porta alla gioia, mi apre alla vita, mi dà ali per volare,  questo il Dio che cerco.
Tonino Bello diceva  ”Se dentro vi canta un grande amore per Gesù e vi date da fare per vivere il vangelo, la gente si chiederà-Ma cosa si cela negli occhi pieni di stupore di costoro?”
E’ questo l’augurio per questa sera, che Dio possa essere veramente qualcuno da amare, qualcuno per cui appassionarsi, per cui sia veramente dolce mettersi al suo passo, al suo cammino e allora forse come diceva Tonino Bello “non ci sarà bisogno di annunciare niente a nessuno, basteranno i tuoi occhi”
L’ultima sottolineatura…”erano circa le quattro del pomeriggio”, questo vangelo è stato scritto tantissimi anni dopo che  avvenuto questo incontro, ma questi due si ricordavano ancora l’orario. Se vi chiedessi di quali cose ricordate ancora l’orario nella vostra vita? Quelle più preziose, quelle che hanno a che fare con l’amore, con i figli. Ecco allora, è questo che ci fa andare avanti a conoscere, a credere in Dio: quanto più ci appassioneremo a lui. Saranno queste le cose importanti, i momenti in cui ci ricordiamo “in quel momento ho sentito Dio”. Concludo con alcune parole del mio amico Gigi…
Dio è un bacio sugli occhi affinché penetrino l’orizzonte,  sui piedi che ravvivino le mie radici, sulla fronte che scuota i miei pensieri dal profondo. Dio è un bacio che toglie il peso dalla malinconia e dalla paura, che conosce di me quello che io non so, che brucia tutto quello che non è miracolo. Dio è un bacio di luce sulle mie lacrime, fuoco sui miei sorrisi, miele sulle mie amarezze, fiato alla mia voglia di libertà.

7 gennaio 2018 – Battesimo di Gesù (anno B) Is 55, 1-11; da Is. 12; 1Gv 5, 1-9  Mc 1, 7-11.

