Omelie di Fra Giorgio Bonati

28 ottobre 2018 come 24.10.2021- (anno B) Ger 31,7-9 Sal 125 Eb 5,1-6  Mc 10,46-52


 In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. 


Il Vangelo di Marco è quello più succinto, più corto, più essenziale però per due volte viene narrata la guarigione di un cieco. La prima è proprio all’inizio del percorso di Gesù con i suoi discepoli e, cosa strana, il miracolo ha bisogno di essere ripetuto per essere comunicato, perché Gesù quel giorno quando vide quel cieco e glielo portarono dinnanzi, con la propria saliva fa un po’ di fango, lo mette sugli occhi, il cieco vede qualcosa tipo gli alberi che si muovono, per cui Gesù deve rifare daccapo tutto. Un miracolo che non viene bene la prima volta, per cui ha bisogno di essere rifatto. Nell’episodio narrato oggi c’è qualcosa di sostanzialmente diverso. Gesù non fa nulla, nel senso che non compie dei gesti particolari per guarire la cecità di Bartimeo, ma semplicemente vedendo la fede di quest’uomo acconsente. Sì, ciò che cambia tra i due ciechi è proprio la voglia, il desiderio, la fede. ‘La tua fede ti ha salvato’ impariamo oggi la fede da questo cieco Bar-Timeo, cioè figlio di Timeo che significa aver paura. Bartimeo ha paura, nella vita è cieco per cui è solo, seduto ai bordi della strada, della vita, indicato da tutti. Come non sentirsi sperduto, inferiore, come non aver paura del giudizio degli altri, il suo nome calza a pennello. ‘Non c’è nessuno che può farti sentire inferiore, a meno che tu non glielo consenta’.  Stiamo attenti allora, è veramente in nostro possesso dare agli altri la possibilità di ferirci o non ferirci. Bartimeo non è nato cieco, a un certo punto nella vita è successo qualcosa per cui è diventato cieco. Non so se è capitato a qualcuno di diventare ciechi , cioè non riuscire a vedere bene, il bene io credo. E nella vita se hai vissuto il fallimento, il tradimento, la morte può averti accecato, può averti tolto la visione della vita. Per cui anche noi nella nostra esperienza siamo stati ciechi, soprattutto quando non siamo capaci di guardare la vita mettendo noi stessi davanti a tutto, non in modo egoistico ma senza lasciare che gli altri ci guidino, se non abbiamo pensieri e idee nostri siamo ciechi, non siamo capaci di vedere la vita. 

Poi nella vita di Bartimeo arriva Gesù…anche nella nostra, se siamo qua è perché è passato, in qualche modo ha sconvolto qualcosa, ha riacceso qualcosa, il suo soffio di verità nuova ha fatto cambiare qualcosa dentro il nostro cuore. Sì, con Gesù c’è sempre la possibilità di qualcosa di nuovo. Mi piace definire la fede come avere la possibilità di non dire mai oramai. Chi ha fede non può mai mettere un punto finale.

Bartimeo è sì seduto ai bordi della strada, ma ha dentro il fuoco, si mette a gridare quando sente che sta passando questo maestro ‘Gesù, abbi pietà di me’ credo che sia una delle preghiere più belle, sicuramente la preghiera più umana. Ma che strano, tra lui è Gesù c’è la folla che di solito nei vangeli è sempre qualcosa che divide, è come quasi un muro, gli dice ‘ma smettila di gridare’. Qualche volta anche noi siamo folla quando pensiamo che qualcuno non abbia il diritto di gridare una sofferenza. Il dolore va urlato, non può essere tenuto dentro, ti ammali altrimenti. Urlare non vuol dire sputarlo addosso agli altri, ma farlo uscire e se compi questo primo gesto è quasi rompere il muro che questa folla mette tra te e Dio. Gesù è colui che dà speranza a qualcosa di nuovo che può arrivare, come se avesse una chiave speciale per entrare dentro di ognuno di noi, perché lui si mette in ascolto. E’ bello sentire questa liberazione di energia tra Bartimeo e Gesù e succede veramente qualcosa di eclatante perché tutti i gesti che Bartimeo compie sono eccessivi, fa un balzo in piedi. He belle queste sottolineature, bisogna avere occhi speciali per accorgersi di ciò che sta succedendo. Marco l’evangelista sembra aiutarci ad avere occhi speciali che vanno un po’ oltre. Forse Bartimeo ci sta insegnando che la fede, oltre a non essere mai ormai, ha bisogno di essere gridata qualche volta, di essere movimento, di farci alzare in piedi, di gettare via qualcosa. Che bello, la fede che si muove oltre le montagne. Ognuno di noi lo sa, se è qua  perché un’esperienza del genere l’ha fatta spero, una fede che ti ha coinvolto e portato chissà dove.  ‘Abbi pietà di me’  dice Bartimeo…credo che la prima guarigione che Gesù fa a quest’uomo sia mettersi ad ascoltarlo, stare lì, interagire con lui, rispondergli, non zittirlo come la folla. Tante volte la guarigione nasce così, semplicemente stare in ascolto di qualcuno che ne ha bisogno. Bartimeo si accorge che per fortuna per qualcuno non è più solo il mendicante cieco, qualcuno si è accorto che lui esiste, non è più semplicemente l’ultimo degli ultimi. Bartimeo comincia a vivere nel momento in cui Gesù si mette accanto alla sua storia. 

Coraggio, dicono le persone. Sì, il coraggio non può mancare nella fede, senza provare a tirar fuori il meglio che hai dentro e che sei. Il primo passo nella fede puoi farlo solo tu, è solo dopo che Dio comincia a fare il proprio. Bertimeo sembra proprio un attore che fa tutte queste scene per attirare l’attenzione, ma perché ha bisogno, chi non l’avrebbe fatto. E Gesù ‘cosa vuoi che io faccia per te, cosa ti serve?’ è come dire che ogni volta che chiediamo qualcosa a Dio, lui c’è, come se per lui la cosa più importante è che noi possiamo essere sereni, felici, possiamo trovare la nostra bellezza. ‘Che io riabbia la vista’, non può che essere questa la risposta di un cieco. Allora la fede è avere occhi nuovi e non è necessario essere stati ciechi, ma ‘l’unico vero viaggio non è andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi’ perché se hai occhi nuovi ogni giorno vedi tua moglie, tuo marito, i tuoi figli in modo nuovo, le persone che incontri non sono sempre le solite storie, ma non puoi pretendere che siano gli altri a cambiare se non sei il primo tu ad avere occhi nuovi. Ripenso al segreto che la volpe rivela al Piccolo Principe ‘non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi’ come a dirci che lo sguardo che serve è quello oltre, altro perché ciò che è essenziale poi non è quello che è sotto gli occhi.

Lo sappiamo oggi che viviamo in questo mondo virtuale con tanta apparenza, quanto serve andare oltre, quanto è necessario tornare all’essenziale è vedere bene il bene. Ce lo insegna questa bimba di 8 anni del Costarica che scrive: «Nella mia casa ci sono due stanze, due lettini, una piccola finestra e un gatto bianco. Nella mia casa mangiamo solo la sera quando il mio babbo torna a casa con il sacchetto pieno di pane e di pesce secco. Nella mia casa siamo tutti poveri, ma il mio babbo ha gli occhi celesti, la mia mamma ha gli occhi celesti, il mio fratello ha gli occhi celesti, io ho gli occhi celesti e anche il gatto ha gli occhi celesti. Quando siamo tutti seduti a tavola nella nostra casa sembra che ci sia il cielo.» E’questo che vi auguro: i vostri occhi possano ogni giorno nascere nuovi. Ho scoperto che è solo questo il modo per iniziare una giornata in modo diverso, avere noi gli occhi capaci di guardare in modo nuovo. 

In un libro di Anthony De Mello:

-Ma perché qui sono tutti felici tranne me?

Il maestro rispose -Perché hanno tutti imparato a vedere la bontà e la bellezza ovunque.

-Ma perché io invece non riesco a vedere la bontà e la bellezza ovunque?

E il maestro rispose -Perché non puoi vedere fuori di te ciò che prima non vedi dentro di te. 



                                                                     Giorgio


XXVIII B – 14 ottobre 2018 – Metti in circolo il tuo amore

Sap 7,7-11; Sal 89; Eb. 4,12-13; Mc 10,17-30

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Mettiamo anche noi uno sguardo d’amore su questo tale di cui si parla oggi, di cui si narra in questo vangelo. Un po’ perché, se non ne è detto il nome, né la provenienza, in quest’uomo ognuno di noi potrebbe metterci il proprio nome, e così avere un dialogo diretto con Gesù. 

E allora questo sguardo di benevolenza proviamo a metterlo. Ma, in effetti è anche facile, perché incontriamo un tale, un uomo, che è pieno di energia, che corre incontro a Gesù, che ha nel cuore tante domande grandi, che davanti al maestro si inginocchia, per cui ne riconosce la grandezza, sa che in ogni cammino nuovo che si inizia a fare bisogna partire con un gesto di umiltà, con i piedi per terra… 

E’ un personaggio sicuramente intelligente, perché sa bene come cominciare un dialogo: “Maestro buono”. Insomma sa il fatto suo. E ha questo grande desiderio, di guardare al futuro, di farsi chiamare dal futuro, un futuro che addirittura va alla vita eterna. 

Poi c’è un “ma” ovviamente in questa storia. Sappiamo che quest’uomo è ricco ed è religioso. Ricco sicuramente parecchio, ma anche religioso parecchio. Tutto fin dalla sua giovinezza aveva osservato. E’ un ebreo DOC, DOCG addirittura. E perché un ebreo, che ha già fatto tutto, che in qualche modo è già arrivato, va a chiedere a Gesù? C’è forse paura dentro di lui? Ci sono degli scrupoli? Chi è osservante è facile che scrupoli ne abbia. Io in fondo penso che questo uomo abbia paura di Dio. E’ uno che sicuramente ogni tanto si chiede: se sbaglio qualcosa Dio mi prenderà ugualmente? Se non dico bene le preghiere, se sono distratto…insomma ognuno pensi un po’ …a se stesso ovviamente. Insomma, è uno che ha voglia di guadagnarsela questa vita eterna. 

Il modo di guardare di Gesù alle cose della vita è un modo diverso. Prima di tutto, Gesù non ama parlare della vita eterna. Difatti parlerà sempre di regno di Dio, rispondendo a questo tale. Perché la vita eterna fa un po’ così… si vive? si fa quello che si fa, si muore, c’è un giudizio finale e nella vita eterna vai a destra o a sinistra. C’è anche Gesù che ce lo racconterà, cosa succederà nella vita eterna. Però quest’uomo ha voglia di guadagnarsela la vita eterna. E questo che stona nel suo desiderio. Stona? Ma come? Non è così anche per noi che in effetti in qualche modo vogliamo guadagnarcela questa vita? Parlare invece di regno di Dio, invece, è un po’ diverso perché il regno di Dio non è qualcosa che ha a che fare con il futuro. No. E’ una cosa che abbiamo in mano oggi. E’ qui ora, è quello che stiamo vivendo, facendo. Per cui, se sei felice oggi, lo sarai anche dopo.

Gesù di fronte a quest’uomo lo vedo un pochino dubbioso, sta cercando di capire cosa sta succedendo, chi è. Vuole andare un po’ oltre, rompere questa scorza, questo guscio in cui quest’uomo è dentro, è racchiuso dentro; e allora, per andare oltre la facciata, semplicemente all’inizio gli dice quello che è naturale: ci sono i comandamenti, sono la cartina di quello che un buon uomo religioso semplicemente deve fare. Però che strano, dice dei comandamenti diversi. Sicuramente li sapeva a memoria, credo anche meglio di noi, Gesù. Tralascia una tavola intera. Gli ebrei scrivono i primi tre comandamenti sulla prima tavola e gli altri sette sulla seconda. I primi tre riguardano Dio e gli altri invece riguardano i rapporti tra di noi. Lasciamo stare Dio! come a dire: questa vita eterna che stai cercando, non è un affare tra te e Dio, ma un affare tra te e le persone, tra te è chi incontri. Insomma, non ci si salva sicuramente per con le preghiere. Ci si salva per quello che si fa. E questo elenco di comandamenti, di parole, che inizia con Non rubare (neanche poi in ordine li dice), che senso ha questa sera sentire…no scusate, con Non uccidere inizia… forse perché questo comandamento può racchiudere tutti gli altri? Proviamo a guardarci, perché in effetti, poi dice, non commettere adulterio: chi commette adulterio uccide l’amore. Non rubare: se rubi a una persona che ha già poco la destini alla morte. Non dire falsa testimonianza, che non è “non dir le bugie”, dire falsa testimonianza è qualcosa di molto grave, vi ricordate? a un certo punto i sommi sacerdoti cercavano qualche falsa testimonianza per mettere alla morte Gesù. La falsa testimonianza è quella dei tribunali, in questi giorni forse abbiamo letto qualcosa sulla falsa testimonianza. Onora il padre e la madre: allora non c’erano le pensioni, per cui o i figli si prendevano cura dei loro genitori, o i genitori rischiavano di morire. E c’è poi quest’ultimo comandamento, che non è un comandamento perché non c’è nel decalogo: non frodare. Se si va a guardare c’è nel libro del Deuteronomio questa frase che dice: Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero. Allora Gesù sta dicendo sicuramente questo nuovo comandamento per chi ha degli operai sotto di sé, e sta dicendo e sta ricordando: guarda che mancare a questo comandamento è cosa grave, perché allora non c’era lo stipendio a fine mese, ma ogni sera alla fine di ogni giornata, il padrone dava a ognuno quello che spettava, vi ricordate la parabola, no? Se tu non dai a qualcuno qualcosa la sera perché lui possa andare a comprarsi da mangiare per sé e per la sua famiglia, rischi di farlo morire. Ecco perché questo Non uccidere sta lì, all’inizio.

Questo tale deve essere veramente una persona in gamba perché dice: tutti ma proprio tutti questi comandamenti io li ho osservati, fin dalla mia giovinezza. Se c’è qualcuno che li ha osservati tutti alzi la mano. Tutti! Qui ci troviamo di fronte a qualcuno che oserei dire è oltre che un buon uomo. E di fatti c’è questo sguardo fra gli occhi di Gesù e gli occhi di quest’uomo. E’ uno sguardo profondo, che parla d’amore, così dice l’evangelista. Lo fissa fino in fondo e lo ama. Ragazzi, uno sguardo qualche volta salva la vita delle persone. C’era Benigni che diceva: Ogni persona ha bisogno di uno sguardo d’amore che lo protegga. Quante volte uno sguardo d’amore ha salvato la vita a qualcuno. E in effetti, quanto ognuno di noi avrebbe bisogno di uno sguardo d’amore. Almeno ogni tanto. Per cui, non facciamoceli mancare, almeno tra di noi. 

E poi Gesù sottolinea: ragazzo, va benissimo così, ti manca una cosa, una sola. Una sola che però che, se manca quella, manca tutto il resto. Ti manca l’uno, tu puoi essere anche miliardario, avere 10 zero da mettere dopo l’uno, ma se ti manca l’uno davanti, diventa tutto zero. Cioè ti manca quell’uno lì: Vai, a dare tutto quello che hai ai poveri. Va a darlo a chi forse potrà soltanto ringraziarti. Dovrai imparare anche tu a dare gratis, a non aspettarti un ricambio. Come fa Dio. Imparare da Dio. Primo Mazzolari diceva: “Chi ha poca carità vede pochi poveri. Chi ha molta carità, vede molti poveri. Chi non ha carità, non vede nessuno.” Questo sguardo d’amore proviamo qualche volta non solo a darcelo tra di noi, proviamo a portarlo un po’ anche fuori da casa nostra. Lo so che non è facile. Ma tante volte, basta uno sguardo.  Guardarsi negli occhi, lo so che non è facile, ma quando tu guardi una persona è già metà il cammino fatto nella relazione, nell’incontro. Perché veramente gli occhi sono uno specchio di quello che uno è. Allora, ascoltiamo anche noi, oggi, tutti questi inviti di Gesù di oggi. 

Smettiamo di accumulare, perché chi accumula alla fine diventa più schiavo, e Dio non ha bisogno di schiavi, Dio ha bisogno di persone libere. E per Gesù la libertà è donare quello che si ha, in questo sta la vera libertà, quando sai dare quello che hai. E allora impariamo, continuiamo ad avere amore, compassione, fiducia, ascolto, comprensione, perché queste cose più le dai, più si mettono in circolo, più ti tornano. Se invece dai altro, prima o poi torna. E allora se ricchezza è in qualche modo attaccamento, schiavitù, proviamo a fermarci e a chiederci: Ma per quante cose io oggi do la mia libertà, di quante cose sono schiavo? 

E allora, mi veniva questa immagine che in questi giorni e nei prossimi sarà molto abituale. Ogni albero che incontrerai, gli alberi di questi tempi lasciano cadere dolcemente le loro foglie, e queste foglie, prima di cadere si sono fatte dei colori più belli del mondo. Impariamo anche noi ad avere questo sguardo d’amore, come queste foglie che si colorano di bellezza, e abbiamo il coraggio di abbandonarci, di lasciarci andare, di lasciare andare quello che abbiamo.

 Giorgio 



Pubblichiamo le omelie di Fra Giorgio relative all’attuale calendario liturgico

16 settembre 2018 come 12.9.2021- (anno B) Is 50,5-9a Sal 114 Gc 2,14-18 Mc 8,27-35


 In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».
 

 

“Per te chi sono?” è la domanda che Gesù continuerà a ripeterci questa sera fino alla fine della messa, non possiamo scappare da questa domanda oggi e ovviamente Gesù non ha bisogno di risposte da catechismo. Gesù ha bisogno della tua risposta personale. Questa domanda è come se un innamorato la ponesse alla propria innamorata, “ma per te quanto valgo, quanto mi ami?”.  Ecco, abbiamo inteso cosa vuol dire questo ‘sono per te?’è veramente una domanda molto intima.

Arriverà un giorno in cui, al posto di continuare a fare l’omelia in questo momento, lascerei lo spazio a chi vuole di venire all’altare e dare la propria risposta. Quanto sarebbe bello, secondo me disegneremmo il volto di Dio come mai l’abbiamo visto, perché ognuno di noi darebbe una risposta personale, unica e mettendo insieme tutti questi puzzle verrebbe un volto di Dio stupendo, sicuramente nuovo e inatteso. 

Ermes ronchi di fronte a questa domanda risponde in modo poetico:

Gesù, per me sei quello che la primavera è per i fiori, 

quello che il vento è per l’aquilone, 

sei venuto e hai fatto risplendere la mia vita.

In modo un po’ più naturale, io provo a dare una risposta. Per me Gesù è sempre stato un amico, davvero, per tanti anni non riuscivo a trovare altra parola che potesse racchiudere questa mia relazione con lui. Quell’espressione di Gesù proprio l’ultimo giorno della sua vita ‘non vi chiamo servi ma amici’ ha risuonato e continua a risuonare per me come una delle frasi più belle che Gesù abbia potuto dire, detta nel momento più cruciale, un piccolo testamento come a dire ‘basta essere servi e schiavi di Dio, io non ho bisogno che voi mi adoriate, che voi mi mettiate lassù chissà dove, io voglio essere vostro amico’. Quanto cambia la nostra relazione con Dio sapendolo veramente amico! Pensa a un tuo amico in questo momento: quello che intercorre in amicizia è quello che Dio vuole da te. 

Poi c’è un’altra immagine che in questi ultimi anni mi risuona perché è un desiderio di stare in cammino, conoscere qualcosa di nuovo e di vero, è l’immagine di Dio come un bambino che nasce ogni giorno, come per dire che Dio è sempre così nuovo! Noi che troppo spesso l’abbiamo rinchiuso dentro alcune scatole, categorie, pensate invece a questa immagine: un bambino che ogni giorno nasce…quanto cambia la nostra percezione di Dio con questa novità quotidiana. 

Il capitolo ottavo del Vangelo di Marco, di cui abbiamo cominciato oggi la lettura, fa da spartiacque, da questo momento in poi Gesù con i suoi amici più cari intraprenderà il cammino verso Gerusalemme e continuerà a ripetere questo ritornello ‘Io vado a Gerusalemme perché là dovrò vivere la mia passione, morirò e poi risorgerò’. Un programma non facile e abbiamo ascoltato il rimprovero che Pietro fa a Gesù per questo suo dichiarare apertamente questa cosa, ‘vade retro Satana’ Gesù non l’ha mai detto a nessuno, solo a Pietro che stava completamente andando da tutt’altra parte con il suo modo di vedere Dio e di portarselo dentro. Anche la risposta di Pietro ‘tu sei il Messia’ non è quella giusta. Certo, lui è anche il Messia , ma il Messia che avevano in testa questi uomini era il liberatore che con mano potente liberasse il popolo e lo facesse diventare il popolo eletto. Non è questo Messia che Gesù è venuto a portare, siamo proprio distanti. Gesù ne ha ancora da insegnare ai suoi amici! E allora mi piace comprendere che lo sbaglio più grosso che fanno questi discepoli è dare una risposta al passato ‘tu sei come Elia il profeta…’. La risposta su Dio deve essere al futuro, ‘Il futuro viene con quella semplicità che hanno tutte le cose più essenziali: la luce, l’acqua, il respiro…Viene come un germoglio, non come un albero alto. Il futuro è come un viaggio a piedi nudi, come la luce dell’alba. Viene dolcemente come una gentilezza attesa. Noi spesso domandiamo segni straordinari a un Dio illusorio e non ci accorgiamo dei segni poveri del Dio reale. La speranza viene vestita di stracci come un piccolo granello di senape, cinque pani e due pesci per cinquemila uomini, viene sotto forma di un incontro, di una telefonata, di un amico, di un sms quando pensavi di non farcela più, magari un a canzone ascoltata alla radio, una parola letta in un libro. Alle volte non fornisce neppure pane, ma solo un pizzico di lievito ma il lievito del futuro’. 

Ecco cosa vuol dire essere chiamati dal futuro: sapere che la nostra speranza è nelle mani di questo Dio che immaginiamolo tenere un filo rosso che ci lega a lui per sempre, perciò dobbiamo essere anche noi pronti a metterci in cammino. Gesù è uno che non ha dove posare il capo, ogni giorno si muoveva, non stava mai nello stesso posto. Allora è un invito a ciascuno di noi: cammina! Non c’è bisogno di fare chilometri, tante volte il cammino più vero è quello interiore.

Un’ultima parola su questa espressione così forte di Gesù…lui dice che va incontro a un momento di sofferenza, di passione. Credo che in questo momento la sofferenza più grande di Gesù si legata al non essere capito, però lui è disposto a soffrire pur di aiutare questi uomini e donne a capire qual è il suo messaggio, è disposto a fare come la madre che si prepara al parto che sa che in qualche modo dovrà soffrire, le tocca, ma quella sofferenza porta vita per cui quale madre non è disposta a quella sofferenza? Oltre alla sofferenza Gesù dice che dovrà andare incontro alla morte, già sa che dovrà andare fino in fondo alla sua scelta di vita anche se questo costerà tutto, ogni sua goccia di sangue, ogni suo lembo di pelle. Ma siccome lui è l’uomo chiamato dal futuro, sa che la morte non è mai la fine di nulla, è solo un passaggio verso la resurrezione, la nostra resurrezione. Non è una cosa che si fa alla fine della vita e basta, credo che ognuno di noi nella propria vita abbai già passato questa passione, morte e resurrezione. 

E allora questo ultimo invito ‘Se vuoi venire dietre a me, devi rinnegare te stesso’, lo sta dicendo a Pietro e ai suoi amici. Credo che Gesù non stia dicendo che devi svuotarti, non essere te stesso, non può essere così. Gesù è uno che vota per la vita piena, per portare frutto, per cui rinnegare te stesso vuol dire ‘prova e rinnegare la tua idea di Dio’ perché Dio è sempre così nuovo che ogni volta che ci facciamo un’idea che se non sei disposto il giorno dopo a trasformarla, rimani indietro. 

E poi per ultimo portare la croce che era l’umiliazione peggiore per i Romani e allora vuol dire ‘sei disposto ad amarmi fino in fondo, fino al momento di perdere al tua faccia per me, a fidarti di quello che ti sto insegnando che alla fine è solo fidarti dell’amore?’ PORTARE LA CROCE CREDO SIA FIDARSI FINO IN FONDO DELL’AMORE. 

Che bella questa espressione di Gesù ‘cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo…’ Gesù non si fa chiamare nei vangeli Figlio di Dio ma Figlio dell’uomo, che espressione strana. Forse che ci stia insegnando qualcosa tipo ‘io sono qua per insegnarti a diventare pienamente umano ’? Che non sia forse questo il nostro compito, ritornare ad essere pienamente umani?

 

                                                                                                        Giorgio

 

XXVI B – 30 settembre 2018 – Ponti non muri Num 11,25-29; Sal 18; Giac 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. 
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Da quando Gesù ha intrapreso il suo cammino ultimo verso Gerusalemme, e ha iniziato a dire ai suoi amici più cari “Guardate questo sarà il mio ultimo viaggio, io vado a Gerusalemme a morire e poi risorgere”, è qualche domenica che c’è questo ritornello che ritorna, ricordate che qualche domenica fa proprio di fronte a queste parole succedeva che Pietro, scontroso, diceva a Gesù “Non dire ‘ste cose in giro!”. “Va’ de retro satana!” disse quella volta Gesù a Pietro, che poco prima aveva professato “Tu sei il Cristo” di fronte alla domanda “Ma chi sono io per te?”. Anche domenica scorsa, ricordate, mentre Gesù ripete per la seconda volta questa cosa, cosa fanno gli apostoli? Se ne stanno tra di loro a chiacchierare, a discutere “Secondo voi, chi sceglierà per diventare il primo, il più grande, il più bello, il più buono, il più più… Insomma questi apostoli, o che si sono veramente un po’ lasciati andare all’ebbrezza di questi grandi eventi a cui hanno assistito…

Ma anche oggi, che figura! Che figura! “Abbiamo incontrato qualcuno che non era dei nostri e volevamo impedirgli di fare miracoli” Le parole più pericolose che si possano dire. Perché qualcuno pensa che sia meglio difendere la propria storia, il proprio nucleo di appartenenza, la propria religione piuttosto che salvare una vita… 

Non confondiamoci! Una vita vale sempre più di tutto. Più di Dio. Perché per salvare ognuno di noi, non “tutti noi”, ma “ognuno” di noi, Dio è morto. Il nostro sbaglio più grosso allora è proprio questo: è quando giudichiamo qualcuno non per quello che fa, ma per quello che è…o semplicemente magari per il partito, la religione, il colore della pelle…Ma dove siamo arrivati? Pensavamo di aver camminato un po’, ma qualche volta facciamo come i gamberi, torniamo indietro. Una persona si giudica solo per i frutti, da null’altro …SE proprio osiamo giudicarla, perché il giudizio, Dio se l’è comunque riservato per sé.

Il problema è che quando pensi di essere dalla parte giusta, di avere con te Dio, in qualche modo Dio lo fai tuo. Ma non nel vero senso bello del termine, che tu diventi parte di questo Dio. Ma no! Te lo prendi e te lo metti in tasca. Per cui fai dire a Dio in qualche modo quello che vuoi tu, in qualche modo credi di sostituirti a Dio. Per cui se il tuo Dio è Dio quello degli altri sarà sempre falso.

Quando capiremo che se al posto di essere nati a Varese, in Lombardia, in Italia, chissà dove, se fossimo nati che so in Arabia Saudita, in Pakistan? celebreremmo la nostra liturgia in modo diverso, in un altro giorno. Questo non per dire che tutto è uguale. Tutto va rispettato. Che bello essere qua questa sera, essere in cammino insieme verso questo Dio che è Gesù, che di nome fa così.

Padre Paolo Dall’Oglio, un gesuita che ha provato in Siria a creare un monastero…cinque anni fa è stato rapito e non se ne è saputo più niente. Scriveva: “Ci sono solo due partiti, quello dell’estremismo fanatico, quello in cui io sono il metro per giudicare gli altri, e poi quello di Dio, che è il contrario del primo, e quindi cercare e trovare la bellezza del suo volto in tutte le cose.”

Siamo abituati a pensare che gli estremisti sono altri. Tante volte anche noi corriamo questo pericolo. Tutte le volte che anche noi pensiamo come questi apostoli. “Non glielo impedite! Perché chi non è contro di noi è con noi!” dice Gesù. Cioè, qualsiasi persona sulla faccia della terra che possa fare … che in qualche modo prova ad aiutare gli altri a liberarsi, a portare a compimento la propria vita, a farla fiorire, a diventare discepola di Dio, qualsiasi persona in qualche modo è cristiana, tra virgolette, cioè seguace di Cristo…e io sono convinto che chissà quanta gente è più cristiana di me. Perché le sintesi di Gesù sono poi così belle! “Vi basta dare un bicchiere d’acqua a chi ha sete”, per essere con me”. Tutto solo in un bicchiere d’acqua! Ma vi rendete conto? L’universo intero, Dio intero, racchiuso in un semplice bicchiere d’acqua dato a qualcuno che ha sete. Che bello quando la grandezza viene definita in una cosa così piccola. L’infinitamente piccolo infinitamente grande.

Per cui se proprio vogliamo un po’ provare a capire che cosa siamo, cosa facciamo, non è sicuramente venire a messa la domenica che ci fa cristiani. Sembrerebbe oggi Gesù dirci che se c’è qualcuno accanto a te che sta male, soffre, ha bisogno, e ti fermi e dai un bicchiere d’acqua, allora sei cristiano. Allora sì. Altrimenti, sembrerebbe di no.

“Quelli non sono dei nostri!”. Già, torniamo sempre un po’ qua. A questa arroganza di pensar di essere sempre dalla parte giusta e basta. A me questa espressione fa veramente ricordare un’espressione che un po’ si sente, scusatemi se cito delle parole che si sentono in bocca dei politici, ma così è. Tanto queste parole quante volte sono state abitate anche da noi… “Quelli non sono dei nostri, per cui qui a casa nostra siamo noi i padroni”. Il problema siamo noi e non loro. Sento una risonanza tra queste espressioni, come a volerci dire come sia importante nella vita scegliere. Scegliere di creare muri, o di creare ponti. Forse questa è una delle scelte fondamentali. I muri non sono quelli di cemento, i muri sono quelli dentro. Sono molto più alti e resistenti quelli che creiamo noi…Ricordiamoci sempre che il termine diavolo nella Bibbia ha semplicemente questo significato: Colui che divide. Colui che separa. Dio invece è colui che unisce. 

E di fronte a questa situazione oggi Gesù avete sentito: “Non scandalizzate i piccoli!” Questa volta i piccoli di cui parla Gesù non sono i bambini. Perché il termine greco è molto diverso da quello usato per i bambini, micron. Il termine micron al posto di identificare i piccoli come bambini, identifica le persone che non contano nulla. Quelli che proprio sono insignificanti nella storia, nella società, quelli che sono esclusi, gli ultimi, quelli che sono considerati quasi impuri. Ecco, queste persone qui sono i piccoli. E Gesù dice: “Non scandalizzate i piccoli che credono in me”. 