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Eravamo lì ancora anche noi ieri, come oggi, chini sul presepe, sul bambinello, insieme ai Magi a guardare la meraviglia che solo una vita nuova sa darti. E oggi il vangelo ci fa fare questo salto. Se ieri eravamo lì a toccare la terra insieme ai pastori e ai magi, a guardare nel cielo le stelle e gli angeli, oggi siamo in riva ad un fiume, in riva al Giordano. C’è Giovanni Battista che battezza con acqua e Gesù che battezzerà con l’amore. Che bello questo salto che la liturgia ci porta a fare ogni tanto. Come a dire che ogni tanto nella vita bisogna fare dei salti. Bisogna proprio aver il coraggio di lasciare quello che è stato. In effetti, se il Natale è la nascita, il Battesimo è in qualche modo una rinascita. E quante rinascite anche noi abbiamo già vissuto nella nostra vita. Davvero tante, perché ogni volta che abbiamo provato a ricominciare, ogni volta che abbiamo avuto il coraggio di lasciare morire quello che non ci serviva, e abbiamo voltato pagina, in qualche modo abbiamo rivissuto il nostro battesimo. Ecco forse allora oggi è prezioso regalarci ancora qualche istante per lasciare andare quello che non ci serve. Lasciare andare forse quel risentimento verso una persona, che magari addirittura è diventato odio, lasciare andare quel senso di ripicca verso qualcuno…lasciamole andare queste cose. Non ci serve portarle dietro. E’ bello pensare al battesimo come all’inizio di tutto. In qualche modo Giovanni ci riporta alla nascita dell’universo. A quel primo giorno in cui c’era uno spirito che aleggiava sulle acque e tutto veniva creato. E la prima cosa era la separazione tra le acque e tutto il resto.  Noi sappiamo di essere fatti quasi per tre quarti di acqua. Anche la nostra terra è fatta quasi per tre quarti di acqua, come noi. E che bello pensare che siamo tutti nati nell’acqua, anche Dio! Ha abitato i suoi primi nove mesi di vita su questa terra nel grembo di una donna, nella placenta, piena d’acqua. Ecco allora che il battesimo acquista un sapore diverso. Questo immergersi nell’acqua non è solo un bagnetto come si fa in estate, ma è veramente qualcosa di molto più prezioso, perché è immergersi in qualcosa di nuovo. In un nuovo inizio. Ognuno di noi ne ha bisogno di cominciare qualcosa di nuovo. Per Gesù il battesimo è uno spartiacque, dalla sua vita nascosta, semplice, quotidiana, a questa vita pubblica, in cui avrà un solo obiettivo, una sola vocazione: portare la Parola di Dio, quella buona, ad ogni uomo, fino ad oggi. E allora sarebbe bello pensare anche per noi oggi: dove dobbiamo immergerci? C’è qualcosa che sta aspettando che noi abbiamo il coraggio di fare? Un gesto? Una nuova avventura di vita? Il coraggio di andare fino in fondo…immergersi finalmente nel mare di Dio. Gesù si mette in fila come tutti gli altri per ricevere il battesimo di Giovanni. Io non lo so, Gesù non è nato “imparato”, anche lui scopre la vita giorno per giorno, non ha già tutto disegnato, come non è disegnata la nostra vita. Anche per Gesù credo sia veramente importante e prezioso per noi questo gesto, da sentircelo così vicino: anche lui si mette in fila come ci mettiamo anche noi in fila nella vita tante volte. Ovviamente lui non ha bisogno di nessun perdono dei peccati, ma a lui piace stare con noi. Piace starci vicini, camminare accanto. Io credo che Gesù ami molto di più sentirsi chiamare figlio dell’uomo che figlio di Dio. E in effetti se andate a cercare tutte le volte che gli viene chiesto Chi sei? La sua risposta è solo una: io sono il figlio dell’uomo. E allora è bello sapere che in fondo anche ognuno di noi è figlio dell’uomo, come figlio di Dio. Sarebbe bello veramente ogni tanto cullarci in queste parole che oggi dice a Gesù, ma che dice a ciascuno di noi: tu sei il mio figlio, l’amato, colui del quale io mi sono innamorato. Credo che ognuno di noi nel battesimo ha ricevuto questo dono grandissimo, come fosse scritto ormai nel nostro DNA di essergli figli, di avere questa parte di Dio dentro di noi. Allora forse cambia veramente tutto. Noi che pensiamo ogni tanto che siamo noi a dover raggiungere Dio…Dio invece ama raggiungerci, ama farsi compagno della nostra vita, delle nostre avventure. E mi sono chiesto: Tu vieni da me? Si sarà chiesta Maria guardando il suo ventre che giorno dopo giorno cresceva, prima lievemente poi sempre di più. Tu vieni da me? Si sarà chiesto il giovane Giuseppe nella notte tormentata in cui Dio gli ha chiesto di prendersi cura di una sposa e di un figlio non suoi. Tu vieni da me? Si saranno chiesti i pastori, quei poveri maledetti svegliandosi di soprassalto storditi dalla luce di mille angeli. Tu vieni da me? Si saranno chiesti i curiosi magi di oriente uscendo dal palazzo del folle Erode e seguendo la stella fino a Betlemme. Tu vieni da me? Anch’io molte volte me lo sono chiesto, in questa mia vita, ricca certamente di tanta luce, ma anche di ombre. E allora è bello pensare che Dio non si stanca mai di cercarmi, ma a noi tocca aprire il cuore. A noi tocca lasciarlo entrare. E Dio quando arriva squarcia i cieli. Questa immagine è la stessa immagine del Natale, quando squarciò i cieli e fece scendere i suoi angeli per annunciare la nascita di Gesù e la pace per il mondo intero. Anche quel giorno squarcia i cieli, proprio qualcosa di grande, qualcosa che poi rimane, perché quando qualcosa è squarciata auguri a rimetterla insieme! E mi pace pensare che ormai il cielo non si può più richiudere perché Dio ha scelto di abitare con noi. Anche questo cuore di Dio ci rimarrà sempre accanto. E allora sentendo questa sua presenza sarà bello anche nei momenti difficili, quelli in cui il buio magari vincerà sulla luce, ascoltare questa voce di Dio che ci sussurra Tu sei mio figlio, tu sei colui che io amo, tu sei la mia gioia…insomma tutte le parole che si dicono gli innamorati. Queste sono le parole che Dio ha per noi stasera. E per sempre. E’ bello pensare allora che questo Dio è qui. E’ qui per me, è qui per te. E’ una parola che sussurra al tuo cuore. Ce lo dice addirittura a tre voci, come in tanti canti: ce lo dice con la voce di un padre. Un padre che si compiace. Gli piace essere con te, stare con te. Davvero a Dio padre piace stare con te. E’ la cosa più importante e più bella che lui possa fare. Starti accanto in questa vita. Ed è la più bella cosa per lui avere un figlio e una figlia come siamo noi. E allora ci parla di amore anche come un figlio. Come colui che ha scelto di essere figlio, di provare questa esperienza, di provare a prendere casa nella carne di una donna. E sentire cosa significa veramente essere figli. E poi ce lo dice anche come uno spirito, con questa voce diversa. Lo spirito è quel compagno fedele che non ti abbandona mai. E allora volevo concludere con queste parole. Noi forse pensavamo a un Dio in cielo, e invece eccolo lì, a Betlemme. Noi forse ci aspettavamo un Dio spirituale, e invece è un uomo come te. Noi ci aspettavamo un Dio a cui chiedere. Ed ecco invece un bambino che ti chiede.  Ci aspettavamo forse un Dio accolto trionfalmente dalle autorità, e invece chi lo riconosce sono gli abitanti della periferia della vita. Ci aspettavamo forse un Dio forte, un Dio potente, ed invece è un bambino che chiede l’ansia della ricerca per trovarlo, come sanno fare i Magi. E allora forse la sorpresa più grande: mi aspetto un Dio a cui dimostrare di essere buono e invece Dio, prima di quello che posso fare io, mi ama perché lui sa solo amare.

1 gennaio 2017 Nm 6, 22-27; Sal.66; Gal 4, 4-7 Lc 2, 16-21.
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

E’ bellissima la prima parola regalataci quest’anno, un benedizione ricolma di luce con cui prende avvio questo anno che inizia. Cosa può esserci di meglio di una benedizione piena di luce. Sì è quasi come un’imposizione che Dio fa: tu Mosè, tu Aronne, dovete benedire continuamente i vostri figli. Continuamente vuol dire che una benedizione non si dà solo quando si merita. La benedizione è un po’ come la gratitudine, bisogna imparare ad usarla un po’ più spesso. Non si può dire grazie solo quando ci viene donato qualcosa. Bisogna veramente incominciare un nuovo corso, incominciare a dire grazie per mettere nel mondo questa gratitudine. Poi forse sarà più semplice più facile, che qualcosa ti arrivi, ti ritorni, se tu lo metti in circolo. Che bello questo Dio che allora non impone divieti o dogmi, ma oggi solo ci benedice. La benedizione cos’è se non un’energia che ti arriva fino nel profondo del cuore una forza che ti rende fecondo di vita, abbondante. Sì, una benedizione che ci avvolge, che scende dentro di noi, fino ad arrivare al punto più intimo, proprio quel luogo dove noi siamo puri. C’è un luogo dentro di noi dove nessuno mai potrà…potrà sporcarmi. Come se fosse questa scintilla divina che ognuno di noi ha dentro di sé. E Dio lì continua ad abitare sempre, anche e nonostante quello che noi siamo. Benedire cosa vuol dire? Semplicemente “dire bene”. Amo sempre questo episodio tratto da Tonino Bello: “La benedizione di Dio si ottiene benedicendo, dicendo bene. Io sono convinto che se quando voi sarete scesi dalla macchina perché avete accompagnato uno all’ospedale, che non aveva possibilità, e la mamma di quel tale vi dice: Dio vi benedica, quella benedizione vale molto di più di tutte quelle che potete ricevere dal parroco o dal vescovo o dal papa. Quella benedizione vale più di ogni altra cosa.” Come si fa a benedire? Ce lo spiega proprio questa prima lettura: “Il Signore faccia risplendere per te il Suo volto.” Ecco cosa è la benedizione. E’ una luce che in qualche modo deve riflettersi nel tuo volto. Sembrerebbe poca cosa. Eppure è essenziale, perché il nostro volto, i nostri occhi sono la finestra sul nostro cuore, su quello che ci abita. E allora brilli oggi il volto di Dio in te. Scopri in questo anno che sta per iniziare questo Dio pieno di luce, luminoso. Un Dio oserei dire solare. Tanto quanto il sole che c’era oggi, che era pazzescamente luminoso, in questi giorni, stiamo vivendo forse… quasi non ce ne accorgiamo più di quanto sono belle queste giornate. La presenza di Dio è questa luce sul volto. Per cui non chiediamo benedizioni diverse. Sì, ovvio che, nessuno si può nascondere che viviamo dentro tempi difficili, ci mancherebbe, di crisi. Ogni giorno ce ne è una. Ma credo che in questo primo giorno dell’anno bisogna chiedere l’essenziale, non le solite cose, la fortuna, la salute, quella roba lì insomma. Ma chiediamo semplicemente un po’ di luce. Oggi ci possa bastare un po’ più di luce. Perché poi vedi le persone che hanno un po’ più di luce negli occhi: sono le persone che non hanno bisogno di altro. E non sono sicuramente le persone arrivate, le più ricche, no. Sono quelle che abitano una ricchezza interiore. E conclude, questo Dio che parla a Mosè e ad Aronne: il Signore ti faccia grazia. Io non so quest’anno cosa ci riserverà, non so. Staremo tutti a vedere. Staremo tutti in attesa. Ma l’unica cosa certa che questa sera il Signore ci dice è questa: il Signore ti fa grazia. Che vuol dire che il Signore si rivolgerà verso di me, verso di te, si prenderà cura di me e di te. Mi farà grazia di tuti gli sbagli. Sì perché fare grazia vuol dire anche proprio perdonare. Camminerà con me, soprattutto quando è più difficile, nella prova. E sono sicuro che questo fare grazia è sentire la presenza del respiro di Dio accanto a me. A lui non sfuggirà niente. Non fuggirà il nostro sorriso e neanche le nostre lacrime. Qualunque cosa mi succederà quest’anno Dio sarà qui, chino su di me e mi farà grazia ogni giorno. Il Vangelo invece ci fa tornare a Natale. Oggi sono otto giorni per cui questa settimana abbiamo provato a vivere il Natale. E oggi in qualche modo continuiamo a ricordare l’avvenimento che ci invita a rinascere, ci invita a rinascere. Io non so se siamo riusciti un po’ a rinascere in questi giorni, il Natale serve solo a questo. Non può essere solo ricordare una bella storia di duemila anni fa. Sappiamo perfettamente quello che è successo. Ma ricordare a cosa può servire se poi questa cosa non ci tocca il cuore. Allora la nascita di Dio ci ricorda che dobbiamo continuamente rinascere anche noi alla vita. Non nasciamo mai abbastanza. E Maria che cosa centra allora? Oggi ci viene a insegnare come si fa a rinascere. Uno dei modi per rinascere è questo: custodire nel tuo cuore quello che accade. Custodire, meditando nel tuo cuore. E’ come se Maria riesce a tenere un filo d’oro che tiene insieme tutto quello che le accade. E quello che accade lo sappiamo perfettamente anche noi, nella nostra vita accade di tutto. Ci sono degli opposti che tante volte facciamo così fatica a credere che sono dentro di noi. In effetti Maria sta vivendo sulla sua pelle questi opposti, perché il tutto accade in una grotta, in una stalla, ma insieme a questa grotta e a questa stalla ci sono poi vicini invece una moltitudine di angeli. E’ una piccola mangiatoia, dispersa e dimenticata da tutti, ma viene annunciato un regno che non avrà mai fine. Quanti opposti, bisogna provare a tenere dentro nella vita. La vita comunque è questa. Non ce ne sono altre, è quella che stiamo vivendo giorno per giorno. E allora a cosa serve tenere, serbare, serbare ognuna di queste cose che ci accade? Serve semplicemente forse solo a questo: ci saranno giorni quest’anno in cui tutto non sarà così chiaro, tutto qualche volta diventerà buio, sarà come camminare senza riuscire a comprendere nulla di quello che ci sta accadendo. Capiterà! Perché negli opposti della vita tutto ci sta. Ecco cosa serve serbare invece le cose più preziose dentro: serve a fare un tesoro. Più questo tesoro che hai dentro è ricco, e più potrai usarlo quando ti servirà. E allora che ognuno di noi possa non lasciarsi fregare dalle delusioni, dal buio, dalla tristezza, ma ognuno di noi sappia sempre scorgere questa luce, questa benedizione di Dio per tutta la vita. E benedizione ha a che fare come dicevo prima con gratitudine. Come a dire grazie. Proviamo veramente a spargere questi grazie nel mondo. Quanto ce n’è bisogno di grazie! Un piccolo ricordo sul grazie. Un po’ di anni fa ormai sono una ventina di anni fa, c’era il mio superiore, ero nel convento di Crema, di questi giorni, Natale, Pasqua, i momenti in cui proprio veramente i frati ogni tanto lavorano! Soprattutto in questi giorni…noi lavoriamo di più quando voi…figuratevi quanto lavoriamo in confronto a voi. Però in questi giorni almeno si arriva sempre anche un po’ stanchi, un po’ … e allora, la cosa più bella di questo mio superiore è che si arrivava al pranzo di Natale per dire che finalmente un po’di cose erano accadute. E lui semplicemente diceva: GRAZIE. Non sembrerebbe così difficile dire grazie. Ma tante volte è come se rimanesse lì questo grazie. Semplicemente proviamo a dirlo un po’ di più. Io sono sicuro che qualche grazie di più sulla faccia della terra può cambiare la storia dell’universo.Grazie.