Allora vuol dire che ci sono delle persone che erano in questa situazione di esclusione, di insignificanza, di giudizio che incontrando Gesù hanno trovato una porta aperta, si sono ritrovati vivi, hanno sentito che anche loro potevano essere riabbracciati dalla vita e da Dio. Gente che, meravigliata, credo debba aver detto qualcosa tipo “Ma davvero? Anch’io posso essere degno di Dio?” “Davvero? può capitare a me di incontrare Dio e di essere accolto?”. Ebbene sì. Sì. Gesù è costui, colui che è andato a cercare proprio quelli più esclusi, i più lontani. Non dimentichiamocelo mai. E mi piace questa esclamazione: “Sì, vieni!”. Mi ricorda una bellissima frase di un mistico musulmano, del 1200, contemporaneo di San Francesco -credo che quel secolo fosse… altro che medioevo- questo mistico che si chiama Rumi scriveva: “Vieni, vieni chiunque tu sia, sognatore, devoto, vagabondo, poco importa. Vieni anche se hai infranto i tuoi voti mille volte. Vieni, vieni, nonostante tutto, vieni.” E’ quello che dice oggi Gesù: venite tutti nella mia casa. Invece questi discepoli gelosi…come abbiamo fatto anche noi nella chiesa tante volte: tu sì, tu no. Per fortuna che questo papa ci sta aiutando a capire che chi sono io per giudicare? Lasciamo il giudizio a Dio. E voi immaginate che scandalo per questa gente che in qualche modo ha provato a ricominciare a vivere dopo una morte, dopo una insignificanza di vita, si trovano proprio di fronte queste persone che ancora ricominciano a giudicarle come han sempre fatto gli altri! E dicono: “E’ tutto uguale!” Ecco questo è lo scandalo più grosso che possiamo dare alla gente. Rifiutarla, accantonarla, allontanarla.

C’è poi questa ultima parte del vangelo in cui Gesù fa queste espressioni insomma un po’ macabre, se la tua mano ti scandalizza tagliala, se il tuo occhio…Che cosa vuole provare a dirci Gesù oggi, come conclusione di questo vangelo che un po’ ci scortica la pelle. Innanzitutto questo: se la TUA mano ti scandalizza, se il TUO occhio…per cui …siamo esperti nello scaricabarile. Ognuno abbia il coraggio di guardarsi un po’ dentro, di dire, ok ogni tanto provo a guardare la mia mano, il mio occhio, non sempre quello degli altri. Perché poi alla fine lo sappiamo che tutto quello che c’è fuori in qualche modo c’è anche dentro di noi. Nel bene e nel male. E allora qual è l’intenzione di Gesù? A me verrebbe da spiegarla in questo modo. Ovviamente non è: se la tua mano ti scandalizza tagliala. Non credo sia questo il senso! Gesù ti sta dicendo: converti la tua mano; proprio oggi ci dice: Che la tua mano sia capace di dare un bicchiere d’acqua a qualcuno! Converti i tuoi piedi! Che i tuoi piedi siano sempre capaci di andare incontro a ogni persona che la vita ti dà. Converti i tuoi occhi! Che possano diventare luminosi, capaci di vedere in ogni persona che incontri un fratello, una sorella

Giorgio 

XXVB – 23 settembre 2018 – Abbracciare Sap. 2,12.17-20;; Sal 53; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

E’ veramente un momento importante per la storia di Gesù, dei suoi amici, dei suoi compagni di viaggio. Sembra quasi che voglia stare Gesù con loro. Mi è venuto un po’ questo esempio: è come se siamo ormai davanti al momento più importante della storia, della loro storia, come se dovessero giocare la finale di una competizione, e allora Gesù li porta in ritiro, per prepararsi. E loro al posto di prepararsi discutono…ma chi sarà il capitano? Il cammino verso Gerusalemme non è facile, perché Gesù ha cominciato a dire ormai ai suoi amici: Quando io arriverò là mi metteranno a morte e io risorgerò. Vi ricordate? Già domenica scorsa era risuonato questo annuncio. E questi discepoli hanno altro per la testa. Non ascoltano. Sono proprio disinteressati a quello che Gesù sta dicendo. Pietro almeno era scandalizzato. Questa volta addirittura loro stanno parlando di tutt’altro. Stanno parlando di competizione, di carriera, di chi è il più bravo, il più bello, il più buono… 

San Giacomo nella lettura che abbiamo ascoltato dice: dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine. Ovviamente se c’è disordine, vuol dire che le cose non sono in ordine, vuol dire che non capisci, che non comprendi. Ma non comprendi semplicemente perché non sei attento. Ricordiamoci che la parola attenzione è una delle più importanti della vita. Gesù l’aveva detto con quest’altra esclamazione: dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. E allora forse converrebbe che anche noi iniziassimo questa eucarestia con qualche domanda. Tipo: ma tu dove stai andando? Di cosa discuti lungo la strada della tua vita? Stai ascoltando il tuo cuore o quello che dice la gente? Da che parte vuole andare il tuo cuore? Ecco, lasciamo che queste domande si depositino un po’ lì, in qualche parte dentro di noi.

Credo che Gesù, di fronte a quello che sicuramente ha origliato, perché poi appunto è lui stesso che pone quella domanda, come se sapesse già la risposta, Gesù sicuramente è deluso da quei suoi amici che non lo ascoltano e parlano invece di tutt’altro. Ma cosa fa? Al posto di stare a rimproverarli, lui rilancia. Chi vuol essere il primo sia l’ultimo. Il servo di tutti. Qui sta proprio toccando l’apice delle sue esclamazioni più forti. San Francesco, alla fine della sua vita quando scrive il suo testamento, si firma così: Francesco, piccolino. Proprio per ricordare a se stesso e a tutte le migliaia di frati che lo stavano ormai seguendo che la cosa più importante è rimanere piccolini. Gesù oggi lo dice con questi altri termini, mettendo al centro queste tre parole: essere gli ultimi, essere servitori e essere bambini. 

Sì perché poi su questa bellissimo gesto che Gesù fa …prende un bambino, lo mette in mezzo, se lo abbraccia un po’, poi dice: chi accoglie uno di questi bambini accoglie me. Ma anche il Padre intero, la Trinità intera. Abbracciare un bambino è come abbracciare la Trinità. Questa è pura mistica. O forse è la cosa più semplice del mondo. Chi non abbraccia un bambino ogni tanto? Quando hai un bambino piccolo è la cosa più bella da fare, che viene più spontanea, e solo prenderselo un po’ fra le braccia e sentire che cosa? Sentire Dio. Ce lo dice lui oggi. Ecco perché stiamo così bene quando teniamo un bambino in braccio…Tutto qui, tutto il vangelo in un abbraccio. Un gesto che ha un profumo particolare, perché sa solo d’amore. Dio semplicemente in un abbraccio, piccolo piccolo. Chissà, se riuscissimo a mettere anche noi al centro della nostra fede un abbraccio. Forse qualcosa potrebbe cambiare. 

Qualche giorno fa, quando pensavo appunto a questo abbraccio di Gesù, a questo bambino, ricordavo una scena, e allora sono andata a ricercarmela su YouTube: è la scena del primo film del decalogo di Kieślowski, il primo comandamento. Ha fatto dieci film di un’oretta l’uno, ognuno su un comandamento e nel primo c’è questa scena. C’è il papà di un bambino che è ateo per cui parla col bambino di cose ovviamente “altre” dalla fede, poi c’è la zia che invece è una donna di fede e allora il bambino dialoga un po’ con questa zia su questioni di fede, un bambino di sei o sette anni. A un certo punto questo bambino chiede: ma davvero Dio esiste? La zia resta in silenzio, prende il bambino, se lo abbraccia e poi gli chiede: ma cosa senti? E lui risponde: Ti voglio bene. Questo è Dio, dice la zia. Tutto qui. Un monaco camaldolese, per molti anni è stato monaco proprio a Camaldoli, Benedetto Calati, usava questa bellissima espressione: Dio è un bacio. Riuscissimo a portare Dio così vicino, in un bacio, in un abbraccio. 

Sì un abbraccio…che cos’è un abbraccio? L’abbraccio è sentirsi protetti, è sentire che c’è qualcuno che ti capisce, che ti comprende, che è semplicemente lì con te. E allora forse potremmo imparare anche noi – che ogni tanto chiediamo a qualcuno “come stai”? spesso perché quando incontriamo qualcuno…- nel momento in cui l’altro vacilla nel darti la risposta o dice addirittura “non sto troppo bene”: c’è un’unica risposta da dare. E non è verbale, è un gesto. Un piccolo abbraccio. Sicuramente dice di più di tutte le parole che possiamo dire. 

Mi piace questo Dio che è capace di togliersi dalla scena principale per mettere al centro un bambino. Mette al centro ciò che sembra più piccolo, più debole, più fragile. I bambini sono quelli che hanno più bisogno, hanno bisogni di fidarsi, hanno bisogno di madre, padre, per attaccarsi, per camminare nella vita. E che bello questo nostro papa che continua a ripetere queste espressioni: “Gesù continua a raccontarci la tenerezza di Dio.”

Chi accoglie un bambino, accoglie me, addirittura, dice Gesù a noi oggi. Il verbo accogliere è un verbo molto usato in questi tempi, in questi mesi, in questi anni. E’ un verbo difficile, perché sul verbo accogliere quante ne abbiamo sentite! Oggi Gesù è chiaro, molto chiaro. Ogni volta che accogli qualcuno che è piccolo, accogli me. Se non lo accogli, non accogli me. Semplice. Più di così! Non credo che ci sia altro da dire. Almeno in questi contesti. Però mi piace ricordare il grande pastore battista Martin Luther King, il quale diceva: “Ignorare il male, cioè far finta, è diventare complici.” E allora, tronando a casa, proviamo a tenere un po’ in bocca questo verbo. E chissà che questo verbo scenda un po’ più giù e che anche noi abbiamo il coraggio di accogliere veramente qualcuno di piccolo, qualcuno che ha bisogno. E che lo possiamo accogliere e stringere tra le nostre braccia. 

Sapete, siccome ci stiamo avvicinando alla festa di san Francesco mi piace pensare a questo compagno di viaggio. San Francesco, sapete quando si è convertito? E’ stato quando ha dato un abbraccio. Un abbraccio al lebbroso. Sì, tutto in quel gesto. Da quel momento in poi la sua vita è cambiata, così racconta lui nel suo testamento. Val la pena di spendere un po’ di tempo per abbracciare. Abbracciare i compagni di viaggio e soprattutto quelli che possono averne bisogno. 

Addirittura mi ricordo di un episodio in cui si narra negli atti, in cui c’è Cornelio, che quando incontra Pietro gli si butta ai piedi, quasi per adorarlo, come se fosse chissà chi, lui il designato da Gesù. E Pietro che cosa fa? Lo alza e gli dice: guarda che sono anch’io un uomo. In effetti “Non c’è in un intera vita cosa più importante da fare che chinarsi, perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.”

Giorgio. 

 

 

XXIIIB – 9 settembre 2018 – Cammino, ascolto e gesti Is 35, 4-7; Sal 145; Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.

Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

 

Volevo iniziare oggi con queste parole di papa Francesco che un giorno disse, in occasione di una visita a Rebibbia: “Vivere è camminare. Vivere è andare per diverse strade, diversi sentieri, che lasciano il loro segno nella nostra vita. Noi sappiamo che Gesù ci cerca. Vuole guarire le nostre ferite, curare i nostri piedi dalle piaghe in un cammino carico di solitudine, pulirci la polvere che ci si è attaccata addosso.” Mi piace questo “Vivere è Camminare”. Perché veramente il camminare è una delle cose più preziose che abbiamo nella nostra vita. Il verbo più usato in tutta la Bibbia è il verbo camminare. Avrà un senso. Sì, Ungaretti diceva che la meta è partire. Mettersi in viaggio, incominciare, muoversi, alzarsi…Ecco credo che veramente nella vita stare in cammino sia una delle cose importanti.

E Gesù in questo inizio di vangelo proprio ci racconta questo suo itinerario sempre da una città all’altra, quasi senza sosta. Addirittura esce dai confini, va verso i pagani, verso il territorio della Decapoli, verso gente che la pensa diversamente, che ha altri dei. Lui non ha paura delle frontiere, le oltrepassa, tranquillamente, camminando.

Forse è anche per noi un invito a pensare quanto è prezioso metterci continuamente in cammino. Fare anche noi ogni tanto come fece San Paolo che un giorno scrisse che bisogna andare dagli altri con la bisaccia del cercatore. Un po’ di anni fa, tra noi frati c’era il frate questuante, colui che partiva dal convento con la bisaccia vuota e tornava la sera con qualcosa da condividere con gli altri. Ecco sarebbe da imparare, ogni tanto a portare la bisaccia vuota, per poterla riempire di quel che la vita ci dà. Noi cristiani siamo stati un po’ troppo forse abituati a portare la bisaccia piena e andare dagli altri pensando di dare solo qualcosa agli altri. E’ tempo di imparare, di imparare anche dagli altri, di metterci insieme in questo cammino. Una bellissima frase di Coelho dice: “Chi crede nel proprio cammino non ha bisogno di dimostrare che quello degli altri è sbagliato.” Tutto qui. L’importante è che tu sia fedele alla tua vita, al tuo Dio e poi gli altri invece faranno la loro strada, saranno fedeli alla loro vita, alla loro storia, alla loro religione. Ma ogni religione ha veramente qualcosa da insegnare alle altre. E allora stiamo in cammino. Questo stare in cammino credo che sia soprattutto per noi oggi, ovviamente sì anche tenerci in forma, ma camminare, camminare spiritualmente, avere il coraggio di stare sempre in attesa di qualcosa di nuovo che ci arriva.

Non ultimo: il cammino più importante, quello più prezioso, quello verso te stesso. Verso te stessa. Questo è il cammino più prezioso. “Lech lekà” dice Dio quando parla ad Abramo. Parti e vai. Ma è un “vai verso te stesso”, così direbbe la traduzione. Tonino Bello invece dice così: “Il pellegrinaggio più faticoso è quello che porta l’uomo dalla periferia al centro del proprio cuore. Il più lungo è quello che conduce alla casa di fronte. Quello più serio è quello che porta all’incontro con Dio.”

Eccoci qua anche noi questa sera a questo incontro con Dio, per incontrare questo sordomuto che viene accompagnato dai suoi amici a questo incontro col Messia, con Gesù. E’ bello sapere che è prezioso essere accompagnati. Non so se ci siamo mai domandati: Ma io ho mai accompagnato qualcuno verso Dio? Qualcuno, a un incontro, a una messa. O semplicemente: Ho accompagnato qualcuno a gustarsi un tramonto, un cielo stellato e in quel momento semplicemente innalzato a Dio un grazie? Ecco, accompagnare a Dio è molto più semplice di quello che possiamo immaginare. Però bisogna farlo, come tutte le cose.

Bisogna fare il primo passo. E sarà bello che se accompagniamo a Dio qualcuno, Dio se ne prenderà cura. Come fa Gesù con questo sordomuto. Lo prende per mano, lo porta in disparte, insomma in qualche modo lo fa sentire veramente unico. Pur nella sua difficoltà, nella sua fragilità. Lo fa sentire così unico che compie questi gesti di accoglienza, di amicizia e poi di guarigione. C’è da imparare, c’è da imparare dai gesti di Gesù. Ogni volta che incontriamo qualcuno ferito, non ha bisogno di molto altro, se non di qualcuno che lo prenda per mano, di qualcuno che lo faccia sentire vivo. Che tu possa far sentire che tu sei lì proprio per lui. Attento a quello che sta vivendo, a quello che si porta dentro…

E poi è un fatto di gesti, perché Gesù oggi non dice molte parole, ne dice una sola. Ma compie molti gesti. Tante volte le parole sono troppe. Magari imparassimo ad essere più capaci di gesti. Gesù cosa fa? pone le dita nelle orecchie del sordo. Proprio le tocca, ha bisogno di toccare, Gesù, non è soltanto un mistico con la bacchetta magica, no lui tocca, mette le dita nelle orecchie. Quanto è prezioso sentire che le nostre mani possono guarire. Ogni volta che tu accarezzi qualcuno, è una guarigione che ha inizio. Credo che Gesù ci stia insegnando questo. Abbi il coraggio di toccare. Tante volta basta sfiorare una mano, un gesto… è diverso se si fa o non si fa. E’ diverso che io vi accolgo alla messa dicendo ciao o stringendovi la mano o anche abbracciando qualcuno. E’ diverso.

E poi un gesto ancora più intimo, prende la saliva della sua bocca e la mette nella bocca di questo sordomuto. La saliva nella bocca dell’altro è un gesto molto intimo, è il gesto di chi si bacia, che si scambia la saliva, il gesto di qualcosa che è veramente mio e che io condivido con te. Io credo che sia uno dei più bei gesti d’amore che Gesù abbia fatto, questo mettere questo poco di saliva nella bocca del muto. Sì perché non sarebbe servito parlare, c’era da fare un gesto, un gesto molto intimo. Che bello sapere che la bocca di Gesù è la bocca ognuno di noi. Dalla bocca noi respiriamo, dalla bocca escono le parole, dalla bocca esce anche la saliva, che ci fa essere intimi con qualcuno.

Poi la Parola dice: guardando quindi verso il cielo emise un sospiro e disse “Effatà”, apriti. Pensate un po’, Marco, in questo vangelo, come è attento; perché vedere uno che sospira…insomma se uno emette un grido di dolore piuttosto che, che so, qualsiasi cosa… ma se uno sospira, è un gesto che solo a due occhi attentissimi non sfuggono. Gesù sospira. Quando noi sospiriamo? quando abbiamo bisogno di prendere un po’ di ossigeno in bocca perché c’è qualcosa da fare di importante, di prezioso. Qualcosa che ci emoziona, qualcosa che si muove dentro. Ecco Gesù si sta emozionando, ha bisogno di (sospiro) un po’ d’aria. Che bello sapere che anche lui con questi piccoli gesti ci trasmette la sua umanità.

”Apriti”: finalmente anche lui dice qualcosa. “Apriti”. Come si apre la porta di casa a chi arriva, all’ospite Come si apre una finestra quando c’è bisogno di sole, da fare entrare nella casa. Come quando si apre il cielo dopo una tempesta. Magari con un arcobaleno. “Apriti!”. E’ un verbo importante. E’ il contrario di chiudere. Teniamocelo ben presente. Apriti. Apriti soprattutto agli altri. E se ti apri agli altri ti aprirai anche a Dio. E chissà che quelle ferite che stai portando, con questa apertura non diventino feritoie, da cui passi una luce, una luce nuova.

Ogni tanto nella vita credo che ognuno di noi è stato un sordomuto. Quando non abbiamo voglia di ascoltare siamo sordi, quando non abbiamo voglia di dire la nostra, di parlare diventiamo muti. Che bello Gesù che prima apre le orecchie e poi la bocca. Come a dire: prima è importante ascoltare, chissà se sarà per questo che abbiamo due orecchie…è molto più importante ascoltare, che parlare.

E allora, che anche per noi possa essere un’occasione quella di mettere insieme un po’ tutte queste parole, questi gesti. Di imparare veramente da Gesù. E io credo poi che Gesù non guarisca perché ha bisogno di discepoli…Gesù guarisce perché quando incontra uno che ha bisogno si ferma e fa quello che può. Tutto qui. Quello che può. Poi ognuno rimane libero, rimane adulto. A te poi scegliere cosa devi fare della tua vita, se andare dietro a lui o inventarti qualcosa. Io so che il modo migliore per aiutare la gente è quello dei gesti.

E concludo con questi piccolo episodio di una missionaria che raccontava che stava quel giorno pulendo le piaghe di un lebbroso. Lo stava facendo con compassione, con naturalezza. A un certo punto poi, questa donna, questa suora, chiede al malato: Ma tu credi in Dio? Lui ci pensa un po’ e poi la risposta è: “Beh, da oggi anch’io credo in Dio”.

Giorgio.

 

19 agosto 2018 come 22.8.2021- (anno B); Gs 24,1-2.15-17.18; Sal 33 ; Ef 5,21-32;  Gv 6,60-69

 In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Tutti sappiamo che Giovanni non racconta episodi della vita di Gesù, è più provare a raccontarci il senso di ciò che Gesù ha vissuto per darcene il significato, anche l’ultima cena nel vangelo di Giovanni è la lavanda dei piedi. Però c’è questo sesto capitolo che ormai stiamo leggendo da un mese in cui c’è questo lungo discorso sul pane, sul sangue, sulla carne che è il modo dell’evangelista   per raccontarci il senso dell’eucaristia. E’ come se Giovanni volesse aiutarci a capire bene, non è tanto il fatto storico in sé che conta ma quello che tu in qualche modo di questo episodio riesci a far tuo, a vivere, a incarnare nella tua vita. Allora quello che vorremmo imparare a fare un po’ non solo con la parola di Dio, questo insegnamento è prezioso per la vita perché cogliere il senso di quello che stiamo vivendo è una delle cose più preziose da fare, capire verso cosa la vita ti sta portando, cosa ti sta indicando la strada, questo è importante per te. 

E allora è bello farci tutti discepoli, discepolo è colui che impara dalla vita quello che la vita gli dà. 

A me piace spesso sostituire il termine Dio con Vita perché imparare dalla vita è come imparare da Dio, credo sia la stessa identica cosa perché se tu vedi Dio in ogni situazione, in ogni momento, riesci a incontrarlo nelle pieghe della vita, allora tutto diventa Dio. Allora è bello sapere che se tu ti fai discepolo della tua storia, della tua vita, discepolo di Dio, impari. Nulla diventa incomprensibile o addirittura inaccettabile perché tutto diventa un messaggio, un insegnamento. Addirittura anche le storie che si sembrano più difficili e incomprensibili come le malattie e i lutti diventano scuola di vita, la scuola più importante. 

In questo lungo capitolo Gesù continua a dirci? ‘ Chi mangia la mia carne vivrà per sempre’. Insomma, c’è da mangiarla questa carne se vogliamo che la nostra vita sia eterna. Poi dopo Gesù dice ‘Chi mangia la mia carne ha la vita eterna’ come dire non è qualcosa che arriverà dopo, la vita eterna è quella che stai vivendo ora, oggi puoi rendere eterna la tua vita. Puoi renderla vera, piena di amore se ti fai discepolo di Gesù. Seguendo i suoi passi, la nostra vita può diventare eterna come la sua. 

Ovviamente di fronte a tutte queste frasi i Giudei si chiedono ‘ma come può darci la sua carne da mangiare? ’ domanda più che lecita. Gesù ci invita a mangiare la sua carne, a nutrirci della sua umanità come se dicesse ‘quello che voglio trasmetterti non è la mia divinità, ma il mio modo di stare al mondo, di vivere che è quello di provare a dare vitalità, calore, carezze alla tua vita e a chi incontri. 

Ho incontrato degli amici che hanno un a bimba piccola piccola, gli occhi di questi due genitori su questa bimba ma ancor più gli occhi della bimba al richiamo e lì si capisce cos’è la carne, quanto l’uno per l’altro è cibo non solo perché la madre allatta, ma c’è un cibo ancora più importante del latte materno. 

Credo che Giovanni voglia provare a farci comprendere che nutrirsi di Dio non è soltanto la preghiera, la messa, confessarsi. C’è ben altro, non si tratta semplicemente di fare la comunione, ma di diventare noi stessi comunione. Per fare questo dobbiamo essere pienamente noi stessi fino in fondo, non c’è altra strada. Ecco perché è così prezioso che ognuno impari dalla vita, dalla propria storia il motivo per cui è qua e soprattutto la grazia di poter essere qualcosa per gli altri.

L’espressione di Gesù ‘prendete e mangiate’ addirittura prima ancora che abbia fame, lui mi dice ‘prendi e mangia’ come l’innamorato che non ha desiderio più grande di sfruttare i desideri dell’amata e di prevenirli, come gli innamorarsi che non possono non toccarsi, non baciarsi, non sentire il proprio sangue scorrere nelle vene dell’altro. 

Spero che ormai abbiate compreso in questo mese nel sentire questa parola che il pane è per tutti, l’ostia non è per quelli che sono bravi, buoni o a posto. Il pane di Gesù è il nostro nutrimento, la cosa più importante della nostra vita di fede. Allora facciamo esperienza di questo pane, continuiamo a cibarci soprattutto quando ne abbiamo più bisogno. Non è un premio, è una necessità, il pane è per gli affamati per cui se ne hai bisogno, mangia. Tutti diciamo prima dell’eucaristia ‘non sono degno di partecipare…ma di’ soltanto una parola’: e quella parola Dio sicuramente la dice per il mondo, per te. Alla fine venire a messa senza fare la comunione è come due innamorati che si incontrano ma non si baciano, come se la carne non si incontra. L’amore desidera l’incontro.

Più mangi il Signore, più diventi come lui, ti metti a sognare i suoi sogni. Chiaramente non è una questione di quantità, ma di qualità con Dio ma cosa c’è di più bello che diventare carne nella carne. Quando ti metti a sognare con Dio, i suoi sogni non sono mai piccoli ma non possono non trasformare la tua storia. 

Mi affascina sempre la gente che cibandosi di Gesù sogna un mondo nuovo in cui ognuno cresce nella propria libertà e in quella altrui senza giudizi e pregiudizi. 

A me piace continuare a sognare e la messa è uno dei luoghi più belli. Allora immaginare che semplicemente un pezzo di pane possa, come ha fatto in effetti, cambiare la storia è così strano e paradossale, ma è un sogno che s’avvera per cui buon appetito a tutti e che ogni volta che Dio viene dentro di voi vi trovi svegli, liberi, attenti. 

Giorgio

 

15 agosto 2018 come 15.8.2021- (anno B);Ap 11,19; 12,1-6.10;Sal 44 ; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-56


 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.

Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Allora Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
 

Maria è viva in cielo col suo corpo e col suo spirito. Credo che oggi sia veramente la festa del corpo di Maria, di questa ragazzina che ha vissuto la sua vita semplicemente provando a dire sì e no quando era necessario. In questo periodo stiamo leggendo i capitoli di Giovanni sull’eucarestia, c’è questo tema del corpo di Gesù, del pane di vita. Un teologo tedesco scrive ‘Ricevere l’eucarestia è riconoscere il valore e la dignità del corpo, è credere che questo nostro corpo ha un’immensa dignità ed è destinato alla resurrezione. Ma ciò che manca oggi nel messaggio del cristianesimo è la tenerezza. L’attenzione e la cura del corpo…se il corpo sta male, tutto il resto sta male, se qualcuno ti dice che ti ama ma poi non fa gesti di tenerezza, di amore con il proprio corpo che valore ha? Veramente questo corpo è la benedizione di Dio su questa terra per noi ed è anche la scelta di Dio quella di diventare corpo come noi. Un giorno una signora mi ha detto ‘solo quando è morto un bambino ho capito quello che ha vissuto Maria. La donna ha qualche cosa in più perché è diverso portare in grembo per nove mesi che accompagnarla. E allora visto che a noi uomini manca questa parte non ci resta che andare a guardare queste figure, Maria ed Elisabetta. Due donne lontane nel tempo, Maria è un’adolescente nel tempo dei sogni, legati all’oggi, al subito. Immagino che Maria di fronte a questo annuncio dell’angelo, insieme alla gioia si sarà sentita sottosopra perché lei era innamorata del suo Giuseppe. Dal momento che rimane incinta, tutto cambia. Cosa poteva fare se non mettersi alla ricerca di qualcuno che stava vivendo la stessa cosa? Aveva saputo che anche Elisabetta aspettava per cui non poteva far altro che scappare via di corsa per raggiungere questa donna che come lei aveva ricevuto un angelo del Signore. Maria ci insegna che si può credere nell’impossibile ‘nulla è impossibile a Dio’ e nulla è impossibile anche a noi perché se Dio abita ognuno di noi quelle parole ‘perdonare settanta volte sette…provare a risorgere dopo la morte’ che sembrano così lontane da poter vivere, con Maria davanti tutto diventa più semplice, si può credere che l’impossibile è anche per noi. Credo che Elisabetta ci insegni che la parola da dire sempre al risveglio e prima di addormentarci è avere il coraggio di dire ‘sia benedetto’, tutto sia benedetto. Possiamo lodare la vita sempre e il primo passo è benedire, non ce n’è un altro. Benedire il tuo sposo, la tua sposa, i tuoi figli, i tuoi amici, avere il coraggio di dire ogni giorno ‘tu sei una benedizione, tu sei un dono di Dio per me’. E allora volevo concludere con alcune parole che scrissi tempo fa perché se qualcuno mi chiedesse se avessi la macchina del tempo e potessi tornare indietro nella storia, vorrei essere presente a quell’incontro tra Maria ed Elisabetta, la più alta espressione della gioia. Ecco perché ho provato a scrivere questo incontro. 

Esultare di gioia, rallegrarsi di felicità, gioire di letizia!
Non esiste vocabolario che racchiuda ciò che sento, non esistono parole neppure sulla Torah che raggiungano tale gioia. Non esiste! Certe cose si possono solo vivere, provare, toccare, e rimanerne incantati.
Quando ti vedo arrivare da lontano, sento il cielo un po’ più vicino alla terra, le stelle brillare negli occhi, il sole scaldare il cuore.
Quando ci si abbraccia non servono parole, e quell’abbraccio tra due, moltiplicato per quattro, coinvolge l’universo: i capelli danzano coi piedi, le mani si intrecciano tra loro, ogni lembo di pelle pulsa al vento. Radici e rami, cielo e terra, roccia e ali, tutto ciò che sembra così lontano, si fa uno.
E i frutti dei nostri grembi saltano di gioia con noi, esultano di felicità, si rallegrano di letizia: è il girotondo più bello del mondo. E dentro di me si fa largo una convinzione: se tu, Maria, credi davvero che Dio ha bisogno di te per salvare l’umanità, posso credere che anch’io posso servire a Dio, che ogni donna può partecipare a rendere migliore questo mondo.

Solo dopo infiniti istanti la bocca prova ad esprimere in parole quel miracolo, a dare armonia a quella musica celestiale, a dare vita alla grazia: “Benedetta tu Maria, e benedetto il frutto del tuo grembo”. “Benedetta tu Elisabetta, e benedetto il frutto del tuo grembo”. All’unisono le nostre bocche cinguettano lo stesso ritornello. E poi ancora insieme cantiamo: “L’anima mia magnifica il Signore, e il mio Spirito esulta in Dio mio salvatore”. Parole fiorite coralmente, sgorgate da quattro cuori pazzi d’amore.

Sopra di noi come per incanto si disegna un arcobaleno che abbraccia cielo e terra nell’infinito dei suoi colori, colombe candide danno ali al vento e i nostri sorrisi disegnano fiori sulla terra: in quell’istante abbiamo capito che il mondo non sarebbe stato più lo stesso, e che per l’intera umanità si apriva un’era nuova, una nuova possibilità.

Da quel giorno, ad ogni risveglio, la benedizione sorge col sole, e il mondo si risveglia nuovo nei miei occhi; ad ogni tramonto il suono di quelle parole diventa ninnananna per il frutto del grembo.

Il mio Giovanni nascerà, a breve, ma l’eco del nostro incontro continuerà all’infinito. Sento che non può spegnersi, perché ho scoperto il segreto della felicità: quando la vita ti concede un attimo di gioia, inviala al cielo con un canto di lode a Dio. La gioia di quell’attimo si conserverà nel tuo cuore per sempre.

 Giorgio

XVIIB – 12 agosto 2018 – Questo basta;1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51;

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

 

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

(…) Non si può diventare cristiani se non per attrazione. Non si può imporre a nessuno una religione. Non si possono fare crociate. Non si possono fare indottrinamenti. E’ solo per attrazione che si può diventare cristiani. E allora questa è una domanda che sarebbe opportuno farci: che cosa mi piace, che cosa mi attira di Dio? Noi stiamo celebrando… per cui a me attira questo Dio buono come un pezzo di pane, piccolo umile come un pezzo di pane. Uno che continua ad offrirsi instancabilmente, ogni giorno. A tutti. Sì, questo mi attira, mi attira assai.

E poi c’è questa espressione che abbiamo usato insieme nel salmo responsoriale: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”. Gustate! San Tommaso d’Aquino, il teologo, uno dei più grandi della storia, scriveva: “Tra i sensi, tatto e gusto percepiscono direttamente i loro oggetti. Ma il gusto lo sente dentro. Dio non è fuori, ma è dentro di noi, e perciò l’esperienza della bontà divina è detta “gusto”. Nelle cose materiali prima si vede poi si gusta, nelle cose spirituali invece, prima si gusta e poi si vede. Perché nessuno conosce quel che non gusta.” Sì è proprio così, nelle cose spirituali bisogna prima gustare. E poi si capisce. C’è da gustarlo questo Dio. Gustarlo vuol dire che è proprio qualcosa come una calda giornata d’estate in cui prendi un bel gelato e te lo gusti. Gustarlo però non vuol dire azzannarlo, fagocitarlo. In quel caso non lo gusti. Gustare le cose vuol dire prendersi il tempo. Perché i piatti dei grandi chef sono delle cose che quasi non si vedono? ma quando metti in bocca quella cosa lì, la gusti… Ecco: dovremmo essere un po’ più capaci di fermarci a gustare le cose… Noi siamo figli di Dio, perciò non possiamo accontentarci di bocconi semplici che non danno sapore. Noi gustiamo addirittura Dio.

Proprio perché Gesù faceva questi discorsi, i giudei mormoravano, e Gesù non la manda a dire. Non mormorate. Cioè non sparlate, non calunniate, non spettegolate… Non serve a nulla. Anzi, serve solo a mettere in circolo veleno. Ecco il perché di questo piccolo aneddoto, in cui si racconta che, a una donna che si accusava di frequenti malignità e maldicenze, san Filippo Neri domandò: “Ma ti capita davvero spesso di sparlare del prossimo?” E lei purtroppo assentì:” Sì è proprio il mio vizio.” Allora disse: “Figliola, questo errore è grave. E’ necessario che facciate questa penitenza. Ucciderete una gallina e me la porterete spennandola lungo la strada”. La donna obbedì e qualche giorno dopo si presentò al santo con una gallina tutta bella spennata. “Ora”, disse san Filippo, “ritornate lungo la strada che avete fatto e raccogliete a una a una tutte le penne di questa gallina”. “Impossibile”, disse lei. “Col vento che tira oggi chissà dove sono finite tutte queste piume”. “Lo so anch’io”, disse il santo, “Ma ho voluto farvi comprendere che se non potete raccogliere le penne di una gallina sparpagliate dal vento, come potrete riparare a tante maldicenze gettate in mezzo alla gente? “Attenzione a quello che la nostra lingua, che ha sempre a che fare col gusto, sa tirar fuori. 

Questa espressione di oggi, ripetuta più volte, da Gesù: “Io sono il pane disceso dal cielo”. Vi rendete conto quanta bellezza hanno queste parole? Vuol dire cha da oggi in poi, da quel giorno in poi, non c’è più il cielo da una parte e la terra dall’altra. Cielo e terra si uniscono in un pezzo di pane. Che meraviglia! Non mancherà più la presenza di Dio su questa terra. Finché ci sarà pane. Addirittura, un santo osava dire questa espressione: “Con la venuta in terra di Gesù, il mondo è continuamente incinta di Dio”. Pensate che immagine folgorante. Bellissima. Dio qui, ora. E’ dentro di te, dentro di noi. E non se ne andrà mai più. E’ dentro di te come desiderio. Come un amante. Come un pezzo di pane. Esiste davvero allora un pane che dà la felicità, ed è questo pane di cui parla continuamente Gesù. E’ ormai un mese che parliamo continuamente di questo pane, con questi capitoli del vangelo di Giovanni. 

E che bello pensare che ogni volta che mangi un pezzo di pane, scompare. O meglio, piuttosto che scomparire diventa un po’ di te. O tu diventi anche questo pezzo di pane. Ecco perché il pane, nell’Eucarestia, bisogna sempre mangiarlo, perché è un dono di Dio, un dono di Dio per te. E un dono non va meritato, almeno, non un dono di Dio. Per cui cibatevi sempre di Dio e del pane che viene donato in ogni Eucarestia. Sarà bello allora farci abitare da Dio. Sentire che la sua Parola, la sua Presenza fanno crescere nell’amore. Ovviamente è sempre importante scegliere di cosa nutrirsi. San Paolo ce lo diceva chiaramente. State attenti. Perché se vi nutrite di asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze, finirete male. Altro che mal di pancia. E allora nutritevi invece di queste cose: siate benevoli gli uni gli altri, siate misericordiosi. Abbiate il coraggio di perdonarvi. Vivete e camminate nell’amore. Ecco il vero nutrimento di Dio. Tutto quello che questo piccolo pezzo di pane rappresenta.

Concludo con un’ultima piccolissima riflessione sul profeta Elia, che amo. E’ uno di quei profeti che all’inizio proprio non mi piaceva per nulla perché…insomma la storia è che in quel periodo, sotto il regno di Acab, il regno d’Israele, avendo sposato Getsabele che adorava Baal al posto di Jahvè, allora, il re aveva deciso che bisognava tutti seguire il nuovo dio Baal. E lui era rimasto invece l’unico profeta invece fedele a Dio, al Dio di Israele. Ovviamente per fare questa cosa dovette confrontarsi con tutti i profeti di Baal. Un giorno ci fu una disfida…una roba da farci un film…da solo lui contro quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal. La storia narra che vinse, lui da solo contro tutti. La storia narra anche che avendo vinto passò a fil di spada tutti. Li fece andare direttamente nell’altra vita. Sta di fatto che avendo vinto in modo così eclatante, la regina cerca in tutti i modi di farlo fuori e allora lui scappa. Pensate un po’: al culmine della sua gloria, al culmine del potere, del sentirsi Dio in terra, deve scappare. Va in crisi questo uomo. Ma in crisi profonda. A un certo punto, avete ascoltato nella lettura, chiede a Dio di farla finita. Di morire. Non ce la fa più. Capita. Soprattutto quando si cade da molto in alto, come era capitato a lui. E allora è nel mezzo del deserto e si lascia andare. In quel momento arriva Dio, che l’ha seguito ogni momento, ogni istante. Ha aspettato quel momento per arrivare. Che lui avesse consumato tutta la sua gloria e fosse ritornato veramente ad essere un semplice uomo. Gli manda un angelo, il quale angelo gli dà semplicemente una pagnotta e un bicchiere d’acqua. Quello gli bastò per arrivare al monte Oreb. In questo monte, che era il monte della presenza di Dio…ciao Sara! (saluta una bimba che sta parlando a modo suo ad alta voce dall’inizio dell’omelia☺)…stavamo dicendo che poi quando arriva al monte Oreb, che cosa succede? Trova una grotta e vi entra, va fino in fondo. Come a dire: va fino in fondo alle sue paure, che ancora c’è qualcosa veramente da risorgere in quest’uomo.  E Dio fa accadere questi eventi: un terremoto, un fuoco potente, un vento gagliardo. Ma Elia attende, perché capisce che non è quella la presenza di Dio. Quando alla fine sentirà un soffio leggero di vento, capirà, uscirà dalla grotta e parlerà con Dio a quattr’occhi. C’è voluto tutto questo tempo, questo scendere fino in fondo all’abisso per risorgere. Per capire che tutto quello che lui aveva fatto per Dio era poca cosa in confronto con quello che Dio poteva fare per lui. E allora, non disperiamoci mai. Anche quando sembra che tutto sia così difficile, tutto sia finito, tutto sia nero. Un angelo arriva. Ti deve bastare però un sorso d’acqua e un pezzo di pane. Non chiedere di più, ma questo basta. 

Giorgio

XVIIB – 29 luglio 2018 – Condividere il poco; 2Re 4,42-44; Sal 144; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.

Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.

E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

 

E’ vicina la Pasqua per cui…è già primavera, i prati sono veramente verdi come li descrive Gesù, c’è quest’erba fresca, veramente un’aria nuova, un’aria di qualcosa di nuovo che sta per succedere, come in ogni primavera. 

Ma perché tutta questa gente segue Gesù? Sì certamente: lo segue perché è un uomo affascinante, che compie dei segni, uno che sa parlare direttamente al cuore. Ma io credo che ci siano due motivi particolari, perché qualcuno sia disposto a lasciare la casa, il proprio lavoro, tutto quello che c’è da fare per seguire qualcosa o qualcuno. Credo che i motivi siano questi. Si può seguire perché ci si innamora e allora si ha il coraggio di lasciare tutto, o si può seguire qualcuno o qualcosa, un sogno, perché si ha fame. Perché ti rendi conto che quella è l’unica cosa che potrà saziare, potrà saziarti. Ecco allora forse la prima domanda che questo vangelo un po’ ci pone: abbiamo fame? siamo innamorati di qualcosa, di qualcuno? Perché è solo se viviamo queste esperienze che Dio potrà essere questo, questo Gesù che sa sfamarti. 

E’ veramente da chiederci, è necessario chiedercelo ogni tanto: perché vengo a messa? Semplicemente per abitudine? Perché c’è scritto che bisogna farlo? Se non c’è questa fame dentro di te, a cosa ti può servire? Se non c’è questo innamoramento in qualche modo di Dio…che vieni a fare? Ogni tanto conviene chiedercelo, me lo chiedo anch’io ogni tanto. Arriva proprio la primavera a risvegliare tante volte il cuore, la mente, i sogni. Oggi siamo nel pieno dell’estate, è un po’ più complicato e difficile, il caldo ovviamente comincia a farsi sentire, le forze vengono meno, ma credo che sia il tempo buono per sognare perché spero, credo che per ognuno ci sia un tempo di riposo, un tempo di vacanza, un tempo nel quale poter gustare quello che c’è. Potersi ri-innamorare semplicemente della vita. 

Mi piace pensare che veramente Gesù abbia questa capacità di fare arrivare a tutti il pensiero giusto, quello che sta servendo in quel momento. E l’attenzione di Gesù, la premura, gli occhi, sono capaci di scrutare non solo la fame di Dio che questa gente ha, ma anche la fame di pane che questa gente ha. Per cui dice: fermi tutti, è l’ora della cena. 

C’è da fare qualcosa. Facciamo qualcosa. Cosa facciamo? Inventiamo un modo nuovo per stare insieme. Condividere il poco che si ha. Semplicemente questo. E basta che un ragazzino offra quel poco che ha, cinque pani d’orzo – l’orzo è il primo cereale a far frutto, per cui sono i pani della primizia – qualche pesce, basta quel poco per iniziare una catena che non finirà più. La catena della generosità, del distribuire agli altri quello che si ha, anche se è poco: ecco il miracolo più bello. Allora la prima cosa da fare è: non pensare mai che quello che hai sia poco, che quello che sei sia poco. Quel poco può bastare per tutti, non solo per te. Questo è il vero miracolo. Quel poco che tu hai, quel poco che tu sei, se non te lo tieni per te, ma lo offri, si moltiplica all’infinito. Ecco il miracolo di Dio. Ecco la pazzia di Dio, quella di dire: ho bisogno di te, piccolo uomo, piccola donna, di quello che sei, di quello che hai, non mi serve altro. Ma senza quello, Dio si ferma, non può fare nulla. Che bello aver un Dio così che continua a fidarsi di me, nonostante me. Quanto può essere prezioso avere un compagno di viaggio così. Allora, non smettere mai di avere fede in questo Dio che sa trasformare il poco in abbondanza. Non fermarti mai davanti al tuo poco.

Che bello sapere che semplicemente si può condividere quello che si è, quello che si ha. C’è così tanto pane sulla terra, che potrebbe veramente bastare per tutti. Invece purtroppo siamo troppo abituati ad accumulare, a chiudere le nostre casseforti, nelle nostre banche, nelle nostre case. Questa cosa sicuramente giova poco. Perché per vivere veramente non serve molto. Continuano a farci credere che ci sia bisogno di chissà che, di chissà che cosa, ma si campa con poco nella vita. Tutto il resto è superfluo. Dobbiamo ogni tanto ricordarcelo. E mi piace pensare che questi pochi pani, questi due pesci siano un po’ come lievito. Forse è quello che dobbiamo essere noi cristiani. Non ci è chiesto credo di dar da mangiare al mondo intero. Ovviamente ognuno faccia il proprio, quello sì, ma ci è chiesto di essere lievito, pizzico di lievito, pane in abbondanza. Ecco cosa vuol dire forse provare anche noi oggi a mettere in comunione questo poco che si ha. Il lievito che ci viene chiesto di portare agli altri, al mondo intero, è il lievito di Dio. Il lievito della generosità della condivisione. Il lievito di provare a far credere a ogni uomo, a ogni donna su questa terra che si può continuare a vivere bene, con Dio, insieme, condividendo quello che si ha.

Terminato questo miracolo, questo segno come lo chiama Giovanni, da qui in poi, nel vangelo di Giovanni non ci sarà più pace per Gesù, anche con i suoi discepoli sarà sempre più difficile intendersi. E’ come a dire che questo grande segno, fa alzare forse troppo l’asticella per questi discepoli che si credono chissà chi o di essere arrivati chissà dove. Invece l’importante sapete voi cos’è? L’’importante è riconoscere che la cosa di cui più c’è bisogno sono mani che sono capaci di aprirsi. Sono le mani che fanno la differenza. In mano a me, una racchetta da tennis non serve. In mano a un campione lo fa diventare campione di Wimbledon. Quanto conta avere certe mani, capaci di fare alcune cose. Ecco cosa vuol dire allora provare a mettere le nostre mani nelle mani di Dio, perché quelle sono le mani che sanno trasformare ogni cosa in bellezza. C’è da fidarsi? Sì. Ritorniamo sempre qua. C’è da fidarsi di Dio, c’è da fidarsi delle sue mani.

Questa piccola storia racconta di un riccone che arrivò in Paradiso. Per prima cosa fece un giro al mercato e con sorpresa vide che le merci erano vendute a prezzi molto più bassi che sulla terra. Immediatamente allora mise mano al portafoglio, bello pieno, e cominciò a ordinare le cose più belle che vedeva. Giunse poi il momento di pagare e porse all’angelo che faceva il commesso una bella manciata di banconote. L’angelo sorrise e gli disse: “Mi spiace ma questo denaro qui da noi non ha alcun valore”. “Ma come?” Si stupì il riccone. “Sa, qui vale solo il denaro che sulla terra è stato donato!”

Ecco, se vogliamo prepararci un po’ di caparra per il Paradiso forse conviene credere in questi tre verbi che oggi accompagnano questo vangelo “prendere il pane, rendere grazie e distribuire”; sono i tre verbi che sanno di accoglienza, di dire il nostro grazie a Dio e di saper donare quello che abbiamo, quello che siamo. Basterà questo. Davvero, basterà questo a sfamare il mondo intero. Bisogna crederci.

Giorgio

 

8 luglio 2018 come 4.7.2021- (anno B), Ez 2,2-5, Sal 122; 2Cor 12,7-10, Mc 6,1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Credo che questa frase ‘Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua’ sia molto più vicina a noi di quanto possiamo immaginare anche se magari non ci riteniamo tutti profeti. Come le gioie più grandi arrivano dalle persone che ci sono vicine anche le pene, i dolori, le difficoltà abitano la stessa casa, lì vicino, la tua stessa casa. E’ vero che nella relazione con i nostri famigliari si gioca gran parte della nostra vita. Gesù a casa sua è di scandalo, nella sua Nazareth  dove ha vissuto tutta la vita, dove è cresciuto si è messo a lavorare col padre. Tutti lo conoscono per cui c’è questa meraviglia che sappiamo alla fine diventare scandalo. Sembra quasi dirci Gesù ‘attenzione, più si è abituati a frequentare Dio e più ci si può scandalizzare’. Non credo che sia così lontano dalla realtà per esempio chi si è più scandalizzato del nostro Papa in questi anni? Molto più i vicini che i lontani. Ognuno di noi cresce con un’immagine di Dio ma con alcune costanti. Dio è il creatore, l’onnipotente, quello che guida dall’alto la storia, sceglie lui come farla andare, anche con effetti speciali ce ci portiamo dietro da duemila anni. Ebbene questa immagine di Dio con Gesù crolla, ecco perché è scandalo. Gesù è invece la normalità più normale oserei dire. Questa gente l’ha visto crescere come vicino di casa e ad un tratto fa tutte queste cose strambe. Lo scandalo viene da Dio che è vicino di casa. Uno pensa ‘ma del Dio vicino di casa che me ne faccio, a me serve quell’altro Dio, quello forte, potente, che può sistemare le cose’. Lo scandalo con Gesù è proprio che Dio si fa così vicino che si fa toccare da me, da te, da ognuno. Si fa pure mangiare, è lì apposta. Dovrebbe un po’ scandalizzarci questa cosa, questa buona notizia dovrebbe veramente pungolarci un po’ e rompere questi castelli che nella nostra mente invece ci sono. Allora forse un alogica nuova che Gesù è venuto a portare è semplicemente questa, la logica dell’amore verso tutti cominciando dai più deboli, dai più poveri, da quelli che ne hanno più bisogno. Già, è questa la preferenza di Dio. Questo vagito di bimbo in sottofondo non può altro che ricordarci che questo è Dio che ogni giorno nasce nell’uomo, basta immaginarlo da vecchio con la barba lunga, d’ora in avanti immaginiamoci Dio con la faccia di neonato, questa è l’unica immagine secondo me vera che possiamo portarci appresso di Dio, perché la vita nasce ogni giorno come noi ogni giorno rinasciamo. 

C’è questo stupore che inizia e termina il vangelo di oggi, entrambi con un accento negativo. In effetti pensare che Dio nasce, cresce questo Gesù nella casa di un falegname dove avrà imparato anche lui a fare le stesse cose immaginiamo, conosce meglio il legno che le preghiere…così possiamo immaginare questo Gesù che cresce, così quotidiano e semplice, così umile che non ha bisogno di stravolgere la storia ma ci entra dentro abitandola e dal di dentro la cambierà. Turoldo dice che ‘fede vera è vedere l’istante che si apre sull’eterno e l’eterno che si insinua nell’istante’.

C’è poi questo stupore di Gesù che ovviamente non si capacita di quanto anche i suoi amici non riescano a comprenderlo perché questa gente è legata al passato di quest’uomo. Ecco forse un’altra indicazione preziosa per questa sera: il passato è passato, lasciamolo, qualche volta bisogna veramente avere il coraggio di lasciarlo andare, di affidarlo di gran lunga alla misericordia di Dio perché ognuno di noi ha sicuramente qualche cosa da affidare in quel senso. Quanto sarebbe bello che ogni tanto ci lasciassimo chiamare un po’ più dal futuro, lasciare che sia lui a chiamarci, insomma smetterla di pensare sempre le stesse idee, che tutto è sempre così e non potrà cambiare, che prima era meglio e poi sarà peggio, abbandonare forse quei vecchi rancori che ti porti da una vita. Ecco cosa vuol dire lasciarsi chiamare dal futuro, dal nuovo che ogni giorno appare e attenzione perché se non ci lasciamo chiamare dal futuro succede che la nostra non fede blocca tutto l’operato di Dio ‘E lì non poteva compiere nessun prodigio’ non può far nulla Gesù se non c’è un briciolo di fede sulla terra. Ricordate ‘la tua fede ti ha salvato’. Allora per fortuna che Gesù in fondo sa andare sempre oltre e alla nostra fede, sa fare quel piccolo passo per cui nessun prodigio poté compiere ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Che bello, almeno uno solo, lui ha continuato a credere in se stesso, in quello che aveva scelto di essere, la sua vocazione. Può esserci tutto contro di te ma non venir meno a quello che sei. 

Volevo terminare con un pensiero sulla seconda lettura perché ci sono queste frasi così strane ‘la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza… quando sono debole, è allora che sono forte’ frasi assurde. Altro che scandalo a queste parole che diventano parola di Dio. Credo che sia indispensabile far pace con le nostre debolezze e fragilità. Se non sai far pace con le tue, la farai pagare anche agli altri. Fai pace con le tue fragilità, solo allora saprai comprendere anche quelle degli altri.  E’ che far pace con se stessi, con quello che ci si porta dietro, gli scheletri non è facile. Credo che l’unico modo per poterlo fare sia incontrare qualcuno che ci dica ‘nonostante quello che sei, io ti voglio bene’. Non è focile trovarle ma ci sono persone così sulla terra, andate a cercarle, queste sono le persone più preziose che potete incontrare. ‘Nonostante te, io ti voglio bene, ci sono ’ questi sono i veri amici e allora forse possiamo diventare un po’ più forti anche nella nostra debolezza. Ecco perché AMARE, Gesù l’ha fatto diventare un comandamento. Ricordate, ama te stesso e poi gli altri, se non ami te stesso non potrai amare gli altri. Se non sai amare te stesso fragile, debole, peccatore non ce la farai a amare gli altri. E allora proviamo ad abbracciarci in tutto quello che siamo, i nostri miracoli e le nostre nefandezze, è l’unico modo per campare in questa vita. 

Volevo finire con queste parole di Stephen Littleword “Ci illudono che esista una perfezione intrinseca nelle cose, che esista un corpo perfetto, un amore perfetto, un compagno perfetto, un figlio perfetto, un sorriso perfetto, una gioia perfetta. Distogliendoci così dal vedere che ciò che c’è di più perfetto al mondo sono le nostre diversità, i nostri gusti, il desiderio di migliorare, l’imperfezione. Sì, la perfezione reale è il nostro essere imperfetti e per questo assolutamente meravigliosi. Esseri da scoprire, eventi da creare, attimi da vivere.” 

 Giorgio

1 luglio 2018 come 27.6.2021- (anno B) Dal libro della Sapienza 1,13-15; 2,23-24 Sal 29; 2Cor 8,7.9.13-15,  Mc 5, 21-43

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare. 

Gesù sta provando a insegnare ai suoi discepoli e alla folla che lo segue cosa è la fede. Gesù non è un uomo di molte parole, è uno che va sempre all’essenziale, ma è uno sicuramente di gesti perché certe cose non si possono insegnare a parole. Mi piace Gesù che continua a essere un uomo libero, sempre in cammino, sempre pronto a incontrare chicchessia e ogni volta che c’è qualcuno che ha veramente bisogno, Gesù è disposto a lasciare tutto per seguirlo. Di fatti abbiamo questo Giairo, questo padre il quale immaginate quanto può soffrire, c’è una figlia che sta per morire, si getta ai piedi e lo supplica ‘Gesù ho bisogno di te’. Di fronte a una richiesta così può esserci l’universo intero come in quel momento, c’era un sacco di folla che lui stoppa ‘fermate il mondo, c’è una sola cosa da fare: andare a salvare’ non solo una figlia ma un padre e una madre. Ma poi ci sono gli imprevisti, quante volte nella vita rompono un po’ le uova nel paniere…questa volta è una donna purtroppo per la legge cacciata perché impura, perdeva sangue e non doveva essere toccata. Non aveva solo le mestruazioni una volta al mese, erano dodici anni che perdeva sangue e le aveva tentate tutte. Il sangue è il simbolo della vita, perdere sangue per dodici anni è come dire che non c’è più vita in questa donna, più nulla da salvare non essendoci allora trasfusioni. Però era lì questa donna che nonostante tutto continua caparbiamente a portare avanti la sua vita…quale insegnamento!Forse la prima domanda da farci oggi ‘Questa vita la stai portando avanti? Stai solo provando a respirare o sei appassionato a qualcosa che ti fa andare un po’ oltre quello che è semplicemente vivere, sopravvivere? ’ Questa donna osa, trasgredisce la legge, tocca Gesù perché è sicura che quel tocco può salvarle la vita. Che fede ragazzi! In effetti sarà proprio così. Toccare, voce del verbo protendere la mano verso qualcuno, avere il coraggio di stringerle queste mani, di abbracciarsi se non è troppo. Toccarsi è una cosa che serve a tutti per campare, se non ci si tocca non si scambiano le energie.Un’autrice che amo, Christiane Singer scrive ‘La memoria del corpo è la più profonda, tutto ciò che mi ha toccato, tutto ciò che ho toccato, che ho sfiorato, che ho accarezzato, anche i colpi che ho ricevuto come le ferite, tutto è nella memoria delle mie cellule, del mio corpo’. Le parole oggigiorno entrano ed escono ma i gesti, i tocchi rimangono scritti nel tuo corpo. Non facciamoceli mai mancare, ogni volta che noi ci tocchiamo c’è un’energia che in qualche modo si trasmette l’uno all’altro.Una volta che Gesù ha scoperto quello che è successo dice delle semplicissime parole, la prima è ‘Figlia’ ,  la parola più importante che questa donna aveva bisogno di sentirsi dire, lei che sarà stata abbandonata da tutti compresi i suoi genitori, aveva bisogno che qualcuno la rassicurasse, la comprendesse, l’accogliesse, lei che era stata sempre emarginata…e figlia è la parola più bella, come dire ‘c’è un posto nel mio cuore per te’. ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata’ frase ancora più bella. Se ognuno di noi si sentisse dire questa frase da chicchessia, non c’è bisogno che sia Dio o Gesù, è la frase più potente che si possa ascoltare perché vuol dire che nonostante puoi aver vissuto una vita intera senza vita, con un briciolo di fede tutto può cambiare. Donna, quello che hai fatto è bastato, quel tuo piccolo gesto di toccare il lembo del mantello è bastato perché tu ti sei guarita. ‘E’ la tua fede che ti ha salvato, non io’ dice Gesù. Però questa frase è bella perché queste sono le parole che guariscono l’anima.Nel frattempo gli imprevisti fanno succedere quello che non avrebbe mai dovuto succedere, la bambina è morta, quel tempo perso forese, chissà…Le parole più coraggiose di Gesù dopo questo ‘Figlia, la tua fede ti ha salvato’ sono queste ‘Uomo, continua ad aver fede’. Dire a un padre che ha appena ascoltato qualcuno che gli ha detto che la figlia è morta ‘continua ad avere fede’, ci vuole un bel coraggio perché credo che quando ti muore un figlio ti muore tutto compresa la fede almeno in quel momento. Però Gesù osa, come ha osato quella donna a toccare, anche lui osa chiedere a quest’uomo di continuare ad avere un briciolo di fede in fondo al cuore. ‘Non temere’ dice a questa donna come a dire che il contrario di quella paura che forse si è annidata ormai nel cuore di quest’uomo non è tanto il coraggio ma è la fede. Sì, è proprio la fede quella che ci salva ma non basta perché quando Gesù arriva nella casa di Giairo ha bisogno solo che qualcuno stia con lui e questa fede l’abbia verso di lui. Infatti chiama solo i tre suoi amici più cari e il papà e la mamma, ha bisogno di essere circondato da qualcuno che lo ama, che ha fede in lui perché anche Gesù ha bisogno come ognuno di noi nei momenti cruciali della vita di avere accanto le persone che servono, sono poche e non possono mancare. E allora in questa intimità si può risorgere, si può ricominciare una vita nuova perché questa bambina non è morta, dorme. Forse questa è la risposta più bella. Quando qualcuno mi chiese se c’è la risurrezione e cosa ci sarà poi la mia fede mi fa credere che c’è qualcosa d’altro, una vita che continua, ma sentite che belle queste parole ‘La morte è semplicemente come dormire’ come tutte le sere, quando andiamo a dormire chiudiamo gli occhi, ci abbandoniamo al sonno e ogni mattina si ricomincia. La morte è questa cosa qua, dà pace sentire che la morte è semplicemente un po’ di sonno e anche Gesù ha bisogno di toccare questa bambina come quella donna che ha toccato il lembo del mantello. Non bastano le parole, servono gesti, gesti. Se qualcuno oggi dopo aver letto questo vangelo mi chiedesse ‘Ma Gesù chi è?’ Gesù è semplicemente colui che ti prende la mano e ti dice TALITA’ KUM, alzati, ricominciamo. Non c’è nulla che può farti rimanere nella tua morte che può essere più forte di un invito delle persone che ti amano che ti dicono ALZATI, FAI ANCHE TU LA TUA PARTE. E allora quello che possiamo portarci a casa di questi episodi come il vangelo di oggi sono proprio questo pensiero: qualsiasi esperienza difficile della vita tu abbia vissuto, qualsiasi dolore, credi, credi che con Gesù puoi risorgere, credi che puoi continuare ad amare ed essere amato, questa è veramente l’unica fede, la fede nella vita.  

Giorgio

Anno B Corpus Domini – 4 giugno 2018 – Pane per gli altri; Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».

Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».

I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Le cose preziose nella vita, le cose importanti, vanno preparate con cura, sì, con cura e con attenzione. Ecco perché Gesù vuole che quest’ultima cena con i suoi amici venga preparata al meglio, che ogni cosa sia lì pronta per essere vissuta, per essere gustata. 

Come si fa a preparare la Pasqua? Come si fa a preparare un’eucarestia, una messa, come quella che stiamo vivendo? Gesù ci dà queste indicazioni. La prima è che tutti i suoi amici sono invitati. Il versetto prima del vangelo che oggi abbiamo ascoltato racconta di tal Giuda, che era appena andato a vendere Gesù. Subito dopo, ci sarà il rinnegamento di Pietro. Come a dire: questa pasqua la facciamo tutti. Nessuno ne è degno. Come per noi oggi. Ma se nessuno è degno vuol dire che tutti siamo ugualmente invitati, tutti a prendere parte a questa cena. Nessuno è escluso. Non c’è tradimento, non c’è peccato che possa separaci da Dio. Da questo suo invito. 

E dove si cena con Gesù? Dice: cercate una sala al piano superiore. E’ come se oggi Gesù ci dicesse: insomma, elevati un po’. Non è un piano superiore fisico. Credo che c’è qualcosa da elevare quando si partecipa a una cena così importante, come quella che stiamo vivendo. C’è da elevarci noi. Provare a fare diventare le nostre relazioni un poco più divine, se non è troppo immaginare una cosa del genere. Provare a sanare le nostre relazioni. Altrimenti, rimanere ai piani bassi, significa proprio non essere pronti. 

E poi ci sarà una grande sala. Beh, insomma, anche questa è una bella grande sala, quella in cui ci troviamo. In una grande sala c’è posto per tutti. Credo che se c’è qualcosa che Dio ha di sconfinato è proprio il suo modo di guardare. Per Dio non esiste orizzonte, è tutto sempre più, più, oltre. E allora, non azzardiamo noi a chiudere Dio dentro i nostri piccoli pensieri. C’è posto per tutti in questa grande sala. Gesù ha passato la vita a condividere pranzi e cene con i suoi amici e anche con le tante persone che ha incontrato. Non ha mai detto di no a una mangiata in compagnia. Difatti, vi ricordate? Qualcuno gli dava del mangione e del beone. Lo rimproverava perché lui e i suoi discepoli non facevano digiuno, come prescriveva la legge. E’ così, Dio in Gesù, quando trova una tavola, si ferma. Ci sta. Perché a tavola si sta in compagnia. Anche oggi ho vissuto un pranzo in compagnia con amici che mi hanno invitato, ed è bello, è diverso stare a chiacchierare mentre si è a tavola o mentre si fa una riunione per esempio. Prezioso, quando si è a tavola! 