Natale Anno B – 25 dicembre 2017 Is 52,7-10  Sal 97;  Eb 1,1-6 Gv 1,1-5.9-14

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Il prologo del vangelo di Giovanni è teologico naturalmente. Vorrei riportarvi un po’ invece a quello che è la carne e la storia di questo Natale, facendovi questo piccolo regalo se riesco.Ho provato a mettermi nei panni di Maria e a rivivere quell’ultimo giorno prima di partorire. Allora se volete, per riuscire ad immaginare un po’ meglio, potete chiudere gli occhi. I bambini invece non ne hanno bisogno, loro sognano anche ad occhi aperti! Così per me Maria poteva aver sentito… ‘Siamo partiti da Nazareth eravamo in tanti, in tanti, carichi di un viaggio da compiere, non voluto, non sognato. Giuseppe ed io ci separiamo presto dalla carovana. L’abbondanza del ventre mi costringe a fermarmi troppo spesso, ed è scritto che, giunti a Betlemme, ‘la casa del pane’, non ci sia una briciola di posto per noi in alcuna casa. Il tramonto ci regala l’ultima carezza del giorno e il freddo si fa subito pungente. Il mio Giuseppe ha occhi buoni e scova una piccola grotta, naturale. I miei occhi, entrando, la sognano scolpita dal vento, e ciò mi basta per aprirmi al sorriso. In quel ricovero per animali il nostro ciuchino trova compagnia e noi un po’ di tepore: due capre ed una mucca sono un ben di Dio per ogni famiglia, la provvidenza non manca mai di farsi amica di chi ha bisogno. Certo non era questo il posto dove sognavo di dare alla luce Gesù, ma tutto sembra scritto, come a voler compiere un disegno, come se l’ultima pennellata sia sempre e solo nelle mani di un artista divino. Lo sento, è giunto il momento. Vibro, ogni lembo della pelle freme, mi bagno tutta, inondo il mondo, le cateratte si squarciano, la diga non tiene più: un terremoto della carne, è il travaglio. Respiro, o almeno ci provo. Ogni tanto il corpo trasale come se piccoli pugnali si conficcassero nei fianchi. Giuseppe mi offre le sue braccia e conficco le mie unghie nelle sua carne. Una contrazione, due, tre e nello spasimo un urlo, uno squarcio. Gesù nasce così, come ogni pargolo di uomo e di donna. Solo così poteva nascere, come ognuno di noi, tra lacrime e sangue, dolore e gioia che si mescolano, confondendosi. Ecco giunto finalmente il momento della verità. L’annuncio di Gabriele sarà vero? Sarà un maschio? Davvero ho custodito e coltivato il cuore di Dio per nove mesi? Ed ora sarò capace di portare avanti questa piccola vita? Questa notte ho imparato che se Dio ha scelto di farsi così piccolo da stare nelle mani di un uomo, chi vorrà incontrarlo dovrà prendersi cura della vita, della più piccola vita che nasce, che vive, di quella accanto a te. Un solo ricordo porterò nell’intimo dell’intimo, la pelle morbida di Gesù sulla mia, un abbraccio divino, l’abbraccio più bello.’ Spero di avervi portato un po’ lì in quella grotta, a gustarci anche noi quello che quel giorno è accaduto, quella notte ha partorito. Mi piacerebbe che anche noi fossimo gente in cammino, uomini e donne sempre alla ricerca, mai fermi perché bisogna essere come i pastori per arrivare alla grotta. La gente che sta ferma non incontrerà mai Dio e allora bisogna muoversi, bisogna ascoltare questa voce che parla solo d’amore. E’ che questo camminare implica un cambiamento per noi stessi, per il mondo intero ma a piccoli passi. Sì, credo sia questo il cambiamento più vero, quello di tutti i giorni. E allora proviamo a portare con noi sempre un po’ più di pace, di amore, di tenerezza… E che belle quelle parole degli angeli che quando arrivano dai pastori cantano in coro ‘Non temete, vi annuncio una grande gioia’…ancora questo non temete, il ritornello di tutto l’avvento. Se non l’abbiamo ancora capito, ormai è tardi, di Dio non si può aver paura, come si può aver paura di un bambino? Allora pensiamo davvero che Dio sia come un bacio caduto su questa terra per te, un pargoletto che in questo momento prova a guardarti con i suoi occhioni e lui è stupito quanto te di essere qua. ‘Non temete, vi annuncio una grande gioia’…davvero una gioia grande perché è la gioia che ha il profumo di Dio, ha il suo sapore. E’ qualcosa di strano che sta succedendo, c’è un‘inversione quasi perché quello che era grande, l’Onnipotente, si fa piccolo, quello che era sempre nel cielo ora diventa di terra, quello che prima stava nella grande città ora sta in una piccola grotta. Insomma, c’è da invertire qualcosa forse nella nostra vita e Dio è qualcosa di molto piccolo. E sarà di tutto il popolo, urlano pure gli angeli! Che bello sapere che Dio è di tutti, che nessuno di noi può trattenerlo o pensare di averlo in tasca e di conoscerlo più di quello che pensa. Forse Dio se ha delle preferenze è proprio per i piccoli, per i lontani, per quelli che si credono un po’ sbagliati. Sì, proprio per loro Dio si fa più vicino, si fa incontro. E cosa è l’annuncio? E’ l’annuncio della nascita di un Salvatore che è tre chili di carne. La nostra felicità sta in questa poca carne e poche ossa che sanno compiere miracoli, perché possono guarire il nostro cuore, guarirci dalle ferite, che possono salvarci dalla paura, dalla tristezza, dalla mancanza d’amore, dai colpi che la vita ogni tanto ci dà e possono essere duri. E l’annuncio finale ‘Che ci sia pace in terra’…io voglio crederci che su questa terra prima o poi ci sia veramente pace e l’unico modo per crederci è provare ogni giorno, ogni santo giorno a vivere un po’ di pace dentro di me, nel mio cuore, è lì l’unico posto dove posso far crescere questa pace. E se cresce in me, la pace crescerà anche nel mondo. Non ci sarà bisogno di manifestare o di fare chissà che perché sono i piccoli semi quelli che portano i germogli. Una pace per gli uomini che Dio ama…Dio ama tutti indistintamente, teneramente, ci ama uno ad uno, sia che siamo buoni o cattivi, siamo amati per sempre, per sempre amati da Dio. ‘Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato su una mangiatoia’…un po’ diverso questo Dio da come lo so immaginare, un po’ di carne palpitante tra le mani di questa piccola donna che non ha neanche trovato una casa. Dio in fondo è come un padre che vuole salvarci ma ci salva facendosi figlio e ci chiede di accoglierlo semplicemente nelle nostre braccia, nutrirlo, portarlo avanti nella vita. Da ora in poi nessuno può dire qui c’è l’uomo e qui c’è Dio perché Dio si fa tuo, qui ormai Dio e l’uomo si sono abbracciati e questa cosa è per sempre. E allora Natale è Dio che ha bisogno di te. Forse questa è la cosa più difficile da pensare, immaginare, accettare perché ognuno di noi vorrebbe un Dio che tirasse fuori dai guai, che facesse lui la parte di che deve salvare e invece oggi si fa tanto piccolo, si mette nelle tue braccia e ti chiede di farlo crescere nel mondo. Il Natale allora è Dio che si è fatto veramente come noi perché ognuno di noi si faccia come Dio. Questa nascita vuole e impone la mia nuova nascita. Il Natale è l’occasione propizia per cominciare qualcosa di nuovo nella nostra vita: che veramente ognuno di noi abbia il coraggio di cominciare qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa di più bello, sicuramente di più vero perché come diceva Silesius ’Se Dio non nasce nel mio cuore, per me allora non è nato neanche a Betlemme.’

                                                                                                                                    

4° Domenica d’Avvento Anno B – 24 dicembre 2017 2Sam 7,1-5.8-12.14.16;Sal 88; Rm 16,25-27;Lc 1,26-38

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. 34Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. 35Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio”. 38Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei.

La Parola ci fa tornare all’origine, a quell’incontro celeste di Maria in cui cielo e terra si toccano.Ho provato ad esser lì, ad essere Maria, a parlare le sue parole…Son tornate le rondini! E’ primavera, e tutto sembra avere le ali!Amo la primavera, amo la terra che spinge fino a sbocciare, fino a colorarsi. Sono io la primavera quest’anno. Il mio cuore sta sbocciando.Il mio Giuseppe aspetta come me, giorno dopo giorno, ora dopo ora, che il tempo dell’attesa finisca e si faccia estate, tempo di frutti e di matrimonio. Manca così poco che il sogno si compia, l’amore si faccia, divenga vita.
Forse è solo perché mi sento così piena d’amore che Dio mi ha guardata, forse è solo perché sono già così colma che può osare chiedere l’impossibile.Le parole del messaggero divino arrivano lì, nello stesso territorio in me dove osano spingersi quelle di Giuseppe, procurando le stesse emozioni. E’ amore, ormai lo so riconoscere, amore puro. Così ti ho sentita, non con le orecchie, ma con la carne, tutta, come un brivido, Gabriele.
“Ciao Maria, graziosissima”. Parole note, quotidiane, che sbocciano dalle labbra del mio amato Giuseppe ogni volta che i nostri occhi si illuminano nell’incontro, ogni volta che i cuori si avvicinano, parole che ogni volta percorrono tutti i sensi, per depositarsi come una piuma sul cuore. Il mio Giuseppe è in anticipo oggi, che sorpresa è mai questa.“Tu sei la benedetta, e benedetto è il frutto del tuo grembo”. E’ quel verbo al presente che mi ridesta di soprassalto, che mi intimorisce. Con Giuseppe abbiamo sognato tante volte, abbiamo già colorato gli occhi dei nostri bimbi, abbiamo fantasticato sul colore dei capelli, sulla forma delle manine. Ma sempre al futuro.E allora chiedo: “Chi sei?”. “Non temere piccola, io sono Gabriele, la parola di Dio per te. Se vuoi, il tuo grembo già da ora potrà portare in se la vita, potrà custodire e coltivare la vita insieme a Dio”. “Attendo quel giorno da quando Giuseppe mi ha scelta. Ho un unico desiderio, da quel giorno: dare al mondo la vita, dare a Giuseppe una discendenza. Ma so attendere, so che non è ancora l’ora”. “Ecco il dono: se vuoi, ora, puoi” “Davvero! Se non ora quando? Ma dammi un segno, ti prego” “Elisabetta, anche lei ha detto si, ed ora ti attende. Vai, vola da lei!” “Eccomi! Si, voglio divenire la tua casa, voglio donarti il mio grembo perché la misericordia di Dio inondi il mondo”

3° Domenica d’Avvento Anno B – 17 dicembre 2017 Is 63,16-17.19; 64,2-; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Gv 1, 6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio:il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce,ma doveva dare testimonianza alla luce.Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