La cosa strana è che Gesù ci invita a tavola, e lui non fa il padrone di casa. Lui fa il pane. Sì, lui è il pane. Il pane di Gesù. E’ una presenza un po’ diversa da quella che forse avremmo immaginato, sperato, Gesù in persona. No, invece noi incontriamo solo un bel pane profumato, un pezzo di pane veramente buono. Come si dice quando incontriamo qualcuno che è così buono, “un pezzo di pane”. E’ questo il nostro Gesù. E un pezzo di pane e un bicchiere di vino sono proprio la quotidianità più semplice, più naturale, più feriale. Ecco, Dio è lì. Non andare a cercarlo negli effetti speciali. Se vuoi incontrare Dio, lo incontrerai nelle cose più naturali e più semplici, quelle quotidiane. 

Un po’ come, ti ricordi, quel giorno che era Pasqua e i due discepoli tornavano a casa, verso Emmaus, sfiduciati, si trovano qualcuno che si mette accanto a loro a camminare e parlano, parlano per diverse ore, lungo tutto questo tragitto.  Lo riconoscono solo alla fine, quando lui spezza il pane. E’ come dire che il pane non è l’inizio, il pane è alla fine. Come dire, che è qualcosa di prezioso, qualcosa… per noi il pane potrebbe essere il nostro dolce alla fine del pasto. Ecco è quello il pane di Gesù. 

E per riconoscere Gesù, non solo abbiamo l’opportunità di vederlo quando spezza il pane, ma quando ci batte forte il cuore. Ardeva il cuore di quei due. Per cui, quando qualcuno ti abbraccia, quando la persona che ami si ferma a guardarti negli occhi, o davanti a un tramonto, o quando qualcuno ti dice una parola che arriva dritta al cuore…ecco sappi sempre che Dio lì c’è. Lì è sicuro, è un santuario. La presenza di Dio lì non mancherà mai. Quando ti batterà forte il cuore. 

Allora forse, un invito prezioso potrebbe essere proprio questo: ogni tanto fermati, ascoltati, ascolta il tuo cuore, cosa sta facendo, cosa sta vivendo. Perché è necessario. Perché se non stai sentendo niente vuol dire che Dio non c’è. E allora va in cerca! Di situazioni, di persone, di incontri, che ti facciano veramente battere il cuore. 

Oggi è la festa del “prendete”, prendete il pane e prendete il vino. Mangiatene e bevetene tutti. Prendete, è quasi…sembra quasi che oggi Gesù lo faccia con insistenza: Prendete! Quasi che non venga solo offerto, sembra quasi un ordine: Prendi questa cosa! In effetti, Gesù non ci ha mai chiesto di adorare il Pane, di contemplarlo, ma ci ha chiesto di prenderlo. Di prenderlo in noi, di prenderlo in mano, nella nostra bocca, di farlo diventare una parte di noi. Questo sì, ce l’ha chiesto con insistenza. Perché Dio vuole solo questo da te: che tu faccia comunione con lui. 

E questa comunione è per tutti. Non è, perché sei stato bravo, hai fatto il compitino, perché sei senza peccato. Il pane di Dio è per tutti. Non è un merito, non è un premio per i bravi, il Pane di Dio è per tutti. Ricordatevelo, quando ci sarà il momento di prenderlo questo pane. L’unica cosa che ti viene richiesta è accoglierlo. Accettare l’invito. E se sei qua è perché questo invito in qualche modo l’hai accolto nel tuo cuore. 

Ovvio che… come sarebbe bello che poi questo pezzo di pane che mangiamo tutti insieme possa diventare così prezioso da farci diventare un po’ noi come lui!

Sì perché questo piccolo pezzo di pane nutre sia il corpo sia l’anima. Bisogna però avere il coraggio di accostarci. Di prendere questo corpo e di fare in modo che anche il nostro modo di vivere possa diventare un po’ come il suo. Sì, Gesù donandoci il pane ci chiede di diventare anche noi un po’ pane, un buon pezzo di pane per gli altri. Di diventare capaci anche noi di donare, di donarci. 

Oh certamente, quante volte di fronte a quel pezzo di pane anche noi abbiamo chiesto, ci siamo chiesti: ma sarà davvero così? E quella domanda che si fecero gli ebrei nel deserto, quando videro arrivare la manna dal cielo, e dissero, “manù”, manna, che cos’è? Manna non è una parola, è semplicemente questa domanda: che cos’è questa cosa che non abbiamo mai vista? Cioè come può essere che un pezzettino di pane possa sfamare la mia sete di Dio? Sì, perché quel pezzettino di pane è un po’ come il lievito. Il lievito è un pezzettino che fa lievitare tutta la pasta. E’ proprio quel pezzettino lì che può aiutarti a far fiorire la tua vita, che può aiutarti a far lievitare il tuo amore. 

Donarsi. Amare, amare è donarsi. Concludo con questo piccolo esempietto che amo citare in questa festa. Si racconta che in Africa nel momento dell’offertorio, dell’eucarestia, al posto di passare con il cesto per raccogliere i soldi, raccolgono quello che la gente porta, quello che ciascuno può portare.  Questo ragazzino si era dimenticato di portare qualcosa e allora pian pianino si era nascosto fino in fondo alla chiesetta appena coperta di qualche frasca.  Mentre cantavano e tutti mettevano in questo cesto di vimini ognuno le proprie cose, questo cesto di vimini si avvicinava sempre di più anche a lui. E lui si vergognava di non essersi ricordato di portare qualcosa. Però si illuminò. Poco prima che il cesto grande arrivò davanti a lui i suoi occhi si illuminarono e appena il cesto arrivò lui cosa fece? con un balzo da ragazzino si buttò dentro e disse: “Oggi non ho nient’altro da donare che me stesso.” 

Ecco, forse, qual è il regalo più bello che possiamo fare a Dio, a noi, agli altri? Donare un po’ di noi stessi. E mi piace pensare che se facessimo tutti un poco questa cosa, di donare anche davvero una piccola parte di noi, come quel ragazzino che quel giorno diede qualche pane e due pesci… sfamò tutti, e ne avanzò! 

Quando si dona, l’abbondanza è di casa e ne avanza sempre. 

Impariamo a donare, a non tenere. Credo che sia il più bel miracolo del mondo. 

Non tanto che si moltiplica il pane, ma che si moltiplica quello che siamo, quello che abbiamo. Potrebbe essere questo allora l’ultimo pensiero da portarci a casa oggi.

Potrei anch’io diventare un buon pezzo di pane per gli altri.

Giorgio

13 maggio 2018 come 16.5.2021- (anno B);At 1, 1-11;Sal 46;  Ef 4, 1-13, Mc 16, 15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Credo che il lavoro più arduo per cui anche il più prezioso della vita sia quello di provare a creare armonia ovviamente tra gli opposti, tra il cielo e la terra, tra il nostro corpo e la nostra anima, tra quello che siamo di luce e quello che siamo di ombre, tra quello che dentro di noi c’è di bene ma anche di male. Dico armonia nel senso che anche ciò che di noi è ancora ombra, ancora male non va combattuto, va accolto, sfruttato, è un’occasione per conoscerti, per non colpevolizzarti senza senso e provare a camminare, a crescere. Ecco, è per questo che siamo fatti di cielo e terra, di fango che Dio il giorno della creazione ha preso e ha soffiato dentro un po’ di Spirito. Credo che sia più facile pensare ovviamente a ciò che ci tiene legato alla terra piuttosto che a ciò che ci tiene legato al cielo, la vita di tutti i giorni comporta dare la nostra cura e il nostro tempo a ciò che è materiale e è più facile dimenticarci del cielo a meno che come in una settimana come questa lo sguardo va spesso al cielo. Ogni tanto mi viene da pensare che noi che siamo esseri umani eretti, se guardiamo davanti vediamo la terra ma basta poco alzarsi al cielo, tanto ci sarà sempre qualcuno che ci ricorderà di tornare a mettere la nostra attenzione sulla terra. Santa Teresa d’Avila diceva ‘Pretendere di entrare nel cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscerci e vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia’.

Oggi Gesù piglia e se ne va, torna a casa. Io credo che un po’ di nostalgia se la sarà portata via perché alla fine è ovvio che questa vita di sacrifici è dura, complicata però tutti noi abbiamo sempre un po’ di nostalgia di questa vita e credo che vorremo sempre poterla vivere e mentre va, dà alcune indicazioni. La prima è ANDATE: il verbo andare, camminare, mettersi in moto è il più usato in tutta la Bibbia quindi è un verbo da tener presente come dire che se vuoi incontrare Dio non puoi restare sulla poltrona ma occorre restare in cammino, soprattutto interiormente che vuol dire avere il coraggio di guardarti dentro, avere il coraggio anche di metterti a nudo quando si può, quando sei con un gruppo di amici come abbiamo fatto noi questa sera con il gruppo familiare, con quello che si è, che si fa, nelle proprie scelte profonde, intime. Credo che questo abbia veramente proprio a che fare con questo ANDATE, cioè VAI A TE STESSO. VAI DENTRO FINO IN FONDO, NON LASCIAR PERDERE NULLA. E che bello pensare che Gesù dice questa cosa a quel gruppo di uomini e donne che non è che hanno fatto proprio tutto quello che sperava, anzi, ma lui continua a fidarsi. Che bello sapere che Dio continua a fidarsi di me, di te! Sì sì, continuerà per sempre in eterno. E’ bello sapere che Gesù non ha bisogno di scegliere i suoi fra i primi della classe, prende gente che ha voglia di camminare con lui, che ha detto sì, oso qualcosa di diverso, ci provo. Forse l’immagine più bella è quella di un sognatore che crede nelle piccole cose perché Gesù alla fine ha quasi sempre parlato di cose molto piccole, un pizzico di lievito, un poco di sale, un seme di senape, cose molto piccole ma che trasformano la vita e anche il mondo. ANDATE a fare cosa? A PREDICARE IL VANGELO…il vangelo è una buona notizia, ognuno i noi è inviato a predicare delle parole buone, tutto il resto possiamo lasciarlo perdere, soprattutto le parole che non sono buone. Ma le parole buone, quelle bisogna predicarle sempre, non c’è occasione in cui potremmo tirarci indietro, dobbiamo sempre trovare le parole buone per gli altri e per noi. Queste parole buone non possono che guardare la persona che abbiamo di fronte a noi e scrutarne soprattutto ovviamente la bellezza perché se hai gli occhi che vedono la bellezza davanti a te allora le parole buone ti vengono spontanee, se invece ti metti a indagare il marcio, sarà più complicato che ti vengano parole buone. 

Questo è quello che Gesù ci chiede: lui se ne va, ci dà il suo addio ma non è definitivo di chi non si vede più. L’Ascensione credo che sia il passaggio obbligato per dirci ‘Io me ne vado via in un certo modo ma sarò dentro di te per sempre’.

Non so se è l’esperienza che avete fatto anche voi qualche volta con delle persone care che se ne sono andate e di sentirle più vicine di prima. Ecco è questo il dono dell’Ascensione, è quasi come dire che Gesù ha fatto questa scelta di andarsene per liberarci anche dal fatto di dire ‘c’è lui, fa lui ’ è anche un po’ più facile forse. Dio vuole uomini liberi, responsabili e la libertà sta solo nella responsabilità. Ecco perché Gesù ha avuto bisogno di andarsene, staccarsi da noi per farci maturare, crescere e solo così allora si può partire. Forse potevano essere tristi, se ne va la persona più bella della tua vita, quella che ha contato di più per qualche anno per te e invece loro in un altro vangelo si dice che erano contenti non che se ne fosse andato, ma che si era fidato di loro e potavano portare Gesù nel loro cuore e portarlo al mondo intero perché solo se lo porti nel cuore puoi portarlo agli altri. Ecco allora la bellezza di questa festa, sapere che Dio entrerà dentro di te fino in fondo, non c’è più spazio e tempo, dio va oltre e allora quanto è prezioso sapere che il nostro amore oggi è come l’amore di Dio, che le nostre mani oggi sono come le mani di Dio, le nostre benedizioni sono come le benedizioni di Dio. Avessimo più consapevolezza di questo, quanto Dio in più ci sarebbe!

Alcune parole anche sul racconto dell’Ascensione un po’ più plastico e con qualche dettaglio in più  negli Atti degli Apostoli. Si dice che Gesù a un certo punto fu elevato in alto. Questa Ascensione ci fa notare che non esiste solo la forza di gravità ma una forza che ci tiene eretti come gli alberi e i fiori, che ci fa innalzare al cielo. E’ bello sapere che anche noi ci innalziamo al cielo. Emily Dickinson ci ricorda che ‘chi non trova il paradiso quaggiù non lo troverà neanche in cielo, gli angeli stanno nella casa accanto alla nostra ovunque noi siamo’. La forza di gravità verso il cielo non ci deve far diventare troppo spirituali, ci deve far mettere armonia in questo gioco fra cielo e terra. A un certo punto viene detto che arriva una nube a oscurare il mondo. Questa nube che arriva e che non fa veder bene le cose mi fa pensare che ognuno di noi ha gli occhi per vedere ma ognuno non solo vede per le proprie capacità ma anche per la modalità in cui guarda. Ognuno di noi anche Dio lo vede a modo suo, per come è la sua esperienza, per come ha camminato, per chi ha incontrato nella vita. Ricordiamocelo sempre: nessuno vede Dio per intero, neanche il Papa né la chiesa, c’è sempre una nube che fa vedere diversamente. 

E allora mi piace terminare con queste parole di Erri De Luca ‘Soffio solo un po’ di grazie in alto. Faccio salire fiato, che si combina con le nuvole e diventa pioggia. Un uomo prega e così ammucchia la sostanza in cielo. Le nuvole sono piene di fiato di preghiere.” Queste nuvole allora siamo noi, c’è un pezzo di noi in questo cielo che si sta sopra. Ricordatevi come diceva Flaubert ‘Se si guardasse sempre il cielo, un giorno finiremmo per avere le ali’.

Giorgio

Anno B 4° Domenica di Pasqua – 22 aprile 2018 – Pastore tenero e forte: At 4,8-12; Sal 117; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.

Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Amo Gesù quando con molta naturalezza dice: io sono un pastore. Io sono la vite. Insomma prova a descrivere semplicemente se stesso con le cose che noi abbiamo, che avevano – oggigiorno noi di pastori non ne vediamo poi molti – ma con questa naturalezza. Noi che abbiamo messo Dio così lontano, l’abbiamo riempito di aggettivi altisonanti… Gesù amava invece la naturalezza, la semplicità, la quotidianità. Io sono come un pastore, e voi siete come delle pecore. Che bellezza.

Immaginando il pastore ci viene subito in mente, credo facilmente, l’immagine di questo pastore che ha un agnellino, che lo porta in braccio, lo porta sulle spalle. In effetti è l’immagine più bella di questo pastore su cui oggi abbiamo ascoltato alcune parole. Papa Francesco viene però a ricordarci una cosa. Non è solo un’immagine di tenerezza quella che ci serve, quella che questo pastore viene a raccontarci. Papa Francesco lo definisce un pastore teneramente combattivo. Che sembrerebbero, queste due parole, un po’ contraddirsi. Perché non è facile essere tenero e nello stesso tempo forte, combattivo. Ma questo pastore invece lo è. Perché se è così tenero con le sue pecore è altrettanto coraggioso e forte verso i lupi, rischia la vita pur di difenderle, le sue pecore. Forse il primo insegnamento di questa parola di oggi è proprio questo. Nella vita bisogna essere sia forti sia teneri. Vi dicevo all’inizio che ho passato questi due giorni con gli amici a guardare gli alberi. Uno dice: a guardare gli alberi? Non so, nella vita si impara da tutto. E se si possono passare due giorni interi a guardare gli alberi vi assicuro che ogni cosa nella vita può insegnarci. Una delle cose che notavo, negli alberi, è che ovviamente sono fatti anche loro di fortezza e di tenerezza, perché se il loro tronco è di una solidità…insomma… pensate, un cuore scolpito nell’ulivo è fortissimo, quasi come una pietra, ma poi scorri un po’ l’albero e vedi che attaccato all’albero c’è un’edera o c’è qualcos’altro che…una foglia che ha la stessa forma di cuore ma è di una tenerezza, di una delicatezza che se appena la tocchi puoi rovinarla. L’amore è così: tanto è forte, tanto è fragile, ed è tutto nelle nostre mani. Questa tenerezza e questa fortezza mi ricordavano poi quell’immagine bellissima che credo abbiate un po’ tutti in mente. E’ l’abbraccio benedicente, questo dipinto di Rembrandt, in cui c’è descritta la parabola del figliol prodigo, in cui il figlio torna a casa, è inginocchiato davanti al padre e il padre lo abbraccia con le sue mani. Con le sue braccia. E queste mani sono così diverse l’una dall’altra. Una è proprio maschile. E l’altra è femminile. Un padre che è padre e madre insieme. Queste due mani veramente sanno trasmettere insieme forza e tenerezza. C’è la mano femminile che è appoggiata proprio dietro la spalla di questo ragazzo, proprio come fosse una piuma che tocca il cuore da dietro. E invece l’altra mano sorregge quasi questo ragazzo che invece è lì ormai mezzo morto, perché, insomma, la storia del figliol prodigo la conosciamo, quando torna è perché proprio non ce la fa più, torna per fame. Ecco, la tenerezza e la fortezza abitano ognuno di noi. E ognuno di noi deve lavorare per diventare tanto tenero e delicato, e tanto forte e coraggioso, in questa vita. 

Questo pastore ha alcune caratteristiche che ora proviamo a guardare, per magari imparare qualcosa. Sì è un pastore. Questo pastore conosce le sue pecore. E le pecore conoscono lui. A me risuona subito, quando leggo di questa conoscenza reciproca così intima, risuona subito la più bella, tra le più belle favole che siano mai state scritte nella storia, la storia del piccolo principe. L’amicizia con la volpe, e questo addomesticarsi, questo perdere tempo, questo costruirsi, inventarsi dei riti, perché questa amicizia possa crescere, possa farsi. E che bello pensare che è questa la nostra storia con Dio. Provare semplicemente a renderla sempre più intima. La nostra storia con lui è un faccia a faccia, non può essere un “semplicemente per sentito dire”. Perché Dio non cerca degli scolari bravi e buoni, Dio cerca degli amanti. E allora per innamorarsi di Dio, come per innamorarsi di una persona servono i tempi, servono i riti, dicevo. E poi quanto è bello, diventare responsabili di ciò che si ha. Quanto è bello e quanto è impegnativo. Ma forse questa è la scommessa della vita. Per chi ama credo sia proprio questa la cosa più importante. E allora, proviamo a guardare Dio occhi negli occhi, proviamo a sentire che lui ci chiama per nome ogni giorno, e proviamo anche noi a chiamare gli altri per nome, a guardarli negli occhi come fa lui con noi. Forse è questo il modo di costruire un’umanità nuova.

In questa umanità nuova, non solo ci si conosce l’uno con l’altro, ma si è attenti, le pecore ascoltano e comprendono la voce del loro pastore. Sulla tomba di mio padre ho chiesto a una suora che scriveva bene, le suore di clausura sono brave a dipingere, a fare cose in miniatura…su una ceramica ho fatto scrivere un testo che ho preso qua e là dalla bibbia. Alcune parole sono queste. Mi piacerebbe che queste parole questa sera le sentiste rivolte a voi, da Gesù in persona, che è pastore per noi: 

“Io ti ho amato di un amore eterno, io da tutta l’eternità ho scritto il tuo nome sul palmo delle mie mani. Io ti ho formato nelle profondità della terra. Ti ho intessuto nel grembo materno. Perché io ti amo. Perché io ti abbraccio. Perché tu sei mio e io sono tuo. Tu mi appartieni per sempre.” 

Queste sono parole di un amante e Dio è un amante, un amante di ognuno di noi. 

E’ un amante che come un pastore sceglie di mettersi davanti. Innanzi al gregge. Credo che davvero sia molto diverso, stare davanti, o stare dietro. Perché ho l’impressione che sei stai dietro sì puoi non perdere nessuna delle tue pecore, ma boh, un osservatore che non si lascia sfuggire niente non dà nessuna libertà. Invece lui sceglie di stare davanti. Se stai davanti, non vedi quello che c’è dietro. Non è che Gesù ha gli occhi all’indietro. Il nostro è un pastore, una guida che apre i cammini, che inventa strade nuove, un pastore potremmo dire che guarda sempre in avanti, nel futuro. Che bello sapere che possiamo seguirlo. Ma non c’è nessun obbligo. Se segui qualcuno è perché sei attratto, perché ti sei innamorato, altrimenti …ciao ciao.

E poi forse l’espressione più pregnante, ripetuta ben cinque volte in queste poche righe di vangelo: “Io offro la mia vita”. Abbiamo da qualche settimana vissuto la Pasqua, sappiamo cosa vuol dire offrire la vita. Ma non è che è un’offerta per la vita eterna o per la vita di chissà quando. Gesù buon pastore offre la vita ogni giorno, oggi. Per me, per te, senza condizioni, prima di ogni nostra risposta. Non sta ad attendere che noi lo amiamo, lui si offre, si dona, non sa fare altro. Sì mi piace pensare a questo Dio che continuamente sparge semi sulla faccia della terra. Il seme per vivere deve morire. Marcire sotto terra. Ma è questa la cosa più importante. Provare nella vita ad essere capaci di donarci, di donarci gratuitamente. Forse è questa la vetta altissima a cui ci chiama Gesù. 

La cosa più importante, in ogni vita è provare a portare vita. Questo Dio è un Dio che genera. E’ per questo che Dio mi sembra molto più femminile che maschile. Perché chi è che genera la vita? Chi è che la porta avanti, non solo quando se la porta in pancia, ma chi porta avanti la vita sulla faccia della terra? Molto più le donne, le madri. ‘Che noi uomini, noi abbiamo altre cose per la testa. Sì credo sia si molto più femminile che maschile. Anche se non è sicuramente questo che stiamo a guardare. Però che bello pensare che il suo sangue è il nostro sangue, che in qualche modo, provare a sentirlo vuol dire semplicemente provare anche noi a essere come lui, avere la stessa responsabilità di portare avanti la vita. 

Cosa vuol dire dare vita? Dare vita significa provare a contagiare di amore questo mondo. Provare a portare libertà. Ad essere coraggiosi, provare a portare energia che crea, a trasmettere quello che fa vivere anche agli altri, a vivere una vita piena, vera autentica.  Termino con una piccola storia.

“Una pecora scoprì un buco nel recinto e scivolò fuori. 

Era così felice di andarsene. Si allontanò molto e si perse. 

Si accorse allora di essere seguita da un lupo. 

Corse e corse, ma il lupo continuava ad inseguirla, finché il pastore arrivò e la salvò riportandola amorevolmente all’ovile. 

E nonostante che tutti l’incitassero a farlo, il pastore non volle riparare il buco nel recinto.”

Mi piace questa storia, perché tante volte ho imparato di più uscendo di straforo dal recinto che stando sempre dentro. Ogni tanto bisogna avere il coraggio di andare un poco oltre, un poco più in là, di guardare un poco oltre il naso. Sì credo che sia indispensabile nella vita.

 

E l’ultima immagine che vi lascio è questa. San Francesco quando ha cercato un temine per definire il superiore nelle fraternità l’ha chiamato guardiano. Guardiano è come il pastore, il pastore guarda le pecore, il guardiano guarda i frati. Mi piace questa immagine un poco diversa, il guardiano non è il superiore degli altri, semplicemente è colui che guarda, ma non per fare il guardone, ovviamente, ma per avere cura attenzione. Poi figuratevi, in un convento di tutti maschi non è facile avere la cura e attenzione l’un l’altro. Però capita, capita soprattutto in qualche momento, in alcune situazioni, quando un frate magari non sta molto bene, è in un momento difficile. Allora lì, scatta qualcosa. Ecco a cosa serve la fragilità. Perché qualcun altro possa prendersi cura di te. Allora, non nascondiamole sempre queste fragilità. Magari c’è qualcuno lì, sempre pronto ad aiutarti e se tu fai sempre finta, non se ne accorgerà.

Giorgio



16 aprile 2017 – Pasqua Gv 20, 1-9

ll primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Il poeta Tagore scrive: Lascia il tuo cuore scoppiare finalmente, cedi gemma cedi! Lo spirito della fioritura si è abbattuto su di te. Puoi rimanere ancora bocciolo? Amo le domande. E’ chiaro che questa domanda è molto provocatoria. Perché viene semplicemente a dirci che è inutile fare Pasqua ricordando la Pasqua di Gesù, se non la facciamo anche nostra. Se non la proviamo a vivere noi sulla nostra pelle. Nella nostra carne. Far risorgere alcuni nostri sogni, alcuni pensieri che ci possono fare veramente bene. Ci è chiesto di fiorire. Di lasciare che la risurrezione di Gesù veramente spacchi quel bocciolo che forse ancora è lì e ha solo bisogno di portare frutti. Forse l’ultima domanda che ci siamo portati dietro fino a ieri e che ci riassume tutto il senso dei giorni santi fino alla resurrezione: ma ci siamo veramente convertiti a questo Dio che muore per amore? che dà tutto il suo amore… Convertirsi in questo caso significa semplicemente provare a credere che anche noi, nella nostra vita, solo se sapremo fare dell’amore ciò che muove la nostra vita, anche noi risorgiamo. Altrimenti sarà ancora buio. Quel buio che troviamo all’inizio di questo vangelo, di Maria, che è ancora buio e inizia il suo cammino. Solo incontrando l’amore potrà vedere che questa pietra è tolta dal sepolcro. E mi piace questo vangelo colorato, colorato proprio di amore. Di passione, di fretta, di corse. C’è un masso che rotola vie e il sepolcro vuoto nel fresco dell’alba è come un grembo pronto a partorire, è come un seme aperto che sboccia. Maria è la prima che arriva a questo sepolcro. Maria è l’amore di donna che arriva sempre prima. Poi c’è Giovanni, tra i due, che arriva per primo al sepolcro. E’ l’amore dell’amico. E per ultimo arriva Pietro. L’amore che si deve portar dietro una chiesa intera. Ancora oggi ovviamente. Sentiamo che nonostante il nostro papa ci faccia veramente buttare lo sguardo avanti, molto avanti, noi continuiamo ancora con i nostri piedi di piombo a camminare. Ma io non ho voglia di aspettare ancora. Non ho voglia di aspettare che la chiesa tra vent’anni inventi qualcosa per aprirsi al nuovo. Oggi ho bisogno che ciascuno di noi possa sentirsi veramente parte di questa famiglia. Che ognuno di noi possa abbracciarsi, abbracciare l’altro, indistintamente. Credo che uno dei più bei regali di Pasqua sia stato proprio che con alcuni di voi l’altra sera siamo andati alla chiesa Battista dai nostri fratelli e abbiamo celebrato un pezzo di Pasqua con loro. E loro ieri sera erano qui a fare Pasqua con noi nella nostra veglia pasquale. Per cinquecento anni siamo stati nemici … per fortuna che i semi stanno sbocciando. Questo vangelo sembra accompagnarci a riscoprire il tema fondamentale della vita che è il tema della fede. Il tema della fede inizia sempre con una domanda. Questa volta inizia con un sepolcro vuoto. Con un’assenza.  Come quasi a richiamarci che noi che abbiamo sempre bisogno di tanto, di tutto, forse stiamo sbagliando strada. Il meglio si trova quando c’è poco. Quando c’è l’essenziale. Qualche telo per terra che ricorda, che è segno. E di questo se ne accorgono soprattutto le donne. Le uniche che alla fine vivono la Pasqua, perché tutti gli altri non la vivono. Le donne sono le uniche che al venerdì santo sono lì sotto il perimetro della croce. Vi ricordate? C’è Maria, c’è poi Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome, Maria di Cleopa. E’ un girotondo di donne attorno a quella croce, dove c’è solo Giovanni l’unico che rimane lì a consolare Maria. E’ la stessa cosa è quello che succede la mattina di Pasqua. Troviamo ancora un gruppo di donne, c’è sempre Maria di Magdala, poi c’è Maria di Giacomo, Salome, Giovanna. Sono loro che portano l’olio per poter ungere questo corpo morto. E invece è risorto. Questo è il centro della nostra fede. Il cuore. Il cuore della fede ovviamente non vuol dire che non possiamo porci domande, anzi! E’ la domanda di Maria, Maria di Magdala. Ma dove sei finito? Gesù, ma dove l’avete portato? Perché io voglio incontrarlo, pur se in capo al mondo io andrò a cercarlo il mio Signore! Pur essendo una piccola donna, ho un cuore talmente grande che lo cercherò da tutte le parti, anche se le mie braccia sono deboli il mio amore è saldissimo, sembra dire questa donna. Ecco perché la prima parola di Gesù risorto è proprio questa: Donna. Non dovremo mai dimenticarcelo. La prima parola. La prima parola è sempre ciò che dà inizio a tutto. E allora non poteva che essere questo il nome della resurrezione che Gesù poteva dare. Chiamarci all’amore di donna. Al cuore di donna. La Pasqua sembra invitare la nostra chiesa ad avere questi nuovi sguardi, ad assumersi questi nuovi sapori. Il gusto femminile della fragilità che diventa fortezza. Il profumo soave della gentilezza che è femminile. L’odore vigoroso dell’amore racchiuso nel cuore di ogni donna fatto per amare. E poi dopo aver detto donna, Gesù dice: Perché piangi? La fragilità non va nascosta. Se soffri, non puoi non piangere. Ecco ciò che dobbiamo imparare anche noi. Forse a lasciare che la nostra vita viva, che il nostro cuore pulsi, che i nostri sensi possano accorgersi di quello che c’è attorno e vivano, semplicemente. Sembra quasi che dicendo questo Donna perché piangi? La voce di Gesù in qualche modo tremi. Sembra dire non Perché piangi? ma: Amica qui, sono qua non ti lascio sola. E poi ci sono quelle altre parole: Ma non mi trattenere. Perché io devo andare. Io sono per tutti, da questo giardino della resurrezione io andrò per il mondo intero, continuerò a fare quello che ho sempre fatto: camminare. Da queste tue lacrime io andrò a raccogliere tutte le lacrime del mondo. Non mi trattenere perché sono in viaggio. Oltre, oltre le parole, oltre le idee, oltre le forme, le frontiere, oltre i riti, oltre le Chiese, oltre la vita e oltre la morte. Ho provato a mettermi un po’ nel cuore di questa Maria di Magdala e ho provato a descrivere con i miei occhi, con il mio cuore, quello che può avere vissuto lei quella mattina: Carica di oli profumati, all’alba del terzo giorno, costringo i miei piedi ad incamminarsi al luogo della tua sepoltura, Gesù. E’ lì che ti ho lasciato, dopo averti accompagnato con gli occhi nella tua passione. Questi stessi occhi continuano a vivere di lacrime che sembrano non aver mai fine. Mi fermo, li asciugo, riparto, mille volte li asciugo per non inciampare continuamente sulle mie lacrime, sul mio dolore. Sarà per questo che in prossimità del sepolcro credo di vedere la pietra rotolata via e bianche vesti alate che sembrano attendermi: dopo che mi hai scacciato tutti quei demoni, tale è il benessere che continuo a sognare angeli! Più mi avvicino alla tomba, più il cuore batte: l’amore per te mi ha sempre fatto questo effetto, mi ha sempre infuocato il cuore, cuore di donna. Più mi avvicino, più vedo sfuocato, con questi occhi pieni di lacrime. Ma, eccoli, stavolta sono veri, angeli candidi come la lana degli agnelli. E parlano, a me, si proprio a me, l’indemoniata redenta. Ma è quando mi sento chiamare per nome che una vampata sale da dentro e quasi mi sento svenire! E’ la tua voce mio Signore, questa la riconoscerei tra mille. E’ voce che accarezza, che guarisce anche le ferite più profonde. E ciò che gli occhi vedono e orecchie odono e naso odora e lingua assapora e mani toccano, anche solo per un istante, è vita per me! Lascio i tuoi piedi, so che dovranno percorrere strade infinite, tante quante le strade che ogni uomo percorrerà nella sua vita. Ma quel tocco, quel bacio sfiorato, quel profumo, quelle parole, quella visione ora sono mie, carne della mia carne, e tu abiterai ogni istante della mia vita, per sempre! Che possa essere così l’esperienza di ognuno di noi in questa Pasqua. Che possiamo anche noi incontrare veramente un angelo. Un angelo che magari non avrà le vesti bianche o gli occhi azzurri come di solito ce lo possiamo immaginare; l’angelo è molto più vicino. L’angelo è chi ti è accanto. E per non sbagliarti sicuramente è chi ti è accanto ed è ferito, ed è più fragile. Costui è l’angelo che il Signore ti ha messo accanto.

Giorgio

Anno B Domenica delle palme – 25 marzo 2018 (Vangelo del Rito Ambrosiano) Gv 11, 55 – 12, 11

In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo. Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Siamo entrai nella settimana più preziosa della nostra vita, della nostra vita di fede. La settimana santa, la settimana sacra. Ognuno di questi giorni sarà scandito da dei gesti. Il primo è proprio questo. Questo gesto che sa di abbondanza, che sa di femminilità, che sa di amore, di accoglienza. 

Gesù gli ultimi giorni della sua vita li passa tra Gerusalemme e Betania. Probabilmente di giorno sta a Gerusalemme a insegnare, provando a donare fino in fondo quello che è il suo cuore, il suo messaggio di amore, il suo vangelo. Ma non è più accolto. E a sera torna a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme, dove invece c’è la casa dei suoi amici, forse gli amici più cari dell’intera sua vita. Lazzaro, Marta e Maria. 

E cosa serve quando sei in un momento di difficoltà nella vita, sai che sta per giungendo qualcosa che sconvolgerà per intero la tua storia, che forse di porterà addirittura a questa morte – che per tutti sarà solo morte, finché non arriverà questa resurrezione, perché non capiscono, neanche i discepoli hanno ancora capito. Che cosa serve, dicevo, più di ogni altra cosa? Quando sei debole hai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te di qualcuno che in qualche modo ti dia l’amicizia, la sua forza. In amore lo sappiamo tutti che è così. Se la persona che abbiamo accanto ci ama, ci fa diventare superman, supergirl. Se la persona che abbiamo accanto tentenna e non ci ama perdiamo ogni forza. Ecco perché Gesù ama ritirarsi dai sui amici più cari, perché è lì che riceve la forza per andare avanti, per andare avanti in questi giorni, perché noi sappiamo bene… la storia di questi giorni ormai la conosciamo quasi a memoria …

In questo vangelo, tutto raccontato in questa piccola casetta, abbiamo incontrato i personaggi che per oggi sono i più importanti per noi. Sembra quasi però che solo lei, solo Maria si renda conto di quello che sta succedendo. Tutti gli altri vagano, nessuno riesce a intendere cosa davvero sta succedendo. Maria, che ama Gesù, si accorge e reputa che quello sia il momento. Il momento di prendere la cosa più preziosa che ha, come fosse tutto quello che ha conservato in un’intera vita, e rovesciarlo addosso a Gesù. Abbondanza. Abbondanza, come è abbondante tutto quello che succederà in questi giorni.  Come soprattutto è abbondante l’amore di Gesù per noi, il suo sangue sparso fino all’ultima goccia per arrivare al Calvario. Il dono ultimo ed estremo per la nostra fede. 

Un dono abbondante dicevo. Trecento grammi non sembrano tanti, ma trecento grammi di puro nardo, una lattina di coca, poca roba sembrerebbe. Ma Giuda che ci vede bene sa quanto è prezioso quel nardo. Quello che avete ricevuto questa sera chiaramente è diluito, perché una goccia basterebbe per un’intera chiesa. Per sentirlo, per odorarlo. Io immagino che questo nardo sia stato sparso sui piedi di Gesù; qualche altro vangelo dice che questo nardo vien sparso dalla testa in giù, come se fosse inondato tutto il suo corpo. Un unzione che non riceverà dopo la morte, ma che riceve prima. Un’unzione per il messia. Messia vuol dire semplicemente Unto. Unto di cosa? Unto di profumo! Ognuno di noi è stato unto: se siamo qua è perché siamo stati battezzati, nel nostro battesimo siamo stati unti, nella nostra cresima siamo stati unti. Noi sacerdoti di nuovo unti il giorno in cui siamo stati consacrati. Capiterà forse di essere unti anche il momento prima della nostra morte. L’unzione prima era solo per i grandi re. Da quel momento in poi, l’unzione è diventata la regola per noi. 

Nei momenti più importanti della vita, della nostra vita di fede non può mancare l’unzione, non può mancare un po’ di olio. 

Anche per noi, perché ognuno di noi è re. Ognuno di noi è sacerdote, ognuno di noi è profeta, nel momento in cui viene unto. Dicevo, trecento grammi. Colui che ci vede bene, Giuda, sa calcolare così ad occhio quanto può valere quel boccettino di profumo. Trecento denari. Vi ricordate poi lui per quanto lo venderà, dopo pochi giorni Gesù? Per trenta denari. Trecento denari! qualcuno dice facendo un po’ il conto e portandolo ai giorni nostri è come un anno intero di lavoro di un operaio. Ecco quanto vale quel boccettino. Ma non è ovviamente il suo valore economico che conta oggi. 

Conta oggi sapere che quel profumo viene donato a Dio. Dall’umanità intera L’umanità intera quando prova ad amare Dio ovviamente. 

E allora c’è questo scambio di amore gratuito. Di amore così generoso, così abbondante. Nel Cantico dei cantici si legge: Se uno desse tutte le ricchezze in cambio dell’amore non ne avrebbe che disprezzo. Ecco, Maria fa questo gesto. Il suo amore è grande per Gesù. E allora dà tutto quello che ha, consegna tutto quello che è. Mi piace pensare che Maria nel vangelo di Giovanni si prende cura di questi piedi, lei che è esperta di piedi…vi ricordate? La prima volta che la incontriamo nel vangelo è proprio lì accucciata ai piedi di Gesù ad abbeverarsi alle sue parole. In silenzio, sempre in silenzio questa donna. Marta invece, sua sorella è sempre indaffarata in mille cose. E’ un po’ anche brontolona, ma certo c’è sempre da fare nella vita! 

E’ bello che questi piedi di Gesù, che non sono mai stati fermi, che hanno camminato per un intera vita andando incontro all’umanità e provando a guarire tutti quelli che incontrava, in questo momento hanno bisogno di mani femminili per ricevere l’ultima forza, l’ultimo dono per andare incontro agli ultimi passi. Io oso pensare che Gesù pochi giorni dopo, davanti ai piedi dei suoi amici nell’ultima cena, abbai imparato da Maria questo gesto. Quanti gesti Gesù ha imparato dagli uomini, da sua madre da suo padre…dalle tante persone che ha incontrato. Perché Dio quando ama fa gesti umani e noi quando amiamo facciamo gesti divini. 

Giuda, come dicevo prima, venderà Gesù per soli trenta denari, il prezzo di uno schiavo. Non sappiamo cosa abitò il cuore e la mente di questo uomo. Forse aveva semplicemente altri progetti, un altro modo di vedere il suo messia. Non puntiamo il dito contro nessuno, perché Gesù stesso ci dice “non giudicate mai perché non sapete cosa c’è nel cuore dell’uomo”. E allora teniamoci anche un po’ questa cura di noi stessi e proviamo a pensare a quante volte abbiamo tradito la vita.

E’ bello pensare che la risposta di Gesù a tutte questa scena è molto semplice: Se ami me, amerai anche i poveri, amerai l’umanità, amerai tutto, perché chi impara ad amare, ama. Se invece non sai amare, non amerai nessuno, né Dio né gli altri. Per cui se vogliamo sapere quanto amiamo Dio semplicemente guardiamo quanto sappiamo amare gli altri.

Non c’è altra regola è l’unica.

E allora che oggi questo olio profumato che abbiamo ricevuto in dono anche noi, perché anche noi abbiamo la nostra parte divina, anche in noi c’è Dio, forse è la parte più preziosa di Dio quella che è dentro di noi… che anche noi possiamo ricordarci, maschi e femmine di avere un po’ di questa parte femminile dentro di noi che ogni tanto ha bisogno di uscire e di rendersi tenero. Di quanta tenerezza c’è bisogno! una delle parole preferite del nostro papa. Non abbiate paura di un amore tenero. Mi piacerebbe chiedervi questo per questi ultimi giorni. Chiaramente insieme alla partecipazione ai vari momenti che scandiranno questa settimana, di provare ad essere anche voi generosi nella tenerezza. Amanti della vita. Teneri con vostro marito con vostra moglie, con i figli, ma forse anche teneri con l’estraneo, con la persona che incontrerete solo una volta in vita. Chissà, potrà essere uno dei pezzettini preziosi di questa Pasqua poter donare una goccia del vostro amore a chi la vita vi metterà dinnanzi E fatelo con gratuità, fatelo sprecando, in abbondanza perché questo è quello che serve. In questa settimana non bisogna tirare indietro niente. Non bisogna tenere nulla per sé, bisogna avere il coraggio di arrivare fino in fondo, come già ha fatto Gesù, come ha fatto Maria; come ha fatto quella donna che salita al tempio ha messo due spiccioli, tutto quello che ha; come quel ragazzino che quando gli chiedono cosa ha, semplicemente qualche pane e qualche pesce, dà tutto perché Gesù possa sfamare l’intera umanità. 

Ci è chiesto di donare tutto. Proviamoci, per qualche giorno forse si può. 

18 marzo 2018 come 21.3.2021- (anno B) Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. Una lunga storia d’amore tra Dio e l’umanità, tra Dio e questo popolo d’Israele di cui
si narra e che noi in questi due mesi abbiamo gustato, incontrando i personaggi più famosi che hanno proprio fatto la storia di questo popolo. Abbiamo iniziato con Noè: Dio si era stufato dell’umanità, così tanto che aveva deciso di fare qualcosa, salvando giusto una famiglia proprio per creare una nuova umanità, una nuova creazione in qualche modo. Sì, perché Dio è così, non si stancherà mai dell’uomo, ha sempre questo pazzo desiderio di continuare a costruire qualcosa con questa umanità, con quello che siamo noi, e ogni volta che bisogna ricominciare da capo c’è la parola alleanza, anche oggi nella prima lettura l’abbiamo ascoltata quasi una decina di volte in poche righe. Alleanza è fare un patto con qualcuno, fare pace, impegnarsi. Dio quel giorno si impegnò a salvare quella famiglia e chiese all’uomo di mettere anche lui qualche cosa in gioco. A Noè e all’umanità chiese ‘non fatevi più male tra di voi’. E’ questo il nostro Dio, a lui importa che tra di noi riusciamo ad andare d’accordo. Poi aveva incontrato Abramo che ha atteso tutta una vita la promessa di un figlio…attendere tutta una vita e non disperare, questa sì che è fede. Alla fine arriva Isacco, il figlio della promessa. Dio chiede però di ridonare questo
figlio, salire sul monte e offrirlo: Abramo si fida così tanto di questo Dio da essere disposto a fare anche questo gesto. Una nuova alleanza viene creata che ha bisogno della fiducia che noi dobbiamo dare a Dio senza della quale non si può fare niente. Poi ricordate Mosè che riuscì a far uscire il popolo dall’Egitto, Mosè addirittura l’alleanza la vide scrivere col dito di Dio sulle tavole della legge, i dieci comandamenti, queste dieci parole preziose. C’era bisogno che ci fosse qualcosa di concreto su cui lavorare in questa nuova alleanza e questi dieci comandamenti tracciano una cartina della nostra vita. Oggi il profeta Geremia, che vive il secolo peggiore della schiavitù del popolo d’Israele, dice queste parole di fuoco e bellezza: Dio vuole scrivere la sua legge non più su tavole di pietra ma in ogni cuore. Non c’ più il Dio che va bene a tutti, ma con ognuno di noi deve avere una relazione faccia a faccia, cuore a cuore, vuole che ciascuno di noi faccia la propria alleanza con lui. Allora proviamo anche noi a metterci lì un po’, noi e il nostro Dio e fare la nostra alleanza con lui, scrivere un patto con lui: può essere veramente la cosa più preziosa che fai per questa Pasqua. La seconda lettura ci regala un Gesù che piange, grida e che non ha null’altro da fare  che lasciarsi andare fra le braccia del Padre. Gesù ci insegna che non è la nostra grandezza, bellezza, ma è soprattutto attraverso la nostra fragilità, le nostre ferite
che Dio ci accoglie tra le sue braccia. E’ veramente il mistero più grande quello di Dio che ci accoglie per quello che siamo e le nostre ferite possono veramente diventare feritoie da cui passa la luce divina. Credo che questa sia la cosa più importante: sapere che quando hai bisogno, chiedi aiuto, tutto qui, credo che a Dio piaccia quando gli chiediamo una mano. Nel Vangelo siamo ormai agli ultimi giorni della vita di Gesù, iniziano dei discorsi prima dell’Ultima Cena così ricca di spunti. ‘Vogliamo vedere Gesù’ esclamano questi Greci che arrivano. Sarebbe bello che anche noi ci chiedessimo ’Gesù vogliamo proprio incontrarlo?’
La risposta di Gesù ci chiede uno sguardo nuovo ed è per noi questa sera. Questo chicco di grano che deve morire per portare frutto non è una visione doloristica della religione che a volte abbiamo usato ma richiama alla semplicità, ad essere naturali…’se vuoi vedermi, guarda un chicco di grano’. Il chicco di grano è una cosa da nulla, a guardarlo sembra morto, secco, ma dentro quel chicco di grano c’è una potenzialità enorme, c’è una spiga dentro quel chicco. A diventare spiga però ci vuole tempo, cura, pazienza, ci vuole soprattutto trasformazione. Quel chicco per diventare spiga dovrà essere sepolto nella terra squarciata dall’aratro, andare fino in fondo e starsene lì tutto l’inverno, morire, marcire. Solo così può sperare di vivere e di sbucar fuori dalla terra in primavera come fra un po’ vedremo nei nostri campi e poi portare frutto nel bel mezzo dell’estate. Che bello pensare che in fondo Gesù ci dice di sé ‘sono un chicco di grano, un pezzo di pane’ quello che stiamo celebrando noi questa sera. E’ bello pensare che è una trasformazione, non è una morte dove sta anche il morire. Credo nella vita di essere morto diverse volte, quante cose bisogna lasciare andare, far morire! Quanti preconcetti, moralismi, razzismi bisogna far morire perché si trasformino. Stasera la liturgia insiste su questo, come se ci ripetesse ‘continua a trasformarti se vuoi portare il frutto buono’. Notate che il termine ebraico per dire figlio e chicco è lo stesso. Che bello pensare che Gesù diventi proprio questo chicco che ha un unico scopo: portare molto frutto. Ognuno di noi è un chicco con come unico scopo nella vita questo, portare molto frutto. Morire è solo un passaggio indispensabile per portare molto frutto che non viene dal nulla, ma da dentro, dall’impegno. La poetessa francese Marie Noel scrisse ‘A 18 anni ho venduto il mio spirito a Dio, come altri vendono la loro anima al diavolo. Allora ero goffa, brutta, mingherlina, inetta, come il «brutto anitroccolo», ma avevo molto spirito… uno spirito chiaro, vivo, acuto, pungente, che mordeva senza misericordia. Non appena una persona un tantino ridicola arrischiava di mostrarsi a me, l’acchiappavo al volo e la fissavo con una parola pungente, come si fissa un insetto su un tappo, con uno spillo. Ciò mi divertiva molto e faceva ridere la compagnia. Ma i miei cugini mi giudicavano «cattiva», e mio fratello mi chiamava «vipera». Avrebbe fatto meglio a dire zanzara o vespa. Un giorno, però, ci pensai su e mi vidi tal quale ero col mio crudele pungiglione. Poteva forse una cristiana accettare di essere così? Fui presa dal rimorso. E una mattina ne parlai con Nostro Signore, dopo la Comunione.
Rinunciare al mio spirito? Cosa mi rimaneva senza di esso? Non avevo bellezza né fascino, niente che potesse piacere. Sacrificare il mio spirito? Non mi ci potevo decidere. Mi costava troppo. Mi costava tutto. Dentro di me, Dio attendeva con aria di rimprovero. Fu allora che mi venne l'idea –
forse fu lui ad ispirarmela – di cedergli il mio spirito dietro ricompensa. Un baratto. Glielo vendetti. Caro. Senza far prezzi. Dio è ricco. Dio è giusto. E generoso, anche. Contavo che me l’avrebbe pagato bene. Una volta concluso il mercato – io negli affari sono onesta – non osai più servirmi dell’oggetto che avevo ceduto. Da principio mi sentii legata, impacciata, come colpita da improvvisa infermità. Le parole mi volavano alle labbra, le inghiottivo già dette a metà. Il che non era sempre comodo. Ma poi l’abitudine mi venne in aiuto. E diventai poco a poco la piccola, mite zitella cui nessuno fa caso, né in famiglia fuori… cui nessuno fa caso più che a un fiammifero spento. Sono passati vent’anni… Che cosa mi avrà dato il Buon Dio, in cambio della mia malizia? Non la bellezza. Non il fascino. Non l’amore. Non la felicità. Ecco. Mi diede il dono di una vista nuova, per cogliere immediatamente, anziché il lato ridicolo, la bellezza e le qualità delle persone, anche di quelle che non ne hanno. Al punto che oggi riesco ad amare tutti’.

 

Anno B 4° Domenica di quaresima – 11 marzo 2018 – Immagini di Dio 2Cr 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef. 2, 4-10; Gv. 3, 14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Abbiamo lasciato domenica scorsa il nostro Gesù in quel suo momento di rabbia, in una di quelle poche occasioni in cui c’era proprio da arrabbiarsi e capovolgere tutto quello che vedeva dinnanzi a sé. Fare mercato di Dio. Di fronte a questa cosa non ce l’ha fatta a rimanere calmo, mite e umile come di solito lo conosciamo. Perché lì ci sta veramente la cosa più importante da imparare: con Dio non si può mai fare mercato. Dio non si può comprare. Non si può comprare con le buone azioni e non si può comprare con le preghiere, la messa e tutte queste cose che ognuno di noi, credo, prova a fare nella sua vita. Ma queste cose servono a noi, non a Dio. Servono perché siamo noi che abbiamo bisogno di crescere. Invece l’amore di Dio va solo accolto, non meritato. Anche san Paolo oggi ce lo ricordava nella lettura che abbiamo ascoltato: “Siete salvi mediante la fede e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio. Né dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.” Una volta messa in chiaro questa cosa, allora possiamo contare tutto anche noi su una cosa sola, anche noi, come Dio, sull’Amore. Le parole di oggi dette a questo fariseo che di notte, di nascosto va a domandare a Gesù: “Ma allora, che bisogna fare in questa vita? Aiutami a comprendere! Perché ho sempre fatto in altro modo e tu vieni a capovolgere qualsiasi cosa io ho sempre creduto.” E la prima risposta che Gesù dà e che non è riportata in questi versetti, ma è poco prima, è: bisogna rinascere dall’alto. Anche queste parole capovolgono perché prima di tutto come si fa a rinascere? Non è scontato. Nella vita quante volte dobbiamo ri-nascere! Chiaro, tutti noi siamo nati e siamo qua. Ma se nella vita poi non sai rinascere…Quella prima nascita non basta. Perché nella vita purtroppo capita spesso  di morire. Di morire nel cuore, nella mente, di morire di fronte a certe situazioni, certi drammi, a certe cose a cui non possiamo resistere. Si muore. Si muore dentro. E allora Gesù ci ricorda: guarda che se non rinasci non ricomincia nulla. In fondo la Pasqua è solo questa cosa. Ogni anno perché la ripetiamo? Perché abbiamo bisogno di ricordarci ogni anno quanto è prezioso ricominciare. Ricominciare, noi! Bisogna provare allora ad avere occhi nuovi, un cuore nuovo. Il poeta portoghese Nobel per la letteratura Saramago dice: Bisogna vedere quello che non si è visto, vedere di nuovo quello che si è anche già visto. Vedere in primavera quel che si è visto d’estate. Vedere di giorno quello che si è visto di notte. Con il sole dove la prima volta pioveva. Vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio sempre. 

E allora proviamo anche oggi a ricominciare da queste parole di Dio messe in bocca Gesù. Credo possano essere le parole più preziose di tutta la Bibbia. Lo dico spesso, ma forse è proprio così, ogni volta ci viene regalata la parola più bella, quella che ci serve ogni giorno. Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio. Parole che fanno venire i brividi. Dio ha TANTO amato. In effetti, che cosa può fare Dio? Visto che è amore. Che bello però pensare che Dio ha amato. Ha usato questo verbo al passato Gesù, ma è un passato che sa di futuro che non ha tempo, che continua a fiorire. E allora forse questa parola, questo “Dio ha amato” sarebbe una frase da ripetere ad ogni risveglio. Dio mi ha amato. E continua ad amarmi. E soprattutto da ripeterselo nei momenti un po’ più complicati della vita, quelli in cui facciamo fatica, la fiducia è difficile, in cui c’è paura, in cui …

Dio mi ha amato. 

In effetti noi, voglio ricordarvelo, non siamo cristiani perché amiamo in Dio, noi siamo cristiani perché Dio ci ha amati. Non potremmo mai pensare di essere cristiani perché noi amiamo Dio. Non siamo mai degni di tale bellezza, di tale grandezza di tale onore. Però è bello sapere che il nocciolo, il nucleo del nostro vangelo è proprio questo. E’ l’amore di Dio pronto per te, ogni giorno, ogni istante. L’amore più bello. L’amore vissuto. L’amore donato. E’ questo quel fuoco che dovrebbe entrare in ognuno di noi e farci appassionare a Dio. Ecco che allora ogni cosa acquista un sapore diverso. I nostri occhi sanno trasformarsi e vedere oltre. Altro. Perché Dio continua ad amarti così come sei. E nella pazzia di Dio addirittura c’è che non solo che Dio ci ama; ci ama tanto da averci dato suo figlio. Il verbo amare nel vangelo, non sta mai ida solo. E’ sempre in compagnia di quest’altro verbo, il verbo dare, il verbo donare. Da donare suo figlio. Qua diventa ancora più inverosimile. E non è facile credere questa cosa. Che Dio ama ognuno di noi più di suo figlio. Perché per ognuno di noi ha dato questo figlio non ha fermato la mano assassina, come quel giorno fece invece sul monte, quando Abramo stava per immolare suo figlio. Invece Dio per suo figlio non ha trattenuto nulla. Fino in fondo. 

E allora di fronte a questa pazzia d’amore, questa abbondanza d’amore che fare? E’ ovvio che allora non ti viene dato da fare se non dire: Dai, ci voglio provare anch’io. Ci voglio provare anch’io a essere un po’ capace di amare. E si spalancano porte nuove. 

La prima è proprio questa: Dio ha tanto amato il mondo. Il mondo! Il mondo non siamo solo noi, non è solo l’uomo e la donna Il mondo è tutto il mondo sono gli animali le piante, tutto quello che ci circonda. In effetti uno che ama non può che amare tutto e tutti. E allora forse la prima cosa da imparare da Dio sarebbe proprio questa. Provare anche noi a ricordare il compito originario, consegnato a ogni uomo e a ogni donna dall’inizio della creazione. Ti dò il mondo perché tu lo coltivi e lo custodisca. Coltivare e custodire, i due verbi più belli che esistano. Verbi che vanno bene per qualsiasi cosa. Vanno bene per la terra, ma vanno bene per tuo marito, o per tua moglie, per i tuoi figli. Custodire e coltivare. 

E poi un altro insegnamento. Dio non ha mandato il figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Ma se neanche Dio ci giudica possiamo provare anche noi ogni tanto a non giudicare? Almeno ad astenerci dal giudicare. Mi piace pensare che quando incontreremo Dio non sarà sicuramente come un tribunale incontrarlo, sarà come un abbraccio, quello più bello, quello più vero. E mi piace pensare che in quell’abbraccio anche noi ricominceremo di nuovo, un’altra cosa ancora, un’altra … l’eternità con Dio. Allora, finché siamo qua, proviamo a non fare della nostra vita un tribunale che giudica gli altri. Ma che ne sai tu di quello che l’altro vive? Che ne sai che vita ha fatto, di quello che porta in cuore? Non giudicare. 

Insomma credo che in fondo Dio ci ama così tanto perché ha questo sogno: che anche ognuno di noi possa fare altrettanto. Che anche ognuno di noi possa diventare la sua immagine più bella. Io credo che veramente quando … ogni volta che amiamo diventiamo lo specchio di Dio. E allora la nostra vita può aumentare a dismisura può diventare veramente qualcosa di così bello che neanche noi riusciamo a crederci. 

E allora, un’ultima domanda. Ma sei più felice quando ami o quando sei amato? Per me la risposta è facile. Nella mia vita ho compreso che è molto più bello amare. E allora una piccola storia per terminare.  Un bimbo di dieci anni scalzo e tremante per il freddo stava incantato davanti a una vetrina di scarpe. Una signora gli si avvicinò. Che cosa stai guardando con tanto interesse? Chiese la donna. Sto chiedendo a Dio un paio di scarpe disse il bimbo. La signora lo prese per mano, entrò nel negozio e ordinò al commesso una mezza dozzina di calzini per il bambino, poi gli chiese anche una bacinella di acqua e un asciugamano. La signora entrò nel retro del negozio con il bambino gli lavò i piedi e glieli asciugò. Il commesso arrivò con i calzini e la signora ne fece indossare un paio al bambino e quindi gli comprò un paio di scarpe e diede al bimbo gli altri calzini. Gli accarezzò la testa e gli disse: Piccolo mio, adesso va meglio? Il bambino le afferrò la mano e guardandola con gli occhi colmi di lacrime gli domandò: ma tu sei la moglie di Dio? 

Giorgio

4 marzo 2018 come 7.3.2021- (anno B) Es 20,1-17 Sal 18;  1Cor 1,22-25 Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” è una delle poche affermazioni in cui Gesù invita ad essere come lui, a seguirlo sulla stessa strada. Quest’oggi incontriamo Gesù che non sembra per nulla mite, forse è proprio il momento più di ogni altro in cui Gesù s’arrabbia perché l’argomento è veramente serio, non è semplicemente un po’ di mercato come l’abbiamo visto. Sono convinto che il giorno dopo al più tardi il tempio è tornato tale e quale anche con la gente ancora lì. Questo è un segno profetico, ha qualche cosa da insegnare alla vita e a noi oggi. Credo che il segno più importante sia proprio questo: quando l’evangelista dice “si parla del tempio che è il suo corpo”, del tempio che è in ogni corpo, ognuno di noi è tempio sacro di Dio. Non dimentichiamocelo mai, il tempio di Dio non è una chiesa, mura di cemento, ognuno di noi è tempio sacro di Dio.

Vi ricordate sempre nel vangelo di Giovanni l’episodio della Samaritana in cui chiede “Dimmi Gesù, dove bisogna trovare questo Dio? A Gerusalemme o su qualche altro monte?” E la risposta di Gesù come sempre apre, spalanca, né qua né là, né su né giù ” Prova a cominciare ad adorare Dio in spirito e verità” cioè semplicemente dentro di te. Non è più un luogo che bisogna cercare ma semplicemente provare nella propria vita a pregare con se stessi, con il proprio corpo, la propria mente, ognuno a trovare il proprio luogo. E la cosa più importante è questa, la preghiera che non sia un mercato, vuol dire che non posso pregare e pretendere qualcosa come un baratto, non funziona così almeno non con il nostro Dio, per nulla funziona così, proveremo a scoprirlo oggi. 

I discepoli come al solito vedendo quello che succede capiscono poco e allora qualcuno dice ‘sarà lo zelo che ha spinto Gesù a buttare all’aria tutto e tutti oggi’ Lo zelo è una delle cose peggiori che ci sia perché è diverso dalla passione, è quella cosa che ha suggerito il nome al nuovo partito degli zeloti al tempo di Gesù, sono un po’ come gli integralisti…conosciamo gli integralismi e non solo delle altre religioni. Pieni di zelo erano anche dei personaggi che conosciamo perfettamente, uno di questi era san Paolo, la Scrittura dice proprio ”era pieno di zelo per il Signore” e così perseguitava uccidendo. Anche Elia era pieno di zelo che lo a vincere contro tutti i sacerdoti e poi passa a fil di spada uno a uno. Lo zelo va oltre, non ha niente a che fare con la passione…c’è una frase di Primo Mazzolari che forse ci aiuta a comprendere “Si diventa fanatici ogni volta che ci si dimentica che Dio ci dà la consegna di lavorare per il bene, non quella di farlo trionfare”, non fare trionfare nulla e nessuno. Quante volte probabilmente anche noi nella nostra chiesa abbiamo invece inteso male provando a trionfare sopra tutto e tutti. Non è questo che Gesù cerca di insegnarci.

Che cosa prova allora a dirci oggi Gesù? Sta provando a insegnarci un nuovo modo di rapportarci con Dio. Il Vangelo di oggi sembra proprio dirci questo: non è accumulando le preghiere, i nostri fioretti, i nostri impegni che possiamo pretendere nulla di Dio, Dio non si può comprare perché Dio è amore, chi compra l’amore lo considera come una prostituzione che si compra.

C’è questa bellissima immagine che non dovremmo mai dimenticarci: nella creazione, fin dal primo giorno Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, credo che sia da sempre il più bel regalo che Dio ci ha fatto: noi quando ci guardiamo nello specchio ricordiamoci sempre non vediamo solo la nostra immagine, vediamo specchiato anche Dio, un pezzettino di Dio sicuramente. Che dono, che grazia, che bellezza! Allora facendo tesoro di questa meraviglia, di questo amore incondizionato di Dio che dà il suo amore a tutti, ai buoni e ai cattivi, indistintamente, Lui non guarda in faccia a nessuno, Dio ti ama cosi come sei, in qualsiasi situazione della tua vita ti abbraccerà sempre, sarà sempre con te. Sarà sempre con te in questa tua storia, in questo tuo corpo sacro.