E’ la domenica del Gaudete, la domenica della gioia. Infatti come avete ascoltato le prime letture, il salmo, sono ricolme di questa gioia. Esultare, essere lieti, gioire… Ho provato a pensare quando può essere stata inventata la gioia. E credo che la prima gioia che possiamo scorgere nella Bibbia sia proprio l’inizio. Vi ricordate quando Dio a un certo punto decide di creare la terra, raccontando nella Bibbia questo mito. Ogni giorno di quella settimana, il buon Dio, probabilmente dopo aver visto il sole al tramonto, dopo aver riposato, guardava quello che aveva fatto e diceva: Che bello! Quando uno dice Che bello! ha la gioia nel cuore. Perché la meraviglia, la gioia, danno la stessa frase. E voi immaginatevi, l’ultimo giorno, quello prima di riposare, quando Dio si prende lo specchio, si guarda, e dice: farò uno uguale a me. E fa l’uomo, e fa la donna. E lì, la gioia più grande per Dio. Quella sera lì deve essere stata veramente una danza! deve essere stato il cuore di Dio che danzava di gioia. Allora forse converrebbe anche a noi ogni tanto aver lo specchio in borsa, come lo hanno le donne no? e ogni tanto guardarsi non solo per sistemarsi, ma per dire, come disse Dio quel giorno: che bello! Io sono la meraviglia più bella che Dio ha fatto. Sant’Agostino la dice così: “Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.” Il nostro amico Isaia, ormai diventato caro, perché ogni domenica lo incontriamo, Isaia, il sognatore, esordisce oggi con queste parole: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”. Anche lui deve essere stato un innamorato pazzo di Dio, per dire “io gioisco pienamente in Dio”. Quasi come a dirci che l’uomo può danzare tanto quanto Dio. Che Dio è un Dio felice. E che questo grido di festa di Dio attraversa tutto questo periodo di avvento. Per dire semplicemente alla fine: “Ho creato uno come te, ho mandato mio figlio, perché voglio che la gioia sia piena per tutti.” E forse aveva ragione Madre Teresa, quando in un esclamazione un giorno disse: “La nostra gioia è il mezzo migliore per predicare il Vangelo.”Anche Paolo oggi non si tira indietro e anche lui esordisce con questo: “Siate sempre lieti”. Che belli questi modi diversi di esprimere la stessa identica cosa. Credo che ci sia una ricetta per essere sempre felici. Perché Paolo dice sempre… non solo felici, lo siate “sempre”. C’è un’unica ricetta. Ed è una ricetta descritta negli Atti degli Apostoli, che dice in questa frase che conosciamo tutti a memoria: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere.” Lì, abita la gioia. Ogni volta che provi a dare, provi ad amare, provi a donare qualcosa. In questo tempo in cui tutti credo, chi in un modo chi nell’altro, prepara, pensa ai regali, a parte un po’ di stress che può esserci in questo periodo…ma volete mettere quanta gioia c’è nel preparare un regalo per la persona che ami! Nulla a che vedere con la piccola gioia in fondo di riceverlo un regalo. Ecco perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Perché ricevere lo ricevi in un istante e poi sì, può essere un bellissimo regalo da tenere per la vita, ma invece prepararlo comporta qualcosa che veramente nasce dal cuore. Il segreto allora è questo. Qualcuno dice che la gioia dipende dall’amore: Se avrete un grammo di amore, avrete semplicemente un grammo di gioia, se invece il vostro amore supera ogni misura, così sarà anche la vostra gioia.E per ultima Maria. Oggi il Salmo non è un salmo, ma è parola del Vangelo: L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta!” Quanta gioia che abbiamo ascoltato… Una gioia poi quella di Maria che capovolge un po’ il nostro modo di vedere. Capovolge addirittura certi valori che noi diamo per scontati, perché il Magnificat è un inno all’umiltà. E’ un inno per gli affamati, perché i ricchi diventino poveri e i poveri diventino ricchi. E’ come un capovolgimento della storia. Per fortuna che la gioia vera si chiama misericordia. Quella cha ha Dio per noi. E veniamo al nostro Giovanni. Giovanni il più grande tra i nati da donna, dice di lui Gesù. Il più grande della storia. Che diventa il più piccolo. Ecco il mistero del Natale che diventa tale: ciò che è grande diventa piccolo. Giovanni è mandato da Dio. Il nome Giovanni significa Dio fa grazia, Dio ti fa grazia. Grazia vuol dire Dio ti fa qualcosa gratuitamente. Ecco, ognuno di noi ha dentro di sé un po’ questo Giovanni, questo nome. Ogni volta che sai fare qualcosa “gratis” ricordati che sei anche tu Giovanni. Che sei anche tu mandato da Dio. Che cosa viene a fare, perché è mandato da Dio, Giovanni? Per rendere testimonianza alla luce. La luce in questi giorni d’inverno bisogna pigliarla, non ce n’è molta. Dura poco. Al pomeriggio già se ne va. Ci sono le giornate splendenti, luminose terse, ci sono giornate grigie. E’ chiaro che le giornate luminose sono quelle che ci fanno alzare gli occhi al cielo, ci fanno guardare quello che ci circonda con la bellezza che c’è. E allora, continuiamo ad alzare gli occhi un po’ al cielo in questo avvento, continuiamo a sognare. Il cielo parla. Soprattutto quando è bello. All’alba e al tramonto poi, sono i miracoli che ci vengono regalati ogni giorno. E che bella questa luce di Dio che in qualche modo, non è così violenta, come d’estate, che acceca, è una luce che quasi ci accarezza. Giovanni rende testimonianza. A che cosa? Ovviamente a Gesù, a Dio. Ma non a quel Dio che chiede giustizia, che vuole dominare, a un Dio trionfante, ma a un Dio che si fa semplicemente luce. Ecco, Gesù è una luce nuova che entra nel mondo. La luce, lo sappiamo, quando arriva, porta bellezza, perché porta colore; senza luce, come nelle giornate grigie, tutto è grigio. La luce invece, oltra a portare colore, porta anche calore. Porta vita, la capacità ai fiori di rinascere, e credo anche a noi. Il nostro compito allora qual è? Beh il nostro compito di fronte a questa luce è quello di abbronzarci un po’, è quello di accumulare in qualche modo un po’ di questa luce che arriva e farla entrare dentro di noi a tal punto da poter essere anche noi un po’ più luminosi. E in effetti, io credo che la vera bellezza nelle persone sia quando guardi una persona in volto e i suoi occhi sprizzano luce. Lì hai di fronte la bellezza. Tutto il resto è un po’ vanità, come dice il Qoelet. Allora Giovanni prepara la strada a Gesù che è venuto a portare luce e bellezza nella vita. Gesù è allora questo nuovo sole, un Dio luminoso, innamorato della terra e di noi, che ci guarisce un po’ da questo freddo, da questo buio che tante volte ci assale. Gesù ci insegna che vale di più che cosa? In questo buio vale di più accendere una piccola luce, che imprecare. Ecco il miracolo della luce. Se noi spegnessimo tutte le luci, e lasciassimo solamente una candela accesa in questa chiesa, dopo che i nostri occhi si abituano, noi ci guarderemmo intorno, riusciremmo a vederci. Siamo abituati ormai a tante luci per cui facciamo così, è più comodo, ma basta una piccola luce per dare luce al mondo. E allora mi piace pensare che ognuno di noi deve essere…deve rendere testimonianza a questa luce. E’ come dire: io voglio essere testimone di una religione che è piena di luce, di una religione che è solare, che è bella, che è felice. In effetti il Vangelo è questo, è una lieta notizia, una bella notizia, per me, per te, ogni giorno.Emozionante allora questo compito che oggi Dio ci affida. Cogliere la bellezza e la novità di Dio, quel Dio che per fortuna non si fa mai scoprire da nessuno fino in fondo, perché lui ovviamente è sempre oltre. Un passo avanti.Tante domande in questo Vangelo. Le domande sono rivolte a questo Giovanni per capire chi è: ma chi sei tu? sei per caso un profeta, sei Elia? ma chi sei? perché possiamo tornare a casa a dirlo chi ci ha mandato…E’ che questa gente che chiede è lì per caso nel deserto e non vede l’uomo di Dio, vede semplicemente un uomo. Dovrebbero forse avere il coraggio anche loro di fermarsi nel deserto un po’ di più, perché il deserto – credo, non ci sono mai stato, prima o poi il sogno si avvererà – il deserto è il luogo dell’essenziale. Questo provare ad uscire dalla città, dal chiacchiericcio, dal casino, per provare una volta nella vita ad essere quello che sei. Noi ovviamente ci proviamo ad essere veri. Ma ogni giorno mettiamo e togliamo delle maschere, perché di fronte all’uno …di fronte all’altro siamo sempre un po’ diversi. Ecco quello che ci insegna oggi Giovanni il Battista. Ci insegna a definirci per sottrazione. Perché se qualcuno ci chiede: ma tu chi sei? Io rispondo, sono Giorgio, sono un frate, faccio questo, questo e questo. Ecco Giovanni oggi dice invece che è il contrario. Prova invece a dire: no, non sono questo, né quello, né quell’altro. Come a dire: togli, vai all’essenziale. L’essenziale di Giovanni è di essere una voce che grida. Non una (dare) parola. Ma semplicemente dare voce, cioè dare aria, a qualche cosa che grida dentro di lui. Essere un respiro, come il respiro di Dio, che alita e dà vita e forma alle cose. Allora forse è questa la domanda che dobbiamo portarci a casa questa sera. Ma tu chi sei? Io chi sono? E attenzione, noi non siamo quello che ci dicono gli altri. Ovviamente non saremo dei santi, neanche solo dei peccatori. Tu non sei il tuo ruolo, non sei quello che appari, non sei le tue maschere, le tue paure. Prova e definirti finalmente e a scoprire chi sei. Prova anche tu a dire chi sei, togliendo. Per cui non conta quello che hai accumulato in questa vita, questo continua a rimanere tutto vanità. Ma conta ciò che riesci a lasciar andare e a capire chi sei. E a me piacerebbe questa cosa, se veramente voglio creder in questo Dio, in questo Natale che è semplicemente luce, come un sole che al mattino sorge e ogni sera va a nanna, vorrei credere veramente una cosa sola, importante: che dentro alle persone che incontro nella vita c’è una goccia di luce e questa goccia di luce è la cosa più importante che ha.