C’è un bellissimo passaggio di Christiane Singer che dice ”Il corpo è la sfida lanciata allo spirito di prendere corpo, di realizzarsi, il corpo è la realizzazione dello spirito. Così senza i vostri gesti, senza la maniera che avete di muovervi ignorerete tutto il segreto luminoso della vostra anima. Tutto accade come se noi no potessimo raggiungere ciò che è nascosto, il mondo vibrante divino senza questo schermo posto fra il mondo e Dio, senza la materia e senza l’incarnazione. Come se occorresse questo passaggio dall’invisibile al visibile, dall’impercettibile all’udibile, dal non gusto al gusto, dal non accarezzabile al tangibile affinché lo spirito si manifesti in noi ed ecco perché ogni creatura desidera la carezza del suo creatore”.

Siamo sempre stati un po’ forse abituati a distinguere la nostra vita in qualcosa che ha a che fare con lo spirituale, col mentale, col corporale. Ma non esistono queste cose disgiunte l’una dall’altra e Gesù è venuto apposta a insegnarci questo. Perché siamo qui stasera? Per vivere l’eucarestia che è proprio il corpo di Cristo, non è lo spirito di Cristo, è il corpo di Cristo! Quanta attenzione allora dobbiamo avere per questi nostri corpi, quanta cura dobbiamo prenderci, probabilmente il corpo ben inteso, non è solo il corpo fisico, è la nostra vita intera. Mi piace pensare che questo corpo non sia per nulla perfetto ma che sia fragile, gracile, debole, vulnerabile. E’ che è questo corpo che ha scelto Dio quando si è presentato in carne in mezzo a noi, proprio questo corpo. Mi piace quel saluto che gli orientali fanno quando si incontrano in cui, trovandosi l’uno di fronte all’altro, si inchinano a mani giunte e uno dice all’altro ’namasté’, onoro il Dio che c’è in te, la parte divina che c’è in me onora la parte divina che c’è in te. Quanto sarebbe bello anche noi usare queste parole per salutarci e comprendere veramente quanto siamo divini. E allora ogni tanto mi pongo anche questa domanda: siamo abituati a entrare in chiesa e fare la genuflessione davanti all’eucarestia ma non è il caso forse di fare la genuflessione anche di fronte a qualsiasi persona che incontri? Bisogna avere più onore per l’eucarestia o per qualsiasi persona che la vita ti dà? Dio ha fatto già la sua scelta perché ha mandato suo figlio, l’ha offerto per noi, per ognuno di noi, non per l’umanità in genere, anche per ognuno di noi avrebbe fatto quello che ha fatto Gesù donandosi fino in fondo, per cui Dio ha fatto la sua scelta chiara, precisa: io scelgo l’uomo, non scelgo di salvare mio Figlio, ogni uomo di qualsiasi colore o religione. Non stiamo più a chiederci per piacere se val la pena salvare una vita o no.

Allora abbiamo compreso perché di fronte a Dio non possiamo fare mercato, fare compravendita perché Dio non si può comprare, perché Dio è la libertà suprema e colui che è libero, libera. Se Dio non ti libera vuol dire che c’è qualcosa nella tua vita che ancora deve crescere, camminare, comprendere. Dio libera perché è l’essere più libero che c’è e proprio perché è libero non possiamo comprarlo. 

E allora che ognuno di noi questa sera torni a casa con questa chiara idea nuova di Dio, l’essere che in qualche modo ti libera dal profondo della tua vita, liberarti vuol dire il dono più grande perché tu possa essere responsabile di te stesso. Se uno non ti libera ti rende schiavo e noi non siamo schiavi di Dio, Gesù è venuto apposta per dircelo ‘non vi chiamo più schiavi ma amici’. E allora possa essere anche questa affermazione citata in Osea ‘amore vuole non sacrifici’, una frase così in quaresima dove ognuno prova a fare qualche piccolo fioretto…Gesù con il suo sacrificio abolisce tutti gli altri sacrifici, per cui accogliamo questo Dio che si fa pane per noi e quando comprendi che l’amore di Dio è così incondizionato per te allora sì che la tua vita diventa una preghiera di lode, di ringraziamento, di gratitudine non più per comprare qualcosa ma semplicemente per la bellezza di essere nato, è questa la vera esperienza di Dio. Allora è questo che vi auguro: il mio amico Gigi dice che quando Dio ama fa gesti molto umani e quando l’uomo ama fa gesti molto divini…e allora che il vostro amore sia sempre divino.

 

Anno B 1° Domenica di quaresima – 18 febbraio 2018 – Arcobaleno Gen 9,8-15; Sal 24; 1Pt 3,18-22;  Mc 1,12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Mi sono messa questa stola colorata anche se siamo in quaresima e il paramento non dovrebbe essere questo perché quest’anno la quaresima inizia con l’arcobaleno.Per cui mi va di essere più un arcobaleno che il viola atteso. Succede che prima dell’arcobaleno, prima del diluvio, Dio aveva guardato con attenzione la vita creata e queste sono le sue parole: Dio vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento nel loro cuore non era altro che male, sempre. E Dio si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. La Bibbia ci consegna un Dio dai tratti molto umani, un Dio che si pente un Dio che si addolora. Io mi pento quando ho compreso di aver sbagliato qualcosa. Dio si rende conto che deve aver sbagliato qualcosa con questa umanità, con noi. Lo sappiamo bene, perché ognuno di noi, senza andare a guardare troppo lontano, ognuno di noi ha dentro di sé il bene e il male, che ogni giorno in qualche modo vivono la loro battaglia. Ad ognuno di noi poi, ogni giorno, di provare immagino a fare vincere il bene. Però mi piace pensare che questo Dio in qualche modo si rende conto che quando ha fatto l’uomo qualcosa non ha funzionato. 

Ma già dall’inizio era stato così, vi ricordate? Ci sono due narrazioni della creazione nella Bibbia, nel primo capitolo e nel secondo. In una delle due si narra che Dio prima crea solo Adamo e siccome gli consegna tutta la terra crede che Adamo possa essere contento. Non solo ha tutta la terra davanti ai suoi occhi, ma addirittura un amico intimo, Dio stesso.  Ma ciò non basta, perciò dopo qualche giorno deve ravvedersi su questo primo pensiero e poi crea la donna, quella che gli sta di fronte. Come a dire: non c’è nulla di già scritto, ma neanche per Dio! Dio cresce con noi. Dio ovviamente si arrabbia, si addolora vive come viviamo noi. Ma non solo Gesù. Dio. 

Ed d è bellissima poi questa narrazione, questo mito del diluvio. Insomma per porre rimedio a questa cosa che ha fatto …insomma ricominciamo da capo. Proprio tutto nuovo. E il segno di questa rinascita, il segno della risurrezione, così dice la Parola, quando Noè lascia volare la colomba per vedere se ha smesso di piovere e la terra è riapparsa…questa colomba torna e la Bibbia dice, con nel becco una tenera foglia di ulivo. La resurrezione non sempre ha platee come quel giorno quando Lazzaro esce dalla tomba. Qualche volta la resurrezione è semplicemente una piccola foglia di ulivo. E’ da lì che puoi riconoscere se qualcosa sta ricominciando. Se passeggiamo in questi giorni nei boschi…io ho visto le primule, siamo ancora in pieno inverno, ma sotto la vita vive. C’è già una parvenza di primavera. Ci sono già i boccioli su qualche pianta. La vita lì sotto continua. Che noi ci siamo o no. 

E allora poi, arriva questo bellissimo segno. Non che fosse la prima volta che l’arcobaleno ci fosse in cielo! Però, da quel giorno in poi l’arcobaleno assume un significato enorme, così dice la Parola. Pongo il mio arco sulle nubi perché sia il segno dell’alleanza tra me e te. Tra me e la terra. Allora da quel giorno in poi, ogni volta che c’è l’arcobaleno in cielo ci deve ricordare che qeullo è il segno dell’alleanza di Dio con noi. Di una resurrezione intera della terra. Noi, in qualche modo, chiaro che siamo figli di Adamo ed Eva, ma se poi tutto è ricominciato con questa famiglia, siamo anche figli di questa seconda generazione, in qualche modo. 

Quanti arcobaleni ci siamo persi. Quanti arcobaleni abbiamo visto e così…a parte la meraviglia di qualche istante… D’ora in poi proviamo a ricordarci che quello è il segno di Dio, del suo amore per noi, di qualcosa che è ricominciato da quel giorno, da quel seme. Nell’antichità ovviamente le guerre si facevano con archi e frecce per cui porre questo arco nel cielo è come per i popoli che in tempo di pace appendevano il loro arco alla parete. Ecco: Dio appende alla parete del cielo questo bellissimo arcobaleno. Che bel segno, non poteva pensare a nulla di più bello per dirci: ricominciamo da capo, ricominciamo insieme, dalle ceneri rinasce qualcosa di così meraviglioso. E poi quando Dio fa questa alleanza con gli uomini, siccome per lui le cose sono vere non come tra noi spesso e volentieri, questa sua pace diventa veramente eterna. Io credo che in qualche modo quei quaranta giorni non siano serviti solo a Noè e alla sua famiglia per pensare e ripensare a come ricominciare da capo. Credo che siano serviti anche a Dio per pensare e ripensare. E di fatto quando poi c’è questa nuova alleanza, Dio ha le idee ben chiare. Molto chiare perché lui fa una promessa all’umanità intera, a tutta l’umanità, a noi stessi oggi fa questa promessa: D’ora in poi, mai più diluvio. D’ora in poi mai più devastazioni. Non farò più nulla del genere. Questa cosa vuol dire: ma quanto grande è la fiducia di Dio per l’umanità? Perché voi sapete un patto si fa in due, un’alleanza si fa in due. Ciascuno deve in qualche modo dare qualche cosa. Proporre e accogliere quello che l’altro gli propone. Sapete cosa Dio chiede all’uomo? In cambio di questa alleanza nuova, in cambio di questo ricominciare? Non chiede nulla per sé, non chiede preghiere, nulla che ha a che fare … ma chiederà una cosa sola: umanità! non far più altri disastri, riconosci che l’unico senso della vita non è far la guerra, ma stare in pace. In pace nel proprio cuore, in pace con la propria famiglia, in pace con l’umanità intera. Mi piace questo Dio che ci mette la faccia e che per primo mette bene in chiaro qual è il suo patto, qual è la sua alleanza. E allora possiamo comprendere bene qual è la nostra vocazione. La vocazione dell’umanità è quella di non creder più nella violenza, perché Dio stesso poi si pente di aver mandato il diluvio, anche lui si è fatto un po’ fregare. Violenza chiama violenza, sempre. 

La nostra quaresima quest’anno inizia con una foglia di ulivo e terminerà sempre con qualche ramo di ulivo, vi ricordate, la domenica prima di Pasqua, la giornata delle palme e degli ulivi. E poi l’ultimo giorno di vita di Gesù nell’orto del Getsemani, sotto all’ulivo. L’ulivo lo sappiamo, è proprio il segno della pace. Quanto c’è bisogno ancora di questa pace…quanto c’è bisogno ancora che l’umanità comprenda che l’unico modo per crescere è quello di vivere nella pace. Chissà se prima o poi ci sarà dato.

Una parola su questo vangelo. Insomma passiamo dal diluvio, sommersi dalle acque, a un deserto, dove l’acqua non c’è quasi mai. E in questo deserto incontriamo Gesù. Gesù che vive quaranta giorni in compagnia degli angeli e delle fiere, dei diavoli in qualche modo. Non è una sua scelta. E’ lo Spirito che lo spinge ad andare nel deserto. E noi sappiamo che in effetti questo è in qualche modo un’iniziazione, una prova di maturità, insomma, perché quando tornerà dal deserto comincerà veramente la sua vita missionaria, evangelica, non smetterà più fino all’ultimo giorno. Che cosa deve comprendere Gesù nel deserto? Anche lui è messo alla prova, per cui, ragazzi, tranquilli! se è stato messo alla prova lui! Ci tocca essere messi alla prova. E forse il vangelo all’inizio della quaresima sta a dirci proprio questo: addirittura sembra un passaggio obbligato per la nostra crescita, che la vita ci metta alla prova. Chiaro che quando sei nella prova vorresti solo uscirne, vorresti solo superarla, ritornare a stare bene. Però magari in questa quaresima ogni tanto fatti semplicemente questa domanda: chissà perché questo momento è così? Chissà se mi potrà aiutare a crescere? 

Ho vissuto con un gruppo di amici un week end all’insegna del libro del Qoelet. Piccolissimo libro della Bibbia che tutti conosciamo per alcune …per questo canto del tempo in cui si dice, c’è un tempo per nascere e un tempo per morire un tempo per far pace e un tempo per far guerra … 

Abbiamo compreso in fondo che la vita è così, la vita anche se noi vorremmo togliere ovviamente la guerra la morte, le cose negative, pesanti, la vita di suo continuerà a regalarci tutto. A noi di provare di provare… qualcuno dice addirittura di provare a danzare sotto la pioggia, di provare a danzare tra questi opposti. Perché tanto ci saranno sempre. Come vi ricordate quel giorno in cui Gesù nella parabola parlava di grano e di zizzania che crescevano nello stesso campo. Gesù dice no, lasciate che anche la zizzania cresca. Perché piuttosto che perdere una sola spiga di grano, lasciate che crescano insieme. Alla fine ci sarà poi qualcuno che metterà insieme le cose, ma non è affare nostro. Alla fine. A noi chiaramente di spendere tempo per far crescere il nostro grano buono. 

Un pellegrino a Santiago de Compostela scriveva: la fame, la sete, il dolore, la paura, sono lasciate al pellegrino perché si rallegri dell’ospitalità, dell’amicizia, dell’acqua e del pane. Perché li riconosca e capisca nella sua carne e nel suo corpo come è stato il deserto, il digiuno, la tentazione e cosa sia la dolcezza di Gesù e il suo perdono. Perché la verità di una cosa si attacca solo alle ferite che sanguinano di desiderio. Allora prepariamoci perché se vivremo una vita vera in questi quaranta giorni di quaresima sicuramente avremo i nostri momenti bui, le nostre tentazioni, le nostre fatiche, ma potremo guardarli con altri occhi. Proviamo a pensare che in qualche modo saranno momenti preziosi anche quelli. Io credo che questo è un po’ il segreto di questi riti e di questi tempi per preparaci alle feste più belle e più preziose della nostra fede. E allora che questi quaranta giorni siano veramente per te, per ognuno di noi, possano essere l’occasione e il tempo di tornare un po’ all’essenziale, alle cose che contano di più. Fermarti soprattutto per guardare, per capire chi sei. E avere il coraggio di guardare in faccia forse a qualche tua paura, e magari riuscire a comprenderla un po’. E se non oso chiedere troppo anche ad osarla. 

Ora il tempo è vicino, ora Dio è vicino. Ora. Non domani. Ora. 

 

VIB – 11 febbraio 2018 – Lv 13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1;  Mc 1,40-45

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte..

Un lebbroso, il più malato tra i malati. Perché questa non è solo una malattia fisica terribile, ma come abbiamo ascoltato soprattutto nella prima lettura, è una malattia che tiene lontano da tutto e da tutti. Sei rifiutato, la legge di Mosè dava appunto tutta questa serie di cose da fare per un lebbroso. Per cui era non solo castigato per la sua malattia, ma era anche castigato dagli uomini, e per loro era anche castigato da Dio. Insomma: peggio di così… Vi ricordate l’episodio del lebbroso che è narrato nel vangelo di Giovanni, in cui a un certo punto gli scribi chiedono: “Ma, Gesù, ha peccato lui o i suoi genitori per essere lebbroso?”. Insomma, per gli scribi sembra quasi che non esista una persona, sembra che esista semplicemente un caso. Per Gesù invece esistono solo le persone. Una ad una. E’ bello che questo lebbroso non abbia nome. Quell’altro si chiamava Bartimeo; questo del vangelo di Marco non ha nessun nome. Come a ricordarci che forse veramente ognuno di noi, come dicevo all’inizio, per qualche tempo nella vita forse ha vissuto esperienze del genere, la solitudine, il giudizio, essere isolati, essere allontanati. Quest’uomo, pur essendo nella miseria più piena, ha un’espressione bellissima nel suo presentarsi davanti a Gesù. E’ come quasi a ricordarci che nonostante il peggio che ci possa essere, uno può sempre conservare nel proprio cuore almeno un angolino pulito, puro. Se vuoi… Se vuoi, puoi guarirmi, puoi purificarmi. E’ quasi come se chiedesse a Gesù, quest’uomo: “Ma Dio, come vuole i suoi figli? Come vuole noi umanità? Ci vuole malati o ci vuole guariti?”. E la risposta di Gesù ovviamente è molto semplice. Lui non ha nient’altro da fare in questo suo girovagare per la Palestina in quegli anni se non quello di rispondere a queste domande. E a tutti dirà sempre: “Lo voglio, guarisci”. Lo dirà a Lazzaro, quando gli dirà, “Lo vogli! Esci fuori!”. Lo dirà alla figlia di Giairo: “Lo Voglio! Alzati!”. Tutti questi Lo Voglio! Come a dire: uomo, donna, io voglio sempre che tu guarisca. Non c’è malattia sulla faccia della terra che non si può guarire. E allora ripetiamocelo un po’ più spesso anche noi. Dio ci vuole solo figli guariti. Allora sappiamo che Gesù ha a cuore solo questo per noi.  Questa gioia, questa felicità, questa vita piena. Vera. In effetti, tutto il Vangelo è il racconto di una guarigione. Perché abbiamo capito: quest’uomo, questo lebbroso non ha bisogno solo di essere guarito dalla lebbra ha bisogno di risorgere completamente in questa sua vita persa. E allora che bello sapere che Gesù ci guarisce tutti, senza chiederci nulla in cambio. E vediamo un po’ cosa succede in questo incontro tra un lebbroso, che per prima cosa ovviamente disobbedisce alla legge. La legge gli imponeva di stare lontano da tutto e da tutti. Ecco la prima disobbedienza. Disobbedisce alla legge, questo uomo. Perché ovviamente ha bisogno di risorgere, di rinascere, di guarire. Quando sei malato, non desideri nient’altro che di guarire, per cui sei disposto a tutto. Ma anche Gesù è disposto a tutto. Se ne frega della legge, perché anche lui non avrebbe potuto toccare quell’uomo. Se tu tocchi un impuro, diventi impuro per la legge, semplice. Elementare. Gesù se ne frega, si avvicina, accoglie quest’uomo, tocca, lui che non avrebbe potuto toccare l’intoccabile. Lui invece ama l’intoccabile. Sembra quasi ricordarci Gesù oggi: non esiste puro e impuro, o siamo tutti puri o siamo tutti impuri. E io oggi sono qua per ricordarti semplicemente che ogni uomo vale più di ogni altra cosa, più della legge intera di Mosè. “Ne ebbe compassione” dice il vangelo. Questo verbo dolcissimo, avere compassione. In effetti di fronte al dolore fisico, al dolore morale, spirituale, chi è che non ha compassione? chi non si ricorda alcune scene, alcune fotografie, alcune immagini, per cui bastava quella per sentire dentro qualcosa muoversi nel cuore, nelle viscere, sentire un groppo alla gola, e magari due lacrime scendere sul viso. Ecco è questa la compassione. Sentire con, avere veramente questa unione con questa persona che ti sta davanti. Compassione…un verbo che descrive… che viene dalle viscere della donna, dall’utero della donna, della madre. Ecco: la compassione, forse, per provare a descriverla meglio, è ciò che ogni madre sente nei confronti del proprio figlio, qualsivoglia possa essere la situazione e il comportamento di un figlio. La compassione è quella che dovremmo avere un po’ di più tra di noi. Compassione fa rima anche con qualcosa che ha a che fare, come dicevo, con le nostre passioni. Io non so… amo ovviamente in questa messa salutare le persone che riesco a salutare prima di incominciare. E’ un modo per guardarsi negli occhi, stringersi una mano, un abbraccio. Ma, veramente! non potrei iniziare la messa se non facessi questo, ormai. Perché è un rito per me, mi serve per sentire, sentirvi. E’ un po’ una commozione. Provate anche voi. Dopo aver provato compassione Gesù toccò, prese la mano di quest’uomo e lo toccò. Qualcuno dice che ogni guarigione comincia quando qualcuno ti tocca con amore. Ecco dovremmo saperlo tutti, dovremmo sentirlo bene tutti questo. Soprattutto magari chi ha più a che fare con il dolore e la malattia. Ogni guarigione inizia quando qualcuno ti tocca con amore. Mi piace allora Gesù che non guarisce con un rito, un dogma, ma semplicemente con una carezza. Ragazzi, una carezza guarisce molto di più di un sacco di medicine. E questa guarigione per quest’uomo è veramente una resurrezione. Quest’uomo, finalmente, potrà sentirsi non più rifiutato. Potrà sentirsi anche lui … potrà abbracciare anche lui persone, finalmente! Potrà stare con la gente e potrà finalmente non gridare più Impuro! Impuro! Gesù ci insegna forse che è indispensabile nella vita toccare le cose con le mani, sporcarsi le mani. Certo è rischioso, puoi infettarti, ma credo che sia l’unico vero modo per conoscere le persone che incontriamo. Toccarsi. Perché è solo se qualcosa veramente l’hai toccata con le mani – “toccare con mano le cose” diciamo, che poi vuol dire che l’hai fatto tu, l’hai sperimentato – alla fine puoi raccontarla. E’ solo questo che nella vita possiamo dire. Solo quello che abbiamo vissuto. Allora che bello questa resurrezione che oggi celebriamo, ogni domenica. Ogni messa è una resurrezione. Non è solo per il lebbroso, potrebbe essere per ognuno di noi. E per qualcuno lo è. La disobbedienza non è ancora finita, il lebbroso che disobbedisce e va vicino a Gesù, Gesù che disobbedisce alla legge e lo tocca, e di nuovo il lebbroso disobbedisce a quello che Gesù gli chiede: “Stattene zitto, vai dai sacerdoti”. No, lui fa il contrario. Questo vangelo è un po’ sovversivo. Ma potete immaginare, una persona che risorge, se ne sta zitta? Non c’è Dio che tenga, secondo me è proprio come provare a nascondere la primavera quando arriva. Impossibile. E veniamo a questo ultimo pensiero. Veniamo un po’ a noi. Possiamo chiederci chi sono i lebbrosi oggi. Beh insomma, non facciamo fatica a elencare una serie di categorie di persone: gli emarginati, i barboni, le prostitute, gli immigrati, insomma la lista è lunga. Forse oggi questo brano di vangelo ci invita ad essere un po’… ad andare un po’ contro a questa legge che vige e a sporcarci un po’ le mani, ad aver uno sguardo un po’ di amore verso le persone. Vi racconto questa ultima storia, vera. Qualche settimana fa arriva una donna, che mi racconta la sua storia, una donna, una storia normale, la sua giovinezza, credo come tanti di noi: la casa, la scuola, l’oratorio, tanto che Dio per lei è veramente la cosa più importante. Studia per diventare insegnante di religione, comincia, e con la giovinezza arriva l’amore. L’amore è però per una persona che ha qualche anno più di lei e ha già visto terminare il suo matrimonio. Per cui è divorziato.  Ma l’amore sapete che è più forte di qualsiasi cosa per cui per questa donna non c’è un amore più forte per questo uomo o per Dio, sono la stessa cosa per lei, e ovviamente si sposano, civilmente. Dal momento in cui si sposa ovviamente subirà tutte le varie separazioni che la nostra legge impone. Noi sappiamo: smette di insegnare religione, dà scandalo, semplicemente non può più confessarsi, non può più ricevere la comunione, non può più fare la madrina per suo nipote, non può più… insomma tutte queste cose. Questa donna ha coraggio e crede nei miracoli. Allora scrive prima una lettera a Giovanni Paolo II, poi scrive anche una lettera a papa Francesco chiedendo, chiedendo semplicemente … che cosa? Di non aver addosso questo cartello: “Impura”. Non ha nessuna pretesa. Però dopo venticinque anni, immaginatevi, di una situazione del genere, che facciamo? 

 

4 febbraio 2018 come 7.2.2021- (anno B) Gb 7,1-4.6-7 Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23 Mc 1,29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Credo non ci sia cosa più importante nella vita che scoprire chi siamo, scoprire la nostra vocazione, la nostra missione, scoprire perché siamo su questa terra e ognuno questo percorso in qualche modo deve farselo un po’ da solo, almeno qualche pezzo, e Gesù oggi in questa pagina di vangelo che ci è stata donata ci racconta qual è la sua missione. Potrebbero essere tre verbi che racchiudono quello che Gesù fa in questa giornata e che poi continuerà a fare per il resto degli anni della sua vita…guarisce, prega e annuncia. Lui ha scoperto finalmente dopo trenta lunghi anni di cammino, perché ha avuto bisogno anche lui trent’anni per capire chi era, che cosa doveva fare, qual era il suo posto sulla terra e qual era la sua missione. Allora da oggi in poi, perché queste sono le prime pagine dell’inizio della vita di Gesù pubblica come la chiamiamo noi, fa semplicemente questo: guarirà, si fermerà a pregare e annuncerà il vangelo, la parola buona per ognuno.

Guarisce…certo che questo primo miracolo di guarigione non è uno di quei miracoli così eclatanti, questa donna suocera di Pietro aveva la febbre, alzi la mano chi quest’inverno non ha avuto un po’ di febbre, capita un po’ a tutti, guarire una donna dalla febbre è proprio un piccolo miracolino possiamo dire. La suocera di Pietro aveva forse le sue buone ragioni per essere infuocata, questa donna non credo abbia preso molto bene l’arrivo di Gesù perché Gesù chiama i primi apostoli e Pietro è uno di questi. Simon Pietro…e se Pietro lascia la sua famiglia, moglie e figli, chi poi baderà a questa famiglia? Per cui questa donna forse possiamo immaginare che non fosse molto contenta di incontrare Gesù perché quest’uomo arrivava e gli portava via la persona più importante della famiglia, porta avanti la vita. E poi di fronte a questo invito di Gesù c’è questo avverbio che nel vangelo di Marco ascolteremo più volte “subito”, come dire ”c’è bisogno di fare le cose di fretta perché è arrivato il tempo”. Pietro e gli altri lasciano le reti e seguono Gesù. Io credo che Gesù, quando entra in quella casa, per il suo modo di sentire le persone, di avere questa cura e attenzione agli altri, comprende questa cosa e allora intuisce che questa donna può avere qualcosa con lui. Gesù potrebbe semplicemente andare oltre ma credo che lui ha a cuore ogni persona che incontra, ha questi occhi capaci di andare sempre in profondità, di scoprire quello che c’è oltre l’apparenza e allora per questo lui compie questi gesti così attenti, così di cura, così capaci di guarire immediatamente questa donna. I gesti sono semplici, l’evangelista ce li racconta in una riga. Per primo Gesù si fa vicino, si avvicina a questa donna proprio perché forse sentiva un po’ di distanza, la prima cosa da fare era avvicinarsi, rompere questo possibile muro che ci poteva essere tra loro. E’ un primo insegnamento anche per noi, anche noi abbiamo forse qualcuno col quale abbiamo dei problemi ad avvicinarci. Gesù questa sera ci dice ‘abbi il coraggio di fare tu il primo passo, prendi l’iniziativa, non lasciare che il tempo faccia diventare questo muro ancora più alto’…lo sappiamo, non c’ bisogno che ce lo dica lui perché siamo esperti purtroppo in muri con le persone. Non basta avvicinarsi “Gesù la prese per mano”…prendere per mano qualcuno. Quando ci si incontra è facile salutarsi tendendosi la mano ma credo che questo prendere per mano sia un po’ diverso. L’altra sera sono andato a trovare una signora dell’età della mia mamma e per mezz’ora non ci siamo lasciati la mano, mi ha ricordato che dopo l’operazione di mamma non potevi far nient’altro che stare lì e tenerle la mano, nulla di più, nulla di meno. Ma questo cambia tutto perché una mano guarisce. 

Papa Francesco ha questa bellissima esclamazione ‘Per cambiare il cuore di una persona infelice bisogna anzitutto abbracciarla’. Ecco mi piacerebbe andare un po’ oltre questo prendere per mano perché noi tutte le volte che siamo a messa in qualche modo allo scambio della pace ci prendiamo per mano…sarebbe bello che ogni tanto osassimo anche darci un abbraccio perché è qualcosa di più, è ancora qualcosa che puoi regalare all’altro. Pablo Neruda dice che 

“A volte un abbraccio,

quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt’uno,

fissa quell’istante magico nell’eterno.

Ma il più delle volte un abbraccio

è staccare un pezzettino di sé

per donarlo all’altro

affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”.

Sì perché un abbraccio rimane, c’è qualche cosa che lega le persone che si abbracciano e infatti Gesù credo che in qualche modo abbracci questa donna perché la sollevò, vuol dire che l’abbracciò per alzarla. Che bello questo susseguirsi di attenzioni di Gesù che prima la incontra, la guarda, le sta vicino, la tocca e poi aiuta questa donna a risorgere perché il verbo che parla di questo sollevarsi è lo stesso verbo che si usa nella resurrezione, Gesù si ‘sollevò’ risorgendo. Questa donna ha bisogno di risorgere non solo nel corpo ma anche nell’anima, ha scoperto finalmente che Gesù non è assolutamente un suo nemico ma anzi questo incontro potrà essere forse quello più prezioso per l’intera vita.

Luigi Pintor, giornalista ateo, dice che “non c’è nell’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro cingendoti il collo possa rialzarsi”.

Mi piace allora questa pedagogia di Gesù, a lui non interessa proprio se le persone che incontra possono avere qualcosa con lui, chi ha ragione o torto. Credo che nel cuore si sia fatto semplicemente questa domanda ’cosa posso fare io perché questa donna stia meglio?’ ed è la domanda che forse sarebbe il caso di farci un po’ più spesso perché nelle relazioni o si vince insieme o si perde entrambi, non c’è mai uno che vince e uno che perde.

Questa piccola guarigione è l’antipasto di guarigioni che poi saranno copiose, infatti la sera stessa aspettando che il giorno di sabato finisca, davanti alla casa di questa donna che ormai ha ripreso tutte le forze e si mette a servire, a fare, a dare vengono tutti a farsi guarire e Gesù si prenderà cura di loro finché ce n’è bisogno e poi finalmente si va a dormire. La mattina presto prima che sorga ancora il sole Gesù ha bisogno, probabilmente aveva dato tanto, quando dai tanto hai bisogno poi di prendere altrettanto, nessuno può pensare di continuare a dare, ogni tanto fermati, il mondo non lo salvi tu. C’è bisogno di fermarsi e di andare sul monte, non va di nuovo nella sinagoga Gesù a pregare, per cui non c’ bisogno di passare sicuramente in chiesa per pregare, si può pregare in qualsiasi posto. Gesù preferisce spesso pregare in solitudine, nel deserto perché nel silenzio quel vuoto si può riempire, si può colmare di incontro con Dio. Quella mattina Gesù non poté pregare molto perché Pietro arrivò ‘tutti ti vogliono, ti cercano’ e Gesù sa dire anche no, c’ bisogno di fare altro ’non sono venuto solo a guarire, solo a pregare, sono venuto soprattutto ad annunciare’ perché questo in fondo è il compito più importante che lui si dà ‘sono venuto perché predichi anche agli altri’, questa è la sua esclamazione finale. Per cui andiamocene altrove, abbiamo il coraggio di osare, di andare oltre, non di fermarci sugli allori…quante persone possono aver bisogno di noi sempre ma non ci si può fermare ai propri tre o quattro amici. Ogni tanto bisogna avere il coraggio di andare un po’ oltre gli steccati che ci costruiamo. Credo che ci sia una missione unica per tutti, che tutti insieme abbiamo e credo sia la missione di volerci bene. Ognuno di noi in questa vita piena, a volte anche stressante, fin troppo abbondante ha bisogno di fermarsi, tu non puoi dare niente all’altro se prima non dai qualcosa a te stesso, amerai gli altri se saprai amare te stesso, è una regola molto semplice ma chiara. Ecco perché è la missione di tutti volersi bene. Questo è l’invito che vi faccio per questi giorni a venire: prendetevi un po’ di tempo perché questa è la prima regola, per nutrirsi di cose buone bisogna prendersi il tempo, poi il tempo sceglierai tu quello che ti serve oggi, quello più prezioso e quando avrai bisogno di ritagliarti un po’ di tempo prezioso con Dio o di stare con il tuo amico, ad ognuno di regalarsi un po’ di tempo, il tempo più prezioso che è quello che ti fa star bene per poter dare questo tuo bene agli altri. 