2° Domenica d’Avvento Anno B – 10 dicembre 2017 Is 40,1-5.9-11 Sal 84; 2Pt 3,8-14  Mc1,1-8 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei  peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare  da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e  miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi  per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 

 La parola vangelo ormai è entrata d’abitudine nelle nostre orecchie, però sarebbe  bello che anche questa parola la traducessimo come tutto il resto. Vangelo significa  buona notizia, qualcosa di buono che ti sta raggiungendo, che si apre davanti a te. E allora viene meglio dire ‘ Sto iniziando a raccontarti una meraviglia, una cosa  bellissima che mi ha toccato il cuore e vorrei provassi anche tu a vivere la stessa  emozione’ ed è la storia di Gesù. Così inizia il vangelo di Marco, il più corto, il più  sintetico, quello scritto per primo. Così se volete leggere un vangelo in tempo breve  prendete quello di Marco, dodici capitoletti che leggerete facilmente e  velocemente.E’ la storia di Gesù, la storia di quest’uomo che semplicemente era Dio. Forse è più  facile dire che era Dio e si è fatto uomo. Guardatelo un po’ come volete, in fondo  forse è la stessa cosa. E’ venuto a ricordarci la stessa identica cosa: ognuno di noi è  un uomo e dentro di noi c’è un pezzetto di Dio, c’è la sua presenza, questo spirito  che ci è stato dato dall’eternità che abita la nostra vita e non ci lascerà mai più. Immacolati.Questi sognatori, Isaia e Giovanni Battista. Credo che Isaia sia stato uno dei più  grandi sognatori della storia. Immaginate di essere per quarant’anni schiavi dei  Babilonesi, non è difficile perché più o meno anche noi è quarant’anni che siamo schiavi del capitalismo, di questa storia che è la nostra storia e ognuno di noi sa di  essere un po’ schiavo di qualcosa. Quarant’anni sono tanti, un tempo pieno. E Isaia  che cosa fa? Forse stanco di essere schiavo e vedendo che tutti gli altri ormai si  erano assuefatti e abituati a questa storia, incomincia a sognare, semplicemente  inizia a sognare. Il suo sogno di oggi è particolare perché da Babilonia a Gerusalemme c’era una strada che misurava più o meno mille chilometri, tortuosa e  Isaia sogna la prima autostrada: una strada dritta che da Babilonia arrivava a Gerusalemme, arrivava un monte, lui sognava una galleria, più di tremila anni fa.Sant’Agostino dice che la vera preghiera non è nella voce ma nel cuore e non sono le  nostre parole ma sono i nostri desideri a dare forza alle nostre preghiere. I desideri  sono i sogni che hai racchiuso nel cuore, quelli che ti spingono ad andare avanti in  questa vita che qualche volta è dura e pesante, però ogni tanto bisogna avere  queste ali per volare oltre, sopra a quello che ci circonda. Non è stupido Isaia perché poi alla fine succederà quello che aveva sognato, il popolo tornerà a casa, non so se  proprio fece questa direttissima.Che bello pensare che tutto quello che noi in qualche modo nella vita facciamo, prima dobbiamo averlo desiderato, dobbiamo averlo in qualche modo sognato,  altrimenti non esiste. E Isaia oggi ci richiama questo.E non è l’unico. Il vangelo di oggi inizia con questa espressione, ricordando Giovanni  Battista, colui che ha preparato la via, questa autostrada per Gesù. Un altro  sognatore incallito che ha sognato addirittura il Messia e il Messia è arrivato. Sognate, sognate che il Messia ritorni e tornerà nella vostra vita. Giovanni  raccontato da Marco lo abbiamo ascoltato in queste prime righe poi scomparirà  perché Marco è molto sintetico nel suo argomentare, niente fronzoli solo  essenzialità. A lui interessa solo che Giovanni fu il grande sognatore del Messia.  Vedere Giovanni come lo conosciamo, vestito a modo suo ma con una scelta ben  precisa di vita. Era figlio di Zaccaria il sacerdote e a quei tempi se eri figlio di  qualcuno la tua vita era già segnata. Giovanni invece era un rivoluzionario come tutti  i sognatori e probabilmente si stufò di mettere piede nel tempio e decise che la sua  casa, il suo Dio lo avrebbe trovato nel deserto. Certamente il tempio dà più  sicurezza: i canti, le liturgie, la legge, tutto bello ordinato come capita anche a noi  qua. Il deserto invece è essenziale, ti fa andare fino in fondo alle tue paure, alla  ricerca di quello che vale nella vita. Charles De Foucauld diceva ‘il deserto mi riesce  profondamente dolce, è bello e salutare porsi nella solitudine di fronte alle cose  eterne perché ci si sente invasi dalla verità’.Mi piace pensare che la verità abiti il deserto, non dentro un tempio, dentro una  chiesa, ma dove l’orizzonte non c’è, è infinito, dove il tetto sono le stelle di notte e il  sole di giorno, dove se capita di perdere qualcosa nella sabbia non la trovi più, dove  le tue sicurezze vengono un po’ messe a nudo.Ecco perché quando Giovanni Battista parla di battesimo sta provando a dirci questa  cosa: battesimo significa immersione in Dio. E’ come in qualche modo provare a  immergersi fino in fondo nella propria vita, andare alla ricerca di se stessi. E’ chiaro  che più vai a fondo in ciò che sei, più incontrerai anche le tue paure da affrontare,  dovrai avere il coraggio di chiamarle per nome. Ma l’unica possibilità che ci è data in  questa vita è di preparare anche noi la nostra via che è quella verso se stessi perché è lì che abita Dio, dentro di te.Giovanni poi ha questo moto di umiltà ‘Quello che viene dopo di me sarà molto più  forte di me’, chissà cosa intendeva con queste parole. Noi sappiamo che prima di  tutto è bella questa espressione ‘viene dopo di me’, non usa il futuro come a dire ad  ognuno di noi oggi ‘ehi, attento che Dio viene, Dio c’è’. E’ già qui ogni istante della  tua vita, apri gli occhi, fai attenzione come ci ha ricordato la prima domenica di  avvento e solo se stai sveglio ed attento ti puoi accorgere che Dio c’è, abita la tua  storia.E che forza è quella di Gesù? L’unica forza che conosciamo di Gesù si chiama amore,  nessun’altra forza ha mostrato, per cui dovremmo coniare qualche nuovo termine  ogni tanto visto che la parola nuovo sottostà ad ognuna di queste letture che  abbiamo ascoltato. Qualcosa di nuovo che deve venire ma che dobbiamo creare noi,  non possiamo aspettare che arrivi da chissà chi o da chissà dove.Allora proviamo a creare il nuovo dentro di noi. Ermes Ronchi ha coniato questo  termine, non chiama più Dio onnipotente ma onniamante nel senso che Dio non è  forte perché è onnipotente, la caratteristica di Dio è che è amore, per cui lui è  onnipotente nell’amore, nella fragilità dell’amore, in un amore donato fino in fondo.  Che coraggio…E poi questo annuncio, colui che verrà e che sarà così forte non vi battezzerà  semplicemente con un po’ d’acqua ma in Spirito Santo. Semplicemente viene a dirci  che verrà a risvegliare lo spirito che c’è in te. A cosa serve battezzarsi se non a  risvegliare quella nostra parte divina? Ecco perché il battesimo è cosa da rivivere più  spesso proprio per ricordarci che noi siamo di Spirito Santo, simo tutti impastati di  Dio.Che bella questa immagine di questa nuova creazione in cui c’è lo Spirito Santo e c’è  l’acqua, qualche cosa di nuovo che sta per arrivare.Allora che sia questo il pensiero che ci accompagni questa settimana: tutta la forza  d’amore che Dio ci dà diventi energia pura, energia buona dentro di te. Questa  fiducia massima che Dio ha in noi che valorizza tutte le nostre capacità ci obblighi  alla responsabilità di amare. 

 

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