                                                                                                               Giorgio

 

28 gennaio 2018 come 31.1.2021- (anno B) Dt 18,15-20 Sal 94;  1Cor 7,32-35 Mc 1,21-28

Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. 25E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

 

Uno dei più grandi filosofi della storia Tommaso D’Acquino diceva che “La meraviglia è l’inizio della saggezza”. La meraviglia si impara come tutte le cose della vita. Qualcuno può avercene un po’ di più o di meno all’inizio ma poi ogni cosa va masticata, va curata, devi crescere insieme alle cose. Poi un giorno ti accorgi che le hai acquistate, magari anche a peso d’oro se sono cose così preziose e credo che lo stupore sia una di queste cose. La meraviglia è veramente l’inizio della saggezza perché ti fa guardare il mondo con occhi diversi. Per cui la prima domanda oggi credo sia proprio questa: ma tu sai ancora stupirti? “Il nostro scopo nella vita dovrebbe essere vivere nella meraviglia che hai accanto, svegliarsi la mattina e guardare il mondo in maniera da non far più nulla per scontato, ogni cosa è sempre stupenda, essere spirituali significa lasciarsi meravigliare. La meraviglia ha a che fare con la saggezza, la meraviglia ha a che fare con la spiritualità, insomma stiamo parlando di qualcosa di veramente prezioso, forse una delle cose più preziose della nostra vita. 

Credo che il mondo nel quale viviamo ha i suoi trucchi per attirare il nostro stupore. Il trucco del mondo oggi è abbastanza facile da comprendere e poi credo nessuno possa alzare la mano e dire di essere indenne perché nel mondo in cui viviamo noi gli stimoli sono quotidiani, da tutte le parti ci arrivano stimoli sempre più nuovi me ci fanno credere che la felicità abiti nell’avere qualcosa in più, nel possedere qualcosa di bello, prezioso, il cellulare nuovo che il giorno dopo è già vecchio, sono le leggi di questo nostro mondo. E’ così, il consumismo è proprio questa regola: non ti basterà mai niente, devi sempre inseguire la carota che hai davanti. Pensate se invece di lasciarsi fregare da questi stimoli che ci arrivano imparassimo questa nuova regola, semplicemente a guardare con occhi nuovi la realtà. “L’unico vero viaggio non è andare verso nuovi paesaggi ma avere altri occhi”, è quello che vi auguro, che mi auguro, avere sempre gli occhi miei nuovi, non tutto quello che c’è fuori perché è come guardi tu le cose che cambia, la realtà sarà sempre quella, anzi, la realtà ognuno la vede a modo suo. Qualche volta potremmo dire che la realtà non esiste perché ognuno di noi ha i propri occhi per valutarla, guardarla, ascoltarla e definirla.

Un giorno di primavera un uomo che camminava per i campi alzò gli occhi verso l’alto e fermatosi guardò con trasporto dicendo ”Che bello!” Un altro uomo che gli passava accanto, incuriosito alzò lo sguardo anche lui ma non vide proprio nulla e con una scrollatina di spalle proseguì il suo cammino chiedendosi “Ma che avrà visto quell’uomo lassù?” Quell’uomo lassù aveva visto semplicemente il cielo. Ecco la stessa identica cosa in due occhi diversi, ciò che cambia è lo stupore, l’avete inteso allora quanto è prezioso. Credo che lo stupore possa davvero diventare la cosa più bella che possiamo avere, costruire, possa diventare uno stupore divino, divino quando tu incontri con i tuoi occhi, sai guardare con stupore, con novità e sanno fermarsi, rallentare, gustare.

Non è solo lo stupore degli occhi quello di cui si parlerà oggi nel vangelo ma per le orecchie, per il cuore, per gli insegnamenti di Gesù per cui ci si stupisce con tutti i sensi. Per rendere lo stupore divino secondo me c’è solo questa piccola cosa da fare: quando ti incanti di fronte a qualcosa, di’ grazie, magari aggiungici anche grazie Dio, quello o stupore diventerà divino e si inscriverà nel tuo cuore.

La gente che incontra Gesù si stupisce per le sue parole e i suoi insegnamenti, insegnamenti che hanno un’autorità. Le parole…il nostro modo di relazionarci passa tanto attraverso le parole e sappiamo perfettamente quanto hanno valore le parole, sappiamo subito comprendere se una parola è vera o è vuota, se non è profonda o addirittura è cattiva, ferisce, se una parola è falsa perché si capisce, basta accendere il televisore e comprendi.

Ci sono invece delle parole che sono autorevoli e in modo poetico possiamo dire che sono le parole che colorano di bellezza la nostra vita, che aprono il nostro cuore alla speranza, danno il coraggio di essere veri, autentiche. Sono quelle parole soprattutto che in qualche modo ti ravvivano, arrivano e colpiscono nel segno. Non sono parole uguali per tutti perché per ognuno ci sono parole che ti colpiscono più di altre. Gesù ha autorità perché usa questo tipo di parole, ha la capacità soprattutto di parlare all’uomo, di essere sempre dalla sua parte, a favore, come dire che chi lo incontra comprende che quello che sta dicendo lo sta dicendo a lui, proprio a lui. E allora chi ascolta in qualche modo sente qualcosa dentro. Ci sono parole che se fossimo una chitarra suonerebbero musica, sanno suonare una melodia bellissima le parole di Gesù dentro il nostro cuore e ovviamente fanno guardare verso una sola meta, sempre l’amore. Le sue parole puntano sempre alla vita, la sanno far fiorire. Queste parole autorevoli devono essere vere, autentiche, devono passare per la vita, per la carne, per il sangue. Ecco perché mi sono fermato un po’ confrontandomi su questa parola di oggi. In effetti alzi la mano chi non ha vissuto esperienze in cui ti sei sentito che il male stava procedendo dentro di te, in qualche modo posseduto in qualche occasione più dal male che dal bene.

Che strano che questo indemoniato sia salito alla sinagoga insieme a tutti gli altri e fino a quando Gesù arriva nessuno se ne accorge, è uno come tutti. Questa è la prima cosa che mi ha fatto pensare…in effetti quando stai vivendo momenti in cui il male sta vincendo sul bene la prima cosa che fai è essere un esperto in maschere, perché ognuno di noi è capace di modellare la propria presenza a seconda di quello che gli può servire. Per cui sappiamo tutti nasconderci bene soprattutto quando c’è bisogno, quando probabilmente il male trova spazio. In questa situazione sarebbe bello avere la fortuna di incontrare qualcosa, qualcuno, una parola, una persona, un avvenimento, un fatto, qualcuno che ti dica “basta, taci” come diceva oggi Gesù e poi ti inviti a uscire dalla situazione in cui sei. Ci vuole qualcuno ovviamente che ti ami a tal punto da poterti dire queste cose guardando oltre quello che sei. Per fortuna ci sono le persone che ti sono amiche, che il Signore ti fa incontrare nella vita, gli angeli custodi i quali veramente ti aiutano a uscire da quella situazione e ti dicono” guarda che tu puoi essere veramente qualcos’altro, puoi tornare ad essere te stesso, ad essere una persona con una faccia sola, tu puoi essere veramente molto meglio di questo momento che stai vivendo in cui stai male tu e fai star male gli altri. Ovviamente quando finisci in queste situazioni non c’è nulla di indolore, ogni cambiamento è un po’ come uno strazio. Bisogna passare anche da momenti di sofferenza per venir fuori, per far tornare fuori quello che tu sei realmente provando ad essere un po’ più vero.

E allora beati quelli che hanno amici capaci realmente di guardare oltre il male che stiamo vivendo, quello che tu hai dentro e sanno indicare una strada…e magari ti prendono per mano e questa strada la fanno con te. Che bello allora avere qualcuno che ha gli occhi come Gesù che sa vedere oltre, sa vedere in questo cambiamento che stai vivendo il miracolo che ci sarà dopo. Questi sono gli occhi di Gesù di fronte sempre a tutto e a tutti, soprattutto alle persone che ne hanno più bisogno.

Che bello allora anche per noi questa sera se sapremo un po’ meravigliarci davanti alle parole buone di Gesù per noi, di fronte alle sue braccia sempre spalancate, di fronte anche a queste parole dure che ogni tanto ha bisogno di dirci “basta, puoi essere veramente molto meglio di quello che sei”. Mi piace Gesù che non fa molti discorsi sul male, semplicemente si fa vicino e l’unico suo scopo è sempre questo: liberarti dal male per farti vivere nel bene e nella possibilità di spiccare il volo. Mi piace pensare che Dio non imprigiona, se vi sentite oppressi da Dio vuol dire che non è Dio. Dio è colui che libera, non può costringere niente e nessuno perché Dio è venuto per demolire tutte le prigioni di male, per bruciare quello che non ha a che fare con l’amore. E allora l’auguri per voi questa sera che nello stupore, nella vita nuova sappiate avere il coraggio della libertà, il coraggio della verità. Che questo sia l’augurio più bello sapendo che Gesù è qui solo per questo, per liberarci.

 

14 gennaio 2018 come 17.1.2021- (anno B) 1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13c-15a.17-20;  Gv 1,35-42 

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.
Mi piace sempre pensare Giovanni Battista nel suo luogo preferito, il deserto perché il deserto potrà essere spoglio, senza nulla, vuoto ma è infinito e allarga lo sguardo, parla di libertà e credo che Dio senza queste cose non lo si possa trovare, senza uno sguardo aperto e libertà nel cuore. 

Giovanni fissa lo sguardo su Gesù. Nella vita le cose per vederle bene bisogna fissarle, si vedono bene solo le cose che si fissano, nella vita solo ciò a cui tieni e ciò a cui fai particolare attenzione ti parla. Credo che uno dei peccati più grossi di questa nostra epoca sia proprio la disattenzione proprio perché quando si è troppo di corsa, quando ci sono troppe cose che abitano gli occhi, la mente il troppo è troppo, c’è bisogno di sfoltire e arrivare un po’ all’essenziale. Ed è bello questo fissare gli occhi di Giovanni su Gesù e poi alla fine del vangelo c’è Gesù che fissa gli occhi su Pietro. E’ proprio l’intensità degli sguardi, è da lì che nasce tutto.
Dopo lo sguardo, la parola “Ecco l’agnello di Dio” le parole di Giovanni per descrivere Gesù. Sono bastate queste tre parole perché due uomini si mettessero in cammino lasciando il vecchi maestro per andare in cerca di uno nuovo.
Dio che è docile, Dio che è mite, Dio che è mansueto, nulla a che vedere con il Dio forte al quale ci rivolgiamo per risolvere i problemi. Abbiamo di fronte un altro Dio oggi, abbiamo di fronte un Dio che si fa agnello del sacrificio, forse l’ultimo ucciso perché nessuno più venga ucciso.

Noi lo sappiamo che un po’ in tutte le religioni c’è il sacrificio da offrire perché Dio ti venga incontro, ascolti i tuoi favori. Ecco sembrerebbe oggi finire questo baratto con Dio, perché addirittura Dio non ti chiederà più nulla in sacrificio perché si fa lui agnello, sacrifica se stesso, non chiederà a nessun altro di spezzarsi per lui perché lo fa lui per noi, ogni volta, nell’eucarestia dove diciamo ”colui che toglie i peccati del mondo “ non perché magari togliesse un giorno tutta la cattiveria, lui toglie il seme del peccato che c’è dentro ognuno di noi. Il peccato è la mancanza di amore. Ecco cosa significa togliere il nostro peccato: semplicemente mettersi accanto a lui, farsi nostro amico e camminare con lui.
Le prime parole di Gesù nel vangelo “Che cosa cercate?”. Una domanda, la domanda più importante di tutta la vita, sempre, tutti i giorni, questa E’ la domanda più importante e non ce ne sono altre. Che cosa stai cercando in questa vita? Sono le stesse parole che quando Gesù risorge rivolgerà ala donna “Donna, che cerchi?”. Veramente questa una domanda fondamentale perché l’uomo che cosa è se non un essere in ricerca costantemente, uno che in qualche modo ha un punto di domanda piantato in fondo al cuore perché sono le domande che ci aprono il cuore per cui quando ci arrivano le domande nella vita, non abbiamo fretta a trovare le risposte, prendiamoci il tempo per abitarle un po’, proviamo addirittura ad amare più le domande delle risposte, chissà, partoriranno qualcosa di veramente nuovo. Mi piace che Gesù ci inviti più alla fede con le domande, ce ne sono tantissime che Gesù farà nel vangelo perché le domande aprono e invece Gesù non è l’uomo delle risposte perché sa che le risposte, le intuizioni chiudono. Mi piacerebbe prima o poi che il catechismo fosse fatto solo di domande non come una volta che c’era sempre la domandina e la risposta, no, solo domande. E allora quello che Gesù sembra chiedere oggi a questi due arrivati per la prima volta accanto a lui non è un’adesione fedele, un’obbedienza, qualche regola, subito formule di preghiera da donare loro, ciò che domanda Gesù a questi due uomini è semplicemente che loro due prendano la strada giusta che è quella verso sé stessi, un viaggio alla ricerca di chi sei, provare a cercare dentro di te per cercare di capire qual è il tuo desiderio più grande, che cosa vai cercando in questa vita, in qualche modo che cosa ti manca. Ognuno deve dare la propria risposta, oggi magari ti sta mancando un po’ di salute, un po’ di amore, gioia, serenità, un po’ il senso della vita o il tempo di vivere ognuna di queste cose. E’ per questo vuoto da colmare che ognuno di noi si mette in cammino verso casa perché veramente è molto più l’assenza l’energia forte che ci fa camminare molto più di quello che abbiamo che ci fa semplicemente accomodare. E allora qual è il tuo desiderio più grande sembra chiederti oggi Gesù, cosa desideri di più in questa vita, cos’è che ti rende felice? Una piccola storia tratta da Martin Buber
“I ricchi del paese le cui case erano ai confini del paese del paese stesso, usavano ingaggiare gente che vegliasse di notte sui loro beni. Una sera tardi che Rabbi Naftali passeggiava al margine del bosco, incontrò uno di questi guardiani che andava su e giù. «Per chi cammini questa notte?» gli chiese. Quello rispose, ma domandò a sua volta: «E voi per chi camminate?» Le parole colpirono lo Naftali e non poté che rispondere «Sai, non so bene dire al momento per chi sto camminando Poco dopo Naftali chiese «Vuoi diventare mio servitore?» «Volentieri», rispose quello, «ma quale sarà il mio compito?» «Di continuare a domandarmi per chi cammino”, perché veramente questa è la domanda fondamentale, chi cerchi, per chi cammini, cosa ti muove?
Credo che la vita, e ognuno di noi ne ha fatto esperienza, non avanza per ordini, divieti, colpi di volontà. Avanza per una passione, per un’attrazione a qualcosa di bello, di buono. Io credo di seguire Gesù perché Gesù mi piace, mi appassiona, le sue parole sono sempre uniche. Non mi sono sicuramente innamorato di Dio perché ci sono i dieci comandamenti o perché Dio è perfetto e onnipotente, per queste posso sempre ubbidire, ma è diverso servire da amare.
Noi purtroppo abbiamo spesso Dio uno che spesso ama rovistare nella nostra vita, nel nostro passato, un Dio così non puoi che venerare e adorare. Ma chi non ha bisogno di un Dio da amare?
Pascal un giorno scrisse  ”Sono stanco di dire Dio, io voglio sentirlo”, ecco perché ognuno di noi credo cerchi un Dio che ama, da amare e che ci ama, un Dio che in qualche modo mi porta alla gioia, mi apre alla vita, mi dà ali per volare,  questo il Dio che cerco.
Tonino Bello diceva  ”Se dentro vi canta un grande amore per Gesù e vi date da fare per vivere il vangelo, la gente si chiederà-Ma cosa si cela negli occhi pieni di stupore di costoro?”
E’ questo l’augurio per questa sera, che Dio possa essere veramente qualcuno da amare, qualcuno per cui appassionarsi, per cui sia veramente dolce mettersi al suo passo, al suo cammino e allora forse come diceva Tonino Bello “non ci sarà bisogno di annunciare niente a nessuno, basteranno i tuoi occhi”
L’ultima sottolineatura…”erano circa le quattro del pomeriggio”, questo vangelo è stato scritto tantissimi anni dopo che  avvenuto questo incontro, ma questi due si ricordavano ancora l’orario. Se vi chiedessi di quali cose ricordate ancora l’orario nella vostra vita? Quelle più preziose, quelle che hanno a che fare con l’amore, con i figli. Ecco allora, è questo che ci fa andare avanti a conoscere, a credere in Dio: quanto più ci appassioneremo a lui. Saranno queste le cose importanti, i momenti in cui ci ricordiamo “in quel momento ho sentito Dio”. Concludo con alcune parole del mio amico Gigi…
Dio è un bacio sugli occhi affinché penetrino l’orizzonte,  sui piedi che ravvivino le mie radici, sulla fronte che scuota i miei pensieri dal profondo. Dio è un bacio che toglie il peso dalla malinconia e dalla paura, che conosce di me quello che io non so, che brucia tutto quello che non è miracolo. Dio è un bacio di luce sulle mie lacrime, fuoco sui miei sorrisi, miele sulle mie amarezze, fiato alla mia voglia di libertà.

7 gennaio 2018 – Battesimo di Gesù (anno B) Is 55, 1-11; da Is. 12; 1Gv 5, 1-9  Mc 1, 7-11.

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Eravamo lì ancora anche noi ieri, come oggi, chini sul presepe, sul bambinello, insieme ai Magi a guardare la meraviglia che solo una vita nuova sa darti. E oggi il vangelo ci fa fare questo salto. Se ieri eravamo lì a toccare la terra insieme ai pastori e ai magi, a guardare nel cielo le stelle e gli angeli, oggi siamo in riva ad un fiume, in riva al Giordano. C’è Giovanni Battista che battezza con acqua e Gesù che battezzerà con l’amore. Che bello questo salto che la liturgia ci porta a fare ogni tanto. Come a dire che ogni tanto nella vita bisogna fare dei salti. Bisogna proprio aver il coraggio di lasciare quello che è stato. In effetti, se il Natale è la nascita, il Battesimo è in qualche modo una rinascita. E quante rinascite anche noi abbiamo già vissuto nella nostra vita. Davvero tante, perché ogni volta che abbiamo provato a ricominciare, ogni volta che abbiamo avuto il coraggio di lasciare morire quello che non ci serviva, e abbiamo voltato pagina, in qualche modo abbiamo rivissuto il nostro battesimo. Ecco forse allora oggi è prezioso regalarci ancora qualche istante per lasciare andare quello che non ci serve. Lasciare andare forse quel risentimento verso una persona, che magari addirittura è diventato odio, lasciare andare quel senso di ripicca verso qualcuno…lasciamole andare queste cose. Non ci serve portarle dietro. E’ bello pensare al battesimo come all’inizio di tutto. In qualche modo Giovanni ci riporta alla nascita dell’universo. A quel primo giorno in cui c’era uno spirito che aleggiava sulle acque e tutto veniva creato. E la prima cosa era la separazione tra le acque e tutto il resto.  Noi sappiamo di essere fatti quasi per tre quarti di acqua. Anche la nostra terra è fatta quasi per tre quarti di acqua, come noi. E che bello pensare che siamo tutti nati nell’acqua, anche Dio! Ha abitato i suoi primi nove mesi di vita su questa terra nel grembo di una donna, nella placenta, piena d’acqua. Ecco allora che il battesimo acquista un sapore diverso. Questo immergersi nell’acqua non è solo un bagnetto come si fa in estate, ma è veramente qualcosa di molto più prezioso, perché è immergersi in qualcosa di nuovo. In un nuovo inizio. Ognuno di noi ne ha bisogno di cominciare qualcosa di nuovo. Per Gesù il battesimo è uno spartiacque, dalla sua vita nascosta, semplice, quotidiana, a questa vita pubblica, in cui avrà un solo obiettivo, una sola vocazione: portare la Parola di Dio, quella buona, ad ogni uomo, fino ad oggi. E allora sarebbe bello pensare anche per noi oggi: dove dobbiamo immergerci? C’è qualcosa che sta aspettando che noi abbiamo il coraggio di fare? Un gesto? Una nuova avventura di vita? Il coraggio di andare fino in fondo…immergersi finalmente nel mare di Dio. Gesù si mette in fila come tutti gli altri per ricevere il battesimo di Giovanni. Io non lo so, Gesù non è nato “imparato”, anche lui scopre la vita giorno per giorno, non ha già tutto disegnato, come non è disegnata la nostra vita. Anche per Gesù credo sia veramente importante e prezioso per noi questo gesto, da sentircelo così vicino: anche lui si mette in fila come ci mettiamo anche noi in fila nella vita tante volte. Ovviamente lui non ha bisogno di nessun perdono dei peccati, ma a lui piace stare con noi. Piace starci vicini, camminare accanto. Io credo che Gesù ami molto di più sentirsi chiamare figlio dell’uomo che figlio di Dio. E in effetti se andate a cercare tutte le volte che gli viene chiesto Chi sei? La sua risposta è solo una: io sono il figlio dell’uomo. E allora è bello sapere che in fondo anche ognuno di noi è figlio dell’uomo, come figlio di Dio. Sarebbe bello veramente ogni tanto cullarci in queste parole che oggi dice a Gesù, ma che dice a ciascuno di noi: tu sei il mio figlio, l’amato, colui del quale io mi sono innamorato. Credo che ognuno di noi nel battesimo ha ricevuto questo dono grandissimo, come fosse scritto ormai nel nostro DNA di essergli figli, di avere questa parte di Dio dentro di noi. Allora forse cambia veramente tutto. Noi che pensiamo ogni tanto che siamo noi a dover raggiungere Dio…Dio invece ama raggiungerci, ama farsi compagno della nostra vita, delle nostre avventure. E mi sono chiesto: Tu vieni da me? Si sarà chiesta Maria guardando il suo ventre che giorno dopo giorno cresceva, prima lievemente poi sempre di più. Tu vieni da me? Si sarà chiesto il giovane Giuseppe nella notte tormentata in cui Dio gli ha chiesto di prendersi cura di una sposa e di un figlio non suoi. Tu vieni da me? Si saranno chiesti i pastori, quei poveri maledetti svegliandosi di soprassalto storditi dalla luce di mille angeli. Tu vieni da me? Si saranno chiesti i curiosi magi di oriente uscendo dal palazzo del folle Erode e seguendo la stella fino a Betlemme. Tu vieni da me? Anch’io molte volte me lo sono chiesto, in questa mia vita, ricca certamente di tanta luce, ma anche di ombre. E allora è bello pensare che Dio non si stanca mai di cercarmi, ma a noi tocca aprire il cuore. A noi tocca lasciarlo entrare. E Dio quando arriva squarcia i cieli. Questa immagine è la stessa immagine del Natale, quando squarciò i cieli e fece scendere i suoi angeli per annunciare la nascita di Gesù e la pace per il mondo intero. Anche quel giorno squarcia i cieli, proprio qualcosa di grande, qualcosa che poi rimane, perché quando qualcosa è squarciata auguri a rimetterla insieme! E mi pace pensare che ormai il cielo non si può più richiudere perché Dio ha scelto di abitare con noi. Anche questo cuore di Dio ci rimarrà sempre accanto. E allora sentendo questa sua presenza sarà bello anche nei momenti difficili, quelli in cui il buio magari vincerà sulla luce, ascoltare questa voce di Dio che ci sussurra Tu sei mio figlio, tu sei colui che io amo, tu sei la mia gioia…insomma tutte le parole che si dicono gli innamorati. Queste sono le parole che Dio ha per noi stasera. E per sempre. E’ bello pensare allora che questo Dio è qui. E’ qui per me, è qui per te. E’ una parola che sussurra al tuo cuore. Ce lo dice addirittura a tre voci, come in tanti canti: ce lo dice con la voce di un padre. Un padre che si compiace. Gli piace essere con te, stare con te. Davvero a Dio padre piace stare con te. E’ la cosa più importante e più bella che lui possa fare. Starti accanto in questa vita. Ed è la più bella cosa per lui avere un figlio e una figlia come siamo noi. E allora ci parla di amore anche come un figlio. Come colui che ha scelto di essere figlio, di provare questa esperienza, di provare a prendere casa nella carne di una donna. E sentire cosa significa veramente essere figli. E poi ce lo dice anche come uno spirito, con questa voce diversa. Lo spirito è quel compagno fedele che non ti abbandona mai. E allora volevo concludere con queste parole. Noi forse pensavamo a un Dio in cielo, e invece eccolo lì, a Betlemme. Noi forse ci aspettavamo un Dio spirituale, e invece è un uomo come te. Noi ci aspettavamo un Dio a cui chiedere. Ed ecco invece un bambino che ti chiede.  Ci aspettavamo forse un Dio accolto trionfalmente dalle autorità, e invece chi lo riconosce sono gli abitanti della periferia della vita. Ci aspettavamo forse un Dio forte, un Dio potente, ed invece è un bambino che chiede l’ansia della ricerca per trovarlo, come sanno fare i Magi. E allora forse la sorpresa più grande: mi aspetto un Dio a cui dimostrare di essere buono e invece Dio, prima di quello che posso fare io, mi ama perché lui sa solo amare.

1 gennaio 2017 Nm 6, 22-27; Sal.66; Gal 4, 4-7 Lc 2, 16-21.
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

E’ bellissima la prima parola regalataci quest’anno, un benedizione ricolma di luce con cui prende avvio questo anno che inizia. Cosa può esserci di meglio di una benedizione piena di luce. Sì è quasi come un’imposizione che Dio fa: tu Mosè, tu Aronne, dovete benedire continuamente i vostri figli. Continuamente vuol dire che una benedizione non si dà solo quando si merita. La benedizione è un po’ come la gratitudine, bisogna imparare ad usarla un po’ più spesso. Non si può dire grazie solo quando ci viene donato qualcosa. Bisogna veramente incominciare un nuovo corso, incominciare a dire grazie per mettere nel mondo questa gratitudine. Poi forse sarà più semplice più facile, che qualcosa ti arrivi, ti ritorni, se tu lo metti in circolo. Che bello questo Dio che allora non impone divieti o dogmi, ma oggi solo ci benedice. La benedizione cos’è se non un’energia che ti arriva fino nel profondo del cuore una forza che ti rende fecondo di vita, abbondante. Sì, una benedizione che ci avvolge, che scende dentro di noi, fino ad arrivare al punto più intimo, proprio quel luogo dove noi siamo puri. C’è un luogo dentro di noi dove nessuno mai potrà…potrà sporcarmi. Come se fosse questa scintilla divina che ognuno di noi ha dentro di sé. E Dio lì continua ad abitare sempre, anche e nonostante quello che noi siamo. Benedire cosa vuol dire? Semplicemente “dire bene”. Amo sempre questo episodio tratto da Tonino Bello: “La benedizione di Dio si ottiene benedicendo, dicendo bene. Io sono convinto che se quando voi sarete scesi dalla macchina perché avete accompagnato uno all’ospedale, che non aveva possibilità, e la mamma di quel tale vi dice: Dio vi benedica, quella benedizione vale molto di più di tutte quelle che potete ricevere dal parroco o dal vescovo o dal papa. Quella benedizione vale più di ogni altra cosa.” Come si fa a benedire? Ce lo spiega proprio questa prima lettura: “Il Signore faccia risplendere per te il Suo volto.” Ecco cosa è la benedizione. E’ una luce che in qualche modo deve riflettersi nel tuo volto. Sembrerebbe poca cosa. Eppure è essenziale, perché il nostro volto, i nostri occhi sono la finestra sul nostro cuore, su quello che ci abita. E allora brilli oggi il volto di Dio in te. Scopri in questo anno che sta per iniziare questo Dio pieno di luce, luminoso. Un Dio oserei dire solare. Tanto quanto il sole che c’era oggi, che era pazzescamente luminoso, in questi giorni, stiamo vivendo forse… quasi non ce ne accorgiamo più di quanto sono belle queste giornate. La presenza di Dio è questa luce sul volto. Per cui non chiediamo benedizioni diverse. Sì, ovvio che, nessuno si può nascondere che viviamo dentro tempi difficili, ci mancherebbe, di crisi. Ogni giorno ce ne è una. Ma credo che in questo primo giorno dell’anno bisogna chiedere l’essenziale, non le solite cose, la fortuna, la salute, quella roba lì insomma. Ma chiediamo semplicemente un po’ di luce. Oggi ci possa bastare un po’ più di luce. Perché poi vedi le persone che hanno un po’ più di luce negli occhi: sono le persone che non hanno bisogno di altro. E non sono sicuramente le persone arrivate, le più ricche, no. Sono quelle che abitano una ricchezza interiore. E conclude, questo Dio che parla a Mosè e ad Aronne: il Signore ti faccia grazia. Io non so quest’anno cosa ci riserverà, non so. Staremo tutti a vedere. Staremo tutti in attesa. Ma l’unica cosa certa che questa sera il Signore ci dice è questa: il Signore ti fa grazia. Che vuol dire che il Signore si rivolgerà verso di me, verso di te, si prenderà cura di me e di te. Mi farà grazia di tuti gli sbagli. Sì perché fare grazia vuol dire anche proprio perdonare. Camminerà con me, soprattutto quando è più difficile, nella prova. E sono sicuro che questo fare grazia è sentire la presenza del respiro di Dio accanto a me. A lui non sfuggirà niente. Non fuggirà il nostro sorriso e neanche le nostre lacrime. Qualunque cosa mi succederà quest’anno Dio sarà qui, chino su di me e mi farà grazia ogni giorno. Il Vangelo invece ci fa tornare a Natale. Oggi sono otto giorni per cui questa settimana abbiamo provato a vivere il Natale. E oggi in qualche modo continuiamo a ricordare l’avvenimento che ci invita a rinascere, ci invita a rinascere. Io non so se siamo riusciti un po’ a rinascere in questi giorni, il Natale serve solo a questo. Non può essere solo ricordare una bella storia di duemila anni fa. Sappiamo perfettamente quello che è successo. Ma ricordare a cosa può servire se poi questa cosa non ci tocca il cuore. Allora la nascita di Dio ci ricorda che dobbiamo continuamente rinascere anche noi alla vita. Non nasciamo mai abbastanza. E Maria che cosa centra allora? Oggi ci viene a insegnare come si fa a rinascere. Uno dei modi per rinascere è questo: custodire nel tuo cuore quello che accade. Custodire, meditando nel tuo cuore. E’ come se Maria riesce a tenere un filo d’oro che tiene insieme tutto quello che le accade. E quello che accade lo sappiamo perfettamente anche noi, nella nostra vita accade di tutto. Ci sono degli opposti che tante volte facciamo così fatica a credere che sono dentro di noi. In effetti Maria sta vivendo sulla sua pelle questi opposti, perché il tutto accade in una grotta, in una stalla, ma insieme a questa grotta e a questa stalla ci sono poi vicini invece una moltitudine di angeli. E’ una piccola mangiatoia, dispersa e dimenticata da tutti, ma viene annunciato un regno che non avrà mai fine. Quanti opposti, bisogna provare a tenere dentro nella vita. La vita comunque è questa. Non ce ne sono altre, è quella che stiamo vivendo giorno per giorno. E allora a cosa serve tenere, serbare, serbare ognuna di queste cose che ci accade? Serve semplicemente forse solo a questo: ci saranno giorni quest’anno in cui tutto non sarà così chiaro, tutto qualche volta diventerà buio, sarà come camminare senza riuscire a comprendere nulla di quello che ci sta accadendo. Capiterà! Perché negli opposti della vita tutto ci sta. Ecco cosa serve serbare invece le cose più preziose dentro: serve a fare un tesoro. Più questo tesoro che hai dentro è ricco, e più potrai usarlo quando ti servirà. E allora che ognuno di noi possa non lasciarsi fregare dalle delusioni, dal buio, dalla tristezza, ma ognuno di noi sappia sempre scorgere questa luce, questa benedizione di Dio per tutta la vita. E benedizione ha a che fare come dicevo prima con gratitudine. Come a dire grazie. Proviamo veramente a spargere questi grazie nel mondo. Quanto ce n’è bisogno di grazie! Un piccolo ricordo sul grazie. Un po’ di anni fa ormai sono una ventina di anni fa, c’era il mio superiore, ero nel convento di Crema, di questi giorni, Natale, Pasqua, i momenti in cui proprio veramente i frati ogni tanto lavorano! Soprattutto in questi giorni…noi lavoriamo di più quando voi…figuratevi quanto lavoriamo in confronto a voi. Però in questi giorni almeno si arriva sempre anche un po’ stanchi, un po’ … e allora, la cosa più bella di questo mio superiore è che si arrivava al pranzo di Natale per dire che finalmente un po’di cose erano accadute. E lui semplicemente diceva: GRAZIE. Non sembrerebbe così difficile dire grazie. Ma tante volte è come se rimanesse lì questo grazie. Semplicemente proviamo a dirlo un po’ di più. Io sono sicuro che qualche grazie di più sulla faccia della terra può cambiare la storia dell’universo.Grazie.

Natale Anno B – 25 dicembre 2017 Is 52,7-10  Sal 97;  Eb 1,1-6 Gv 1,1-5.9-14

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Il prologo del vangelo di Giovanni è teologico naturalmente. Vorrei riportarvi un po’ invece a quello che è la carne e la storia di questo Natale, facendovi questo piccolo regalo se riesco.Ho provato a mettermi nei panni di Maria e a rivivere quell’ultimo giorno prima di partorire. Allora se volete, per riuscire ad immaginare un po’ meglio, potete chiudere gli occhi. I bambini invece non ne hanno bisogno, loro sognano anche ad occhi aperti! Così per me Maria poteva aver sentito… ‘Siamo partiti da Nazareth eravamo in tanti, in tanti, carichi di un viaggio da compiere, non voluto, non sognato. Giuseppe ed io ci separiamo presto dalla carovana. L’abbondanza del ventre mi costringe a fermarmi troppo spesso, ed è scritto che, giunti a Betlemme, ‘la casa del pane’, non ci sia una briciola di posto per noi in alcuna casa. Il tramonto ci regala l’ultima carezza del giorno e il freddo si fa subito pungente. Il mio Giuseppe ha occhi buoni e scova una piccola grotta, naturale. I miei occhi, entrando, la sognano scolpita dal vento, e ciò mi basta per aprirmi al sorriso. In quel ricovero per animali il nostro ciuchino trova compagnia e noi un po’ di tepore: due capre ed una mucca sono un ben di Dio per ogni famiglia, la provvidenza non manca mai di farsi amica di chi ha bisogno. Certo non era questo il posto dove sognavo di dare alla luce Gesù, ma tutto sembra scritto, come a voler compiere un disegno, come se l’ultima pennellata sia sempre e solo nelle mani di un artista divino. Lo sento, è giunto il momento. Vibro, ogni lembo della pelle freme, mi bagno tutta, inondo il mondo, le cateratte si squarciano, la diga non tiene più: un terremoto della carne, è il travaglio. Respiro, o almeno ci provo. Ogni tanto il corpo trasale come se piccoli pugnali si conficcassero nei fianchi. Giuseppe mi offre le sue braccia e conficco le mie unghie nelle sua carne. Una contrazione, due, tre e nello spasimo un urlo, uno squarcio. Gesù nasce così, come ogni pargolo di uomo e di donna. Solo così poteva nascere, come ognuno di noi, tra lacrime e sangue, dolore e gioia che si mescolano, confondendosi. Ecco giunto finalmente il momento della verità. L’annuncio di Gabriele sarà vero? Sarà un maschio? Davvero ho custodito e coltivato il cuore di Dio per nove mesi? Ed ora sarò capace di portare avanti questa piccola vita? Questa notte ho imparato che se Dio ha scelto di farsi così piccolo da stare nelle mani di un uomo, chi vorrà incontrarlo dovrà prendersi cura della vita, della più piccola vita che nasce, che vive, di quella accanto a te. Un solo ricordo porterò nell’intimo dell’intimo, la pelle morbida di Gesù sulla mia, un abbraccio divino, l’abbraccio più bello.’ Spero di avervi portato un po’ lì in quella grotta, a gustarci anche noi quello che quel giorno è accaduto, quella notte ha partorito. Mi piacerebbe che anche noi fossimo gente in cammino, uomini e donne sempre alla ricerca, mai fermi perché bisogna essere come i pastori per arrivare alla grotta. La gente che sta ferma non incontrerà mai Dio e allora bisogna muoversi, bisogna ascoltare questa voce che parla solo d’amore. E’ che questo camminare implica un cambiamento per noi stessi, per il mondo intero ma a piccoli passi. Sì, credo sia questo il cambiamento più vero, quello di tutti i giorni. E allora proviamo a portare con noi sempre un po’ più di pace, di amore, di tenerezza… E che belle quelle parole degli angeli che quando arrivano dai pastori cantano in coro ‘Non temete, vi annuncio una grande gioia’…ancora questo non temete, il ritornello di tutto l’avvento. Se non l’abbiamo ancora capito, ormai è tardi, di Dio non si può aver paura, come si può aver paura di un bambino? Allora pensiamo davvero che Dio sia come un bacio caduto su questa terra per te, un pargoletto che in questo momento prova a guardarti con i suoi occhioni e lui è stupito quanto te di essere qua. ‘Non temete, vi annuncio una grande gioia’…davvero una gioia grande perché è la gioia che ha il profumo di Dio, ha il suo sapore. E’ qualcosa di strano che sta succedendo, c’è un‘inversione quasi perché quello che era grande, l’Onnipotente, si fa piccolo, quello che era sempre nel cielo ora diventa di terra, quello che prima stava nella grande città ora sta in una piccola grotta. Insomma, c’è da invertire qualcosa forse nella nostra vita e Dio è qualcosa di molto piccolo. E sarà di tutto il popolo, urlano pure gli angeli! Che bello sapere che Dio è di tutti, che nessuno di noi può trattenerlo o pensare di averlo in tasca e di conoscerlo più di quello che pensa. Forse Dio se ha delle preferenze è proprio per i piccoli, per i lontani, per quelli che si credono un po’ sbagliati. Sì, proprio per loro Dio si fa più vicino, si fa incontro. E cosa è l’annuncio? E’ l’annuncio della nascita di un Salvatore che è tre chili di carne. La nostra felicità sta in questa poca carne e poche ossa che sanno compiere miracoli, perché possono guarire il nostro cuore, guarirci dalle ferite, che possono salvarci dalla paura, dalla tristezza, dalla mancanza d’amore, dai colpi che la vita ogni tanto ci dà e possono essere duri. E l’annuncio finale ‘Che ci sia pace in terra’…io voglio crederci che su questa terra prima o poi ci sia veramente pace e l’unico modo per crederci è provare ogni giorno, ogni santo giorno a vivere un po’ di pace dentro di me, nel mio cuore, è lì l’unico posto dove posso far crescere questa pace. E se cresce in me, la pace crescerà anche nel mondo. Non ci sarà bisogno di manifestare o di fare chissà che perché sono i piccoli semi quelli che portano i germogli. Una pace per gli uomini che Dio ama…Dio ama tutti indistintamente, teneramente, ci ama uno ad uno, sia che siamo buoni o cattivi, siamo amati per sempre, per sempre amati da Dio. ‘Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato su una mangiatoia’…un po’ diverso questo Dio da come lo so immaginare, un po’ di carne palpitante tra le mani di questa piccola donna che non ha neanche trovato una casa. Dio in fondo è come un padre che vuole salvarci ma ci salva facendosi figlio e ci chiede di accoglierlo semplicemente nelle nostre braccia, nutrirlo, portarlo avanti nella vita. Da ora in poi nessuno può dire qui c’è l’uomo e qui c’è Dio perché Dio si fa tuo, qui ormai Dio e l’uomo si sono abbracciati e questa cosa è per sempre. E allora Natale è Dio che ha bisogno di te. Forse questa è la cosa più difficile da pensare, immaginare, accettare perché ognuno di noi vorrebbe un Dio che tirasse fuori dai guai, che facesse lui la parte di che deve salvare e invece oggi si fa tanto piccolo, si mette nelle tue braccia e ti chiede di farlo crescere nel mondo. Il Natale allora è Dio che si è fatto veramente come noi perché ognuno di noi si faccia come Dio. Questa nascita vuole e impone la mia nuova nascita. Il Natale è l’occasione propizia per cominciare qualcosa di nuovo nella nostra vita: che veramente ognuno di noi abbia il coraggio di cominciare qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa di più bello, sicuramente di più vero perché come diceva Silesius ’Se Dio non nasce nel mio cuore, per me allora non è nato neanche a Betlemme.’

                                                                                                                                    

4° Domenica d’Avvento Anno B – 24 dicembre 2017 2Sam 7,1-5.8-12.14.16;Sal 88; Rm 16,25-27;Lc 1,26-38

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. 34Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. 35Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio”. 38Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei.

La Parola ci fa tornare all’origine, a quell’incontro celeste di Maria in cui cielo e terra si toccano.Ho provato ad esser lì, ad essere Maria, a parlare le sue parole…Son tornate le rondini! E’ primavera, e tutto sembra avere le ali!Amo la primavera, amo la terra che spinge fino a sbocciare, fino a colorarsi. Sono io la primavera quest’anno. Il mio cuore sta sbocciando.Il mio Giuseppe aspetta come me, giorno dopo giorno, ora dopo ora, che il tempo dell’attesa finisca e si faccia estate, tempo di frutti e di matrimonio. Manca così poco che il sogno si compia, l’amore si faccia, divenga vita.
Forse è solo perché mi sento così piena d’amore che Dio mi ha guardata, forse è solo perché sono già così colma che può osare chiedere l’impossibile.Le parole del messaggero divino arrivano lì, nello stesso territorio in me dove osano spingersi quelle di Giuseppe, procurando le stesse emozioni. E’ amore, ormai lo so riconoscere, amore puro. Così ti ho sentita, non con le orecchie, ma con la carne, tutta, come un brivido, Gabriele.
“Ciao Maria, graziosissima”. Parole note, quotidiane, che sbocciano dalle labbra del mio amato Giuseppe ogni volta che i nostri occhi si illuminano nell’incontro, ogni volta che i cuori si avvicinano, parole che ogni volta percorrono tutti i sensi, per depositarsi come una piuma sul cuore. Il mio Giuseppe è in anticipo oggi, che sorpresa è mai questa.“Tu sei la benedetta, e benedetto è il frutto del tuo grembo”. E’ quel verbo al presente che mi ridesta di soprassalto, che mi intimorisce. Con Giuseppe abbiamo sognato tante volte, abbiamo già colorato gli occhi dei nostri bimbi, abbiamo fantasticato sul colore dei capelli, sulla forma delle manine. Ma sempre al futuro.E allora chiedo: “Chi sei?”. “Non temere piccola, io sono Gabriele, la parola di Dio per te. Se vuoi, il tuo grembo già da ora potrà portare in se la vita, potrà custodire e coltivare la vita insieme a Dio”. “Attendo quel giorno da quando Giuseppe mi ha scelta. Ho un unico desiderio, da quel giorno: dare al mondo la vita, dare a Giuseppe una discendenza. Ma so attendere, so che non è ancora l’ora”. “Ecco il dono: se vuoi, ora, puoi” “Davvero! Se non ora quando? Ma dammi un segno, ti prego” “Elisabetta, anche lei ha detto si, ed ora ti attende. Vai, vola da lei!” “Eccomi! Si, voglio divenire la tua casa, voglio donarti il mio grembo perché la misericordia di Dio inondi il mondo”

3° Domenica d’Avvento Anno B – 17 dicembre 2017 Is 63,16-17.19; 64,2-; Sal 79; 1Cor 1,3-9; Gv 1, 6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio:il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce,ma doveva dare testimonianza alla luce.Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

E’ la domenica del Gaudete, la domenica della gioia. Infatti come avete ascoltato le prime letture, il salmo, sono ricolme di questa gioia. Esultare, essere lieti, gioire… Ho provato a pensare quando può essere stata inventata la gioia. E credo che la prima gioia che possiamo scorgere nella Bibbia sia proprio l’inizio. Vi ricordate quando Dio a un certo punto decide di creare la terra, raccontando nella Bibbia questo mito. Ogni giorno di quella settimana, il buon Dio, probabilmente dopo aver visto il sole al tramonto, dopo aver riposato, guardava quello che aveva fatto e diceva: Che bello! Quando uno dice Che bello! ha la gioia nel cuore. Perché la meraviglia, la gioia, danno la stessa frase. E voi immaginatevi, l’ultimo giorno, quello prima di riposare, quando Dio si prende lo specchio, si guarda, e dice: farò uno uguale a me. E fa l’uomo, e fa la donna. E lì, la gioia più grande per Dio. Quella sera lì deve essere stata veramente una danza! deve essere stato il cuore di Dio che danzava di gioia. Allora forse converrebbe anche a noi ogni tanto aver lo specchio in borsa, come lo hanno le donne no? e ogni tanto guardarsi non solo per sistemarsi, ma per dire, come disse Dio quel giorno: che bello! Io sono la meraviglia più bella che Dio ha fatto. Sant’Agostino la dice così: “Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.” Il nostro amico Isaia, ormai diventato caro, perché ogni domenica lo incontriamo, Isaia, il sognatore, esordisce oggi con queste parole: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio”. Anche lui deve essere stato un innamorato pazzo di Dio, per dire “io gioisco pienamente in Dio”. Quasi come a dirci che l’uomo può danzare tanto quanto Dio. Che Dio è un Dio felice. E che questo grido di festa di Dio attraversa tutto questo periodo di avvento. Per dire semplicemente alla fine: “Ho creato uno come te, ho mandato mio figlio, perché voglio che la gioia sia piena per tutti.” E forse aveva ragione Madre Teresa, quando in un esclamazione un giorno disse: “La nostra gioia è il mezzo migliore per predicare il Vangelo.”Anche Paolo oggi non si tira indietro e anche lui esordisce con questo: “Siate sempre lieti”. Che belli questi modi diversi di esprimere la stessa identica cosa. Credo che ci sia una ricetta per essere sempre felici. Perché Paolo dice sempre… non solo felici, lo siate “sempre”. C’è un’unica ricetta. Ed è una ricetta descritta negli Atti degli Apostoli, che dice in questa frase che conosciamo tutti a memoria: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere.” Lì, abita la gioia. Ogni volta che provi a dare, provi ad amare, provi a donare qualcosa. In questo tempo in cui tutti credo, chi in un modo chi nell’altro, prepara, pensa ai regali, a parte un po’ di stress che può esserci in questo periodo…ma volete mettere quanta gioia c’è nel preparare un regalo per la persona che ami! Nulla a che vedere con la piccola gioia in fondo di riceverlo un regalo. Ecco perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Perché ricevere lo ricevi in un istante e poi sì, può essere un bellissimo regalo da tenere per la vita, ma invece prepararlo comporta qualcosa che veramente nasce dal cuore. Il segreto allora è questo. Qualcuno dice che la gioia dipende dall’amore: Se avrete un grammo di amore, avrete semplicemente un grammo di gioia, se invece il vostro amore supera ogni misura, così sarà anche la vostra gioia.E per ultima Maria. Oggi il Salmo non è un salmo, ma è parola del Vangelo: L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta!” Quanta gioia che abbiamo ascoltato… Una gioia poi quella di Maria che capovolge un po’ il nostro modo di vedere. Capovolge addirittura certi valori che noi diamo per scontati, perché il Magnificat è un inno all’umiltà. E’ un inno per gli affamati, perché i ricchi diventino poveri e i poveri diventino ricchi. E’ come un capovolgimento della storia. Per fortuna che la gioia vera si chiama misericordia. Quella cha ha Dio per noi. E veniamo al nostro Giovanni. Giovanni il più grande tra i nati da donna, dice di lui Gesù. Il più grande della storia. Che diventa il più piccolo. Ecco il mistero del Natale che diventa tale: ciò che è grande diventa piccolo. Giovanni è mandato da Dio. Il nome Giovanni significa Dio fa grazia, Dio ti fa grazia. Grazia vuol dire Dio ti fa qualcosa gratuitamente. Ecco, ognuno di noi ha dentro di sé un po’ questo Giovanni, questo nome. Ogni volta che sai fare qualcosa “gratis” ricordati che sei anche tu Giovanni. Che sei anche tu mandato da Dio. Che cosa viene a fare, perché è mandato da Dio, Giovanni? Per rendere testimonianza alla luce. La luce in questi giorni d’inverno bisogna pigliarla, non ce n’è molta. Dura poco. Al pomeriggio già se ne va. Ci sono le giornate splendenti, luminose terse, ci sono giornate grigie. E’ chiaro che le giornate luminose sono quelle che ci fanno alzare gli occhi al cielo, ci fanno guardare quello che ci circonda con la bellezza che c’è. E allora, continuiamo ad alzare gli occhi un po’ al cielo in questo avvento, continuiamo a sognare. Il cielo parla. Soprattutto quando è bello. All’alba e al tramonto poi, sono i miracoli che ci vengono regalati ogni giorno. E che bella questa luce di Dio che in qualche modo, non è così violenta, come d’estate, che acceca, è una luce che quasi ci accarezza. Giovanni rende testimonianza. A che cosa? Ovviamente a Gesù, a Dio. Ma non a quel Dio che chiede giustizia, che vuole dominare, a un Dio trionfante, ma a un Dio che si fa semplicemente luce. Ecco, Gesù è una luce nuova che entra nel mondo. La luce, lo sappiamo, quando arriva, porta bellezza, perché porta colore; senza luce, come nelle giornate grigie, tutto è grigio. La luce invece, oltra a portare colore, porta anche calore. Porta vita, la capacità ai fiori di rinascere, e credo anche a noi. Il nostro compito allora qual è? Beh il nostro compito di fronte a questa luce è quello di abbronzarci un po’, è quello di accumulare in qualche modo un po’ di questa luce che arriva e farla entrare dentro di noi a tal punto da poter essere anche noi un po’ più luminosi. E in effetti, io credo che la vera bellezza nelle persone sia quando guardi una persona in volto e i suoi occhi sprizzano luce. Lì hai di fronte la bellezza. Tutto il resto è un po’ vanità, come dice il Qoelet. Allora Giovanni prepara la strada a Gesù che è venuto a portare luce e bellezza nella vita. Gesù è allora questo nuovo sole, un Dio luminoso, innamorato della terra e di noi, che ci guarisce un po’ da questo freddo, da questo buio che tante volte ci assale. Gesù ci insegna che vale di più che cosa? In questo buio vale di più accendere una piccola luce, che imprecare. Ecco il miracolo della luce. Se noi spegnessimo tutte le luci, e lasciassimo solamente una candela accesa in questa chiesa, dopo che i nostri occhi si abituano, noi ci guarderemmo intorno, riusciremmo a vederci. Siamo abituati ormai a tante luci per cui facciamo così, è più comodo, ma basta una piccola luce per dare luce al mondo. E allora mi piace pensare che ognuno di noi deve essere…deve rendere testimonianza a questa luce. E’ come dire: io voglio essere testimone di una religione che è piena di luce, di una religione che è solare, che è bella, che è felice. In effetti il Vangelo è questo, è una lieta notizia, una bella notizia, per me, per te, ogni giorno.Emozionante allora questo compito che oggi Dio ci affida. Cogliere la bellezza e la novità di Dio, quel Dio che per fortuna non si fa mai scoprire da nessuno fino in fondo, perché lui ovviamente è sempre oltre. Un passo avanti.Tante domande in questo Vangelo. Le domande sono rivolte a questo Giovanni per capire chi è: ma chi sei tu? sei per caso un profeta, sei Elia? ma chi sei? perché possiamo tornare a casa a dirlo chi ci ha mandato…E’ che questa gente che chiede è lì per caso nel deserto e non vede l’uomo di Dio, vede semplicemente un uomo. Dovrebbero forse avere il coraggio anche loro di fermarsi nel deserto un po’ di più, perché il deserto – credo, non ci sono mai stato, prima o poi il sogno si avvererà – il deserto è il luogo dell’essenziale. Questo provare ad uscire dalla città, dal chiacchiericcio, dal casino, per provare una volta nella vita ad essere quello che sei. Noi ovviamente ci proviamo ad essere veri. Ma ogni giorno mettiamo e togliamo delle maschere, perché di fronte all’uno …di fronte all’altro siamo sempre un po’ diversi. Ecco quello che ci insegna oggi Giovanni il Battista. Ci insegna a definirci per sottrazione. Perché se qualcuno ci chiede: ma tu chi sei? Io rispondo, sono Giorgio, sono un frate, faccio questo, questo e questo. Ecco Giovanni oggi dice invece che è il contrario. Prova invece a dire: no, non sono questo, né quello, né quell’altro. Come a dire: togli, vai all’essenziale. L’essenziale di Giovanni è di essere una voce che grida. Non una (dare) parola. Ma semplicemente dare voce, cioè dare aria, a qualche cosa che grida dentro di lui. Essere un respiro, come il respiro di Dio, che alita e dà vita e forma alle cose. Allora forse è questa la domanda che dobbiamo portarci a casa questa sera. Ma tu chi sei? Io chi sono? E attenzione, noi non siamo quello che ci dicono gli altri. Ovviamente non saremo dei santi, neanche solo dei peccatori. Tu non sei il tuo ruolo, non sei quello che appari, non sei le tue maschere, le tue paure. Prova e definirti finalmente e a scoprire chi sei. Prova anche tu a dire chi sei, togliendo. Per cui non conta quello che hai accumulato in questa vita, questo continua a rimanere tutto vanità. Ma conta ciò che riesci a lasciar andare e a capire chi sei. E a me piacerebbe questa cosa, se veramente voglio creder in questo Dio, in questo Natale che è semplicemente luce, come un sole che al mattino sorge e ogni sera va a nanna, vorrei credere veramente una cosa sola, importante: che dentro alle persone che incontro nella vita c’è una goccia di luce e questa goccia di luce è la cosa più importante che ha.

2° Domenica d’Avvento Anno B – 10 dicembre 2017 Is 40,1-5.9-11 Sal 84; 2Pt 3,8-14  Mc1,1-8 

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei  peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare  da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e  miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi  per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 

 La parola vangelo ormai è entrata d’abitudine nelle nostre orecchie, però sarebbe  bello che anche questa parola la traducessimo come tutto il resto. Vangelo significa  buona notizia, qualcosa di buono che ti sta raggiungendo, che si apre davanti a te. E allora viene meglio dire ‘ Sto iniziando a raccontarti una meraviglia, una cosa  bellissima che mi ha toccato il cuore e vorrei provassi anche tu a vivere la stessa  emozione’ ed è la storia di Gesù. Così inizia il vangelo di Marco, il più corto, il più  sintetico, quello scritto per primo. Così se volete leggere un vangelo in tempo breve  prendete quello di Marco, dodici capitoletti che leggerete facilmente e  velocemente.E’ la storia di Gesù, la storia di quest’uomo che semplicemente era Dio. Forse è più  facile dire che era Dio e si è fatto uomo. Guardatelo un po’ come volete, in fondo  forse è la stessa cosa. E’ venuto a ricordarci la stessa identica cosa: ognuno di noi è  un uomo e dentro di noi c’è un pezzetto di Dio, c’è la sua presenza, questo spirito  che ci è stato dato dall’eternità che abita la nostra vita e non ci lascerà mai più. Immacolati.Questi sognatori, Isaia e Giovanni Battista. Credo che Isaia sia stato uno dei più  grandi sognatori della storia. Immaginate di essere per quarant’anni schiavi dei  Babilonesi, non è difficile perché più o meno anche noi è quarant’anni che siamo schiavi del capitalismo, di questa storia che è la nostra storia e ognuno di noi sa di  essere un po’ schiavo di qualcosa. Quarant’anni sono tanti, un tempo pieno. E Isaia  che cosa fa? Forse stanco di essere schiavo e vedendo che tutti gli altri ormai si  erano assuefatti e abituati a questa storia, incomincia a sognare, semplicemente  inizia a sognare. Il suo sogno di oggi è particolare perché da Babilonia a Gerusalemme c’era una strada che misurava più o meno mille chilometri, tortuosa e  Isaia sogna la prima autostrada: una strada dritta che da Babilonia arrivava a Gerusalemme, arrivava un monte, lui sognava una galleria, più di tremila anni fa.Sant’Agostino dice che la vera preghiera non è nella voce ma nel cuore e non sono le  nostre parole ma sono i nostri desideri a dare forza alle nostre preghiere. I desideri  sono i sogni che hai racchiuso nel cuore, quelli che ti spingono ad andare avanti in  questa vita che qualche volta è dura e pesante, però ogni tanto bisogna avere  queste ali per volare oltre, sopra a quello che ci circonda. Non è stupido Isaia perché poi alla fine succederà quello che aveva sognato, il popolo tornerà a casa, non so se  proprio fece questa direttissima.Che bello pensare che tutto quello che noi in qualche modo nella vita facciamo, prima dobbiamo averlo desiderato, dobbiamo averlo in qualche modo sognato,  altrimenti non esiste. E Isaia oggi ci richiama questo.E non è l’unico. Il vangelo di oggi inizia con questa espressione, ricordando Giovanni  Battista, colui che ha preparato la via, questa autostrada per Gesù. Un altro  sognatore incallito che ha sognato addirittura il Messia e il Messia è arrivato. Sognate, sognate che il Messia ritorni e tornerà nella vostra vita. Giovanni  raccontato da Marco lo abbiamo ascoltato in queste prime righe poi scomparirà  perché Marco è molto sintetico nel suo argomentare, niente fronzoli solo  essenzialità. A lui interessa solo che Giovanni fu il grande sognatore del Messia.  Vedere Giovanni come lo conosciamo, vestito a modo suo ma con una scelta ben  precisa di vita. Era figlio di Zaccaria il sacerdote e a quei tempi se eri figlio di  qualcuno la tua vita era già segnata. Giovanni invece era un rivoluzionario come tutti  i sognatori e probabilmente si stufò di mettere piede nel tempio e decise che la sua  casa, il suo Dio lo avrebbe trovato nel deserto. Certamente il tempio dà più  sicurezza: i canti, le liturgie, la legge, tutto bello ordinato come capita anche a noi  qua. Il deserto invece è essenziale, ti fa andare fino in fondo alle tue paure, alla  ricerca di quello che vale nella vita. Charles De Foucauld diceva ‘il deserto mi riesce  profondamente dolce, è bello e salutare porsi nella solitudine di fronte alle cose  eterne perché ci si sente invasi dalla verità’.Mi piace pensare che la verità abiti il deserto, non dentro un tempio, dentro una  chiesa, ma dove l’orizzonte non c’è, è infinito, dove il tetto sono le stelle di notte e il  sole di giorno, dove se capita di perdere qualcosa nella sabbia non la trovi più, dove  le tue sicurezze vengono un po’ messe a nudo.Ecco perché quando Giovanni Battista parla di battesimo sta provando a dirci questa  cosa: battesimo significa immersione in Dio. E’ come in qualche modo provare a  immergersi fino in fondo nella propria vita, andare alla ricerca di se stessi. E’ chiaro  che più vai a fondo in ciò che sei, più incontrerai anche le tue paure da affrontare,  dovrai avere il coraggio di chiamarle per nome. Ma l’unica possibilità che ci è data in  questa vita è di preparare anche noi la nostra via che è quella verso se stessi perché è lì che abita Dio, dentro di te.Giovanni poi ha questo moto di umiltà ‘Quello che viene dopo di me sarà molto più  forte di me’, chissà cosa intendeva con queste parole. Noi sappiamo che prima di  tutto è bella questa espressione ‘viene dopo di me’, non usa il futuro come a dire ad  ognuno di noi oggi ‘ehi, attento che Dio viene, Dio c’è’. E’ già qui ogni istante della  tua vita, apri gli occhi, fai attenzione come ci ha ricordato la prima domenica di  avvento e solo se stai sveglio ed attento ti puoi accorgere che Dio c’è, abita la tua  storia.E che forza è quella di Gesù? L’unica forza che conosciamo di Gesù si chiama amore,  nessun’altra forza ha mostrato, per cui dovremmo coniare qualche nuovo termine  ogni tanto visto che la parola nuovo sottostà ad ognuna di queste letture che  abbiamo ascoltato. Qualcosa di nuovo che deve venire ma che dobbiamo creare noi,  non possiamo aspettare che arrivi da chissà chi o da chissà dove.Allora proviamo a creare il nuovo dentro di noi. Ermes Ronchi ha coniato questo  termine, non chiama più Dio onnipotente ma onniamante nel senso che Dio non è  forte perché è onnipotente, la caratteristica di Dio è che è amore, per cui lui è  onnipotente nell’amore, nella fragilità dell’amore, in un amore donato fino in fondo.  Che coraggio…E poi questo annuncio, colui che verrà e che sarà così forte non vi battezzerà  semplicemente con un po’ d’acqua ma in Spirito Santo. Semplicemente viene a dirci  che verrà a risvegliare lo spirito che c’è in te. A cosa serve battezzarsi se non a  risvegliare quella nostra parte divina? Ecco perché il battesimo è cosa da rivivere più  spesso proprio per ricordarci che noi siamo di Spirito Santo, simo tutti impastati di  Dio.Che bella questa immagine di questa nuova creazione in cui c’è lo Spirito Santo e c’è  l’acqua, qualche cosa di nuovo che sta per arrivare.Allora che sia questo il pensiero che ci accompagni questa settimana: tutta la forza  d’amore che Dio ci dà diventi energia pura, energia buona dentro di te. Questa  fiducia massima che Dio ha in noi che valorizza tutte le nostre capacità ci obblighi  alla responsabilità di amare